L’aggressione alle conquiste dei lavoratori da parte del padronato e del Governo sta conoscendo una nuova fase. L’attuale Ministro del lavoro del Governo di centrodestra ed ex socialista (?) Sacconi, ha sostenuto che: ”L’attuale centralismo regolatorio di matrice pubblicista e statalista riflette assetti di produzione propri della vecchia economia”. Per questo si sta tentando di sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori il “moderno” modello conosciuto come “accordo di Pomigliano”, che nega diritti costituzionali e lascia libero arbitrio al padronato, con la pretesa di migliorare la competitività delle aziende attraverso l’abbattimento dei diritti conquistati dai lavoratori nel corso di decenni. Tutto ciò attraverso un disegno di legge delega, di due articoli, che affida al Governo il compito di riscrivere il diritto del lavoro.
Il principio fondamentale, scritto nell’articolo uno del testo proposto, indica che la nuova legge è fatta “al fine di incoraggiare una maggiore propensione ad assumere e un migliore adattamento tra le esigenze del lavoro e quelle dell’impresa”. Sacconi punta a eliminare buona parte delle oltre mille leggi che “pesano” sul mercato del lavoro. Accanto all’obiettivo della semplificazione c’è quello di un mercato del lavoro sempre più libero (per chi?).
Il principio ispiratore del provvedimento sembra essere quello che ispirava il meccanismo dei Fasci e delle Corporazioni. L’idea fondamentale è, infatti, quella di una pretesa affinità e convergenza d’interessi tra imprese e lavoratori, con la conseguente necessità di una gestione “coordinata e armonica” (?) degli interessi dei lavoratori e dei padroni. In pratica, si legge nel testo di legge che il ministro ha presentato ieri nel corso di una conferenza stampa, gli unici diritti universali e indisponibili del lavoratore, garantiti dalla legge, rimarranno quelli scritti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Si tratta per esempio del divieto di schiavitù e di tratta degli esseri umani, del diritto di sciopero e del diritto al giorno di riposo settimanale, oltre che alla parità tra uomini e donne e del divieto del lavoro minorile. A tutti gli altri principi stabiliti dall’attuale legislazione italiana, si potrà, con lo Statuto dei Lavori, derogare. A partire dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che di fatto vieta il licenziamento senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti. Questo perché, secondo Sacconi, ”non rientra tra i diritti fondamentali, tanto che non è applicato a tutti i lavoratori”.
Invece di estendere l’applicazione di quest’articolo a tutti i lavoratori a prescindere dal numero dei dipendenti, perché tutela il diritto di ogni lavoratore a non essere licenziato che per giusta causa e non per arbitrio padronale, tale diritto è definitivamente cancellato.
Il testo predisposto da Sacconi prevede inoltre la “possibilità per la contrattazione collettiva di una loro modulazione e promozione nei settori, nelle aziende e nei territori, anche in deroga alle norme di legge, valorizzando il ruolo e le funzioni degli organismi bilaterali”. Organismi bilaterali che sono sostanzialmente una riedizione della Camera delle Corporazioni: le parti sociali, datori di lavoro e sindacati, di fatto legiferano sul mercato del lavoro. Il progetto di Sacconi indica anche gli indici che questa contrattazione/normazione dovrà seguire: “Andamento economico dell’impresa, del territorio o del settore di riferimento”; “caratteristica e tipologia del datore di lavoro”; “caratteristiche del lavoratore con specifico riferimento all’anzianità continuativa di servizio, alla professionalità o all’appartenenza a gruppi svantaggiati”; modalità di esecuzione dell’attività lavorativa autonoma e coordinata con un solo committente”; “finalità del contratto con riferimento alla valenza formativa o d’inserimento al lavoro”.
Per i lavoratori sarà pertanto prassi, a differenza di quanto sarebbe giusto (a parità di lavoro, parità di salario), la frammentazione salariale e normativa dei loro trattamenti e delle loro condizioni di lavoro. Accadrà cioè che due lavoratori che svolgono il medