lunedì 7 giugno 2010

Fiat + Confindustria = Padronato

L’amministratore delegato della Fiat Marchionne ha lanciato l’ultimatum: o si raggiunge l’accordo sindacale o saremo costretti a trasferire la produzione della nuova Panda altrove (vettura già è in fabbricazione in Polonia).
Con quest’ultimatum la Fiat, fabbrica italiana automobili Torino, avverte che se non ci sarà disponibilità da parte del sindacato e dei lavoratori ad accettare deroghe al Contratto collettivo nazionale di lavoro dei metalmeccanici, per i lavoratori di Pomigliano si annunciano tempi duri. Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom afferma: “La Fiat sta usando la crisi a Pomigliano per distruggere il contratto nazionale di lavoro e per ritagliarsi un proprio contratto”. L’esponente delle tute blu Cgil prosegue: «Il Lingotto sta facendo una scelta politica mai vista”. Secondo Cremaschi “sarebbe inaccettabile modificare regole e diritti in vigore da 50 anni”.
In gioco sono, quindi, occupazione e diritti consolidati in tanti decenni di lotta dei lavoratori. Approfittando della situazione di crisi, che non tocca certo il padronato che anzi può realizzare i profitti in aree del mondo dove la manodopera è disponibile a buon mercato e senza pretese, l’Ad della Fiat sferra il proprio attacco (o ricatto?) A lui fa eco la presidente della Confindustria, che si dice non spaventata dal fatto che le donne, nella pubblica amministrazione, possano andare in pensione più in là nel tempo. E brava Marcegaglia, e bravi i padroni e bravi i capitalisti italiani! Nel mentre soffrono su barchette di venti metri esentasse sono così prodighi nel consigliare il governo e i cittadini su quali sacrifici e rinunce gli altri (i lavoratori) devono fare per consentire loro di trovare conveniente “investire e trarre profitto” in Italia. Essi si riservano, comunque la possibilità di andare altrove se il guadagno prospettato non è ritenuto soddisfacente: la disoccupazione non è affar loro. La coraggiosa Marcegaglia non si spaventa se le dipendenti pubbliche, ultime in ordine di tempo come obiettivo da colpire, siano costrette, in nome dell’interesse collettivo e patriottico, a lavorare fino a 65 anni. Proprio oggi la presidente di Confindustria ha avuto modo di dire all’assemblea di Federchimica: “Chi protesta contro questi tagli dice una cosa contro il Paese”. Indubbiamente si tratta di una bella coerenza: i lavoratori debbono accettare tagli e sacrifici senza protestare, mentre i suoi "colleghi" possono tranquillamente e prosaicamente anteporre all’amor patrio il tornaconto e il profitto personale (ignorando "moralmente", spesso, le tasse).
Perché si dovrebbero stare a sentire le trovate, sempre le stesse e sempre a senso unico, di questi "economisti disinteressati" capaci solo di indicare quello che gli altri debbono fare per “rilanciare l’azienda Italia”. La loro politica e quella del padronato è sempre la stessa, cioè quella del carciofo. A una a una si tolgono tutti i diritti ai lavoratori.
E il sindacato? Il segretario della Cgil afferma: ”Ci possono essere soluzioni se, però, si apriranno confronti con chi rappresenta il mondo del lavoro”. In parole povere siamo disposti a trattare e a concedere, basta che ci legittimiate facendoci sedere al tavolo della trattativa.
Bravi, non c’è che dire. Andate a trattare. Ma sulla base di quale mandato?

domenica 6 giugno 2010

Chi ha paura dei comunisti?



"L'avanzata del partito comunista italiano
può far paura soltanto ai corrotti e ai prepotenti
che esistono nel nostro Paese"

(Enrico Berlinguer)

sabato 5 giugno 2010

Libertà o liberismo?

L’articolo 41 della Costituzione afferma: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".
Il ministro dell'economia Giulio Tremonti dal G20 in Corea del Sud annuncia di voler modificare l’articolo 41 per favorire la libertà d'impresa. Inoltre venerdì una nota di Palazzo Chigi informava del lavoro congiunto del premier Silvio Berlusconi e di Tremonti per "un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche". Quanto affermato dai due membri del governo di centro-destra risponde appieno alle teorie liberiste. Tra i fondamenti c'è in primo luogo l'applicazione del principio del libero mercato. Chi sostiene tale idea è contrario all'intervento dello Stato, tanto più se questo è massiccio, nell'economia. Le principali politiche economiche liberiste sono legate alla liberalizzazione degli scambi di beni, di servizi e di capitali, quindi all’azzeramento di qualsiasi vincolo e al contenimento dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica, nonché alla diminuzione delle leggi che regolano l'attività economica. La libertà è intesa in senso economico e si traduce in quella che si definisce "economia di mercato". Essa determina un sistema in cui tutte le attività produttive sono intraprese da privati possessori di beni che sono in concorrenza fra loro. I privati hanno come fine “l’utile, il guadagno, il profitto” e quindi il bene privato e personale dell’individuo. Con quest’obiettivo i liberisti vogliono agire senza restrizione alcuna e senza che lo Stato intervenga, se non a sostegno dell’iniziativa privata. Secondo l’utopia liberista, la società deve esaltare le capacità e la libertà dei singoli individui, possessori di beni, nel determinare il proprio destino economico e civile. Anzi la libertà, in materia economica, è determinante per stabilire la libertà politica. Ciò che conta è il mercato e l’individuo imprenditore che, con le proprie capacità, è in grado di competere con altri imprenditori concorrenti per soddisfare, nella maniera più redditizia possibile, le richieste di beni e servizi più rispondenti ai gusti dei consumatori. Per il liberismo la libertà non è per tutti gli individui, ma per quelli che possiedono beni che possono essere liberi di investire a proprio comodo e tornaconto. Il liberismo storicamente, nelle realtà nazionali improntate ai suoi principi, ha prodotto disuguaglianze e clamorose quanto ingiustificabili discriminazioni. Nella società liberiste convivono le ricchezze più sfrenate e le povertà più assolute e individui detentori di capitali enormi, che non hanno problemi di sussistenza, e altri privi dell'essenziale per vivere. Nella società liberista non esiste una “giustizia sociale” che riguardi tutti gli individui allo stesso modo, perché il profitto di pochi viene prima del diritto di tanti.
La società liberista non può, quindi, soddisfare il diritto di tutti allo stesso modo. Per questo ritiene giusto lasciare indietro la fetta di società più consistente: i non possessori di beni e capitali, i cui interessi e diritti sono sottoposti a quelli dei ricchi. In queste società, incentrate sull’accumulazione di ricchezze e di privilegi economici e politici nelle mani di pochi, si attua una democrazia ristretta nella quale a essere libero non è l’individuo in quanto tale, ma il mercato e l’individuo in quanto possessore. Quella improntata al liberismo è quindi una democrazia e una libertà non fra tutti gli individui ma circoscritta ai possessori di beni e capitali. A questa democrazia, quindi, non partecipano a pari titolo tutti gli individui perché essa prevede l’esclusione e l’emarginazione di chi non possiede. Per i liberisti non è importante l’utilità del bene che si va a produrre ma il profitto che se ne ricava. Il denaro viene usato come compenso del tempo impiegato a produrlo e come compenso per la libertà e il tempo cui il moderno schiavo salariato rinuncia per procurarsi di che vivere.

venerdì 4 giugno 2010

Il sindacato lontano dai lavoratori

Con la Rivoluzione industriale e con la realizzazione delle prime fabbriche nacque il sindacato. I lavoratori presero coscienza che solo unendosi in lotta con coloro i quali condividevano la stessa sorte avrebbero potuto contrastare lo sfruttamento operato dai padroni e realizzare migliori condizioni lavorative. Sorte che prevedeva e imponeva orari di lavoro da stelle a stelle, di 16 o 18 ore giornaliere, salari miserabili e condizioni, sia per quanto riguarda la sicurezza che per l’ambiente, pessime.
Obiettivo degli industriali era, come del resto è continuato a essere, il massimo tornaconto, utile o profitto con la minima spesa. La spregiudicatezza padronale era tanto grande che per fare alcuni particolari tipi di lavoro, in grotte o cunicoli, dove uomini adulti e corpulenti non avrebbero potuto entrare, venivano impiegati bambini di sei-otto anni, di corporatura più piccola, o donne anche in stato di gravidanza per lavori minuti e ripetitivi. E' solo a prezzo di dure lotte (organizzate con il sindacato dai lavoratori), di morti, licenziamenti e persecuzioni verso gli operai più combattivi che la classe lavoratrice ottenne conquiste come: salari più dignitosi, orario di lavoro giornaliero di otto ore, tutela del lavoro minorile e della maternità, ambienti di lavoro più sicuri e salubri. Il sindacato era costituito da lavoratori che, come parte dirigente, si attivavano contro lo sfruttamento padronale e per migliorare le condizioni sia sul posto di lavoro che nella società.
Nonostante le conquiste ottenute la situazione non era semplice dentro e fuori la fabbrica. I sindacalisti erano discriminati e perseguitati. Licenziati, rinchiusi in "reparti confino", come nella Fiat di Valletta degli anni '50 e considerati dei veri e propri sovversivi da emarginare e tenere sotto controllo. Chi si esponeva lo faceva non per crearsi un posto di lavoro ben retribuito e sicuro, ma per lottare contro l’ingiustizia, lo sfruttamento e la discriminazione sociale, fenomeni molto diffusi nelle nuove società industriali. Il sindacalista era un capo riconosciuto perché anteponeva ai propri gli interessi dei compagni di lavoro e della propria classe, accettando di subire le conseguenze in ragione delle proprie convinzioni: lottare per la libertà e l’uguaglianza attraverso l’emancipazione del lavoro. Non fu certo facile durante il fascismo, con la lotta clandestina e partigiana, e anche nel dopoguerra, fare il sindacalista. Ciononostante figure luminose ed eroiche di sindacalisti della Cgil, a partire da Giuseppe di Vittorio, seppero emanciparsi dalla propria condizione e porsi alla testa dei lavoratori. Questi poterono ottenere storiche conquiste, fino alle lotte degli anni sessanta.

giovedì 3 giugno 2010

Le ragioni della prepotenza

Il rappresentante italiano, insieme a quello statunitense, hanno votato contro la risoluzione del Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu riguardante "l'invio di una missione internazionale per indagare su violazioni del diritto internazionale" rispetto al blitz dei militari israeliani contro la Freedom Flotilla che trasportava aiuti umanitari verso i palestinesi confinati nella Striscia di Gaza.


(Manifestazione per la Palestina, Roma 31/05/10, foto Joe)

La motivazione addotta dal rappresentante italiano a sostegno del proprio voto è che l'Italia ritiene Israele "uno stato democratico e pertanto in grado di condurre una inchiesta credibile e indipendente, il che non significa necessariamente internazionale". Quindi gli "inquirenti" devono essere proprio coloro di cui dovrebbe essere accertata formalmente la responsabilità dei comportamenti tenuti in occasione del blitz. Luogo dell'intervento (se in acque territoriali o meno); circostanze che hanno portato all'uccisione di diversi pacifisti; trasferimento in Israele di tutti gli attivisti; loro trattenimento in Israele per tre giorni (che se avvenuto in acque internazionali, come tutto indica, si configurerebbe come un vero e proprio rapimento e atto di pirateria); legittimità dell'intervento: dovrebbero essere proprio gli israeliani a indagare su questi aspetti ed eventualmente sindacare sulla correttezza dei propri comportamenti. Quale assurda concezione del diritto può arrivare a ritenere legittimo e consentire a una parte in giudicato di giudicare se stessa? Se questa posizione non riguardasse un evento drammatico sarebbe da considerarsi addirittura comica per le assurde, ridicole, patetiche e faziose argomentazioni addotte.


(Manifestazione per la Palestina, Roma 31/05/10, foto Joe)

Il sostegno aprioristico e incondizionato a comportamenti che, se approvati da una commissione internazionale indipendente, imputerebbero serie e gravi responsabilità a Israele (dimostrando realmente chi fa un uso della forza in senso "terroristico") è esso stesso motivo e causa di comportamenti prepotenti e di forza di chi si sente al di sopra del diritto e al di fuori di un qualsiasi giudizio morale che la storia prima o poi saprà pronunciare.
P.s. Fortunatamente la posizione dell'Italia non è prevalsa, perché una maggioranza di paesi componenti il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu ha deciso l'istituzione della commissione.

mercoledì 2 giugno 2010

La libertà e il lavoro

L’articolo 3 della Costituzione recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese". Va anche sottolineato che la Costituzione nel primo articolo afferma testualmente che: "L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Quindi la democrazia e la libertà cui si riferisce la Costituzione sono legate indissolubilmente al lavoro. Quest'ultimo pertanto è l’elemento fondante e indispensabile per l’affermazione e la realizzazione della libertà dell’individuo.
Il lavoro è dunque un diritto e condizione di libertà. Ma tutti i cittadini hanno bisogno di questo diritto (e quindi di lavorare per essere liberi) oppure esiste chi, per essere libero, non ne ha bisogno? Cosa si intende, inoltre, per diritto al lavoro?
Il lavoro è un elemento che caratterizza e distingue la vita dell’uomo moderno: lavora l’operaio, il bracciante, l’artigiano, il contadino, il commerciante, il professionista, il finanziere, l’imprenditore. Possiamo dire però che il lavoro incida allo stesso modo nella vita di tutti gli individui? Permetta retribuzioni eque o, perlomeno confrontabili? Abbia, per ciascuno, la stessa importanza? Sia indispensabile allo stesso modo nel determinare la libertà di ognuno? Indubbiamente il possesso di beni e capitali incide sull'importanza e indispensabilità del lavoro ai fini dell’affermazione e della realizzazione della libertà dell’individuo. Esistono soggetti ricchi che possono determinare la propria vita in tutti gli aspetti. Essi non hanno bisogno del lavoro per vivere e se hanno un'attività questa produce per loro grandi ricchezze. Questi individui possono incidere però profondamente sulle condizioni di vita di altri cittadini: possono decidere del loro stile di vita e modificare profondamente la situazione sociale. Questi individui possono trarre un guadagno non solo dal proprio lavoro (se ne hanno voglia, perché non ne hanno necessità stringente), ma soprattutto da quello altrui e possono determinare o meno l’affermazione e la realizzazione della libertà di altre persone. Questi individui sono, perciò, detentori di un potere enorme e di diritti non riconosciuti agli altri cittadini.
Questi ultimi, la maggioranza, non posseggono beni e capitali. Essi per essere liberi sono costretti a lavorare alle dipendenze e per il guadagno di altre persone, a vantaggio delle quali debbono rinunciare alla propria libertà, mettendo a disposizione il proprio tempo libero, la propria intelligenza e capacità professionale. Tutto questo per un certo numero di ore al giorno, per un certo numero di anni della propria vita. Individui il cui lavoro e, soprattutto, le cui libertà sono determinati prioritariamente dall’interesse di guadagno di altri individui: il diritto all’ulteriore guadagno di questi ultimi regola, quindi, la libertà dei primi. Nella nostra società, nei fatti, esistono quindi cittadini che possono privare altri di tale diritto fondamentale.
La Costituzione prendeva atto dell’esistenza di tali differenze nelle condizioni sociali e, senza riconoscerle esplicitamente o modificarle sostanzialmente, affermava dei principi che avrebbero dovuto attutirle. Nei fatti si trattava di far convivere pacificamente individui appartenenti a strati sociali differenti, alcuni in possesso di privilegi, altri discriminati e subalterni. In conclusione appartenenti a ceti o classi sociali differenti.
Fin quando durerà questa "pacifica" convivenza?

martedì 1 giugno 2010

La Cina e il compagno capitalista

Scorrendo i giornali di questi giorni abbiamo potuto apprendere tre notizie sorprendenti riguardanti la Cina:
1) il Pil (prodotto interno lordo) cinese è al terzo posto nel mondo. Nell'ultimo trimestre 2009 è aumentato del 10,7 per cento, portando il dato annuale all'8,7 per cento;
2) in Cina, presso la fabbrica della Honda nella provincia di Guangdond, 1900 operai stanno scioperando per ottenere salari più alti degli attuali, pari a 900 yuan (circa 90 euro mensili);
3) a Pechino un nuovo regolamento diramato dall'agenzia municipale dei trasporti impone, ai propri dipendenti, di abbandonare l'appellativo di "tonghzi": compagno.
La sequenza di queste tre notizie dimostra quanta poca corrispondenza ci sia, in Cina, tra la realtà dei fatti e le affermazioni di principio.
In Cina si sta realizzando, leggendo tali notizie, un processo economico simile a quello verificatosi nei paesi occidentali a partire dalla fine del '700, con l'inizio della Rivoluzione industriale: lunghissimi orari di lavoro con ritmi elevati e salari bassi. Tutto questo induce gli imprenditori di altri paesi a delocalizzare le loro attività, trasferendole in quella realtà risparmiando così su ogni singolo lavoratore 900/1000 euro mensili, o più, cui vanno aggiunti gli oneri riflessi rispetto ai loro paesi di origine.
A seguito di ciò si realizza un enorme aumento di quantità di ricchezza prodotta, tale da non avere eguali con i paesi occidentali costretti, invece, a fare i conti con le loro economie in crisi.
Ricchezza che però non viene distribuita, ma si concentra nelle mani di pochi.
Questa è la situazione tipica di una realtà nella quale il capitalismo rampante e spregiudicato utilizza qualsiasi opportunità per accrescere i propri profitti. Gli stessi paesi occidentali, d'altronde, non disdegnano di fare accordi con chi spesso, in passato, è stato da loro apertamente accusato di violazione dei diritti umani.
Abolire la parola compagno, paradossalmente, non è che una piccola operazione di trasparenza in una realtà nella quale, del comunismo, si sta cancellando perfino l'ombra.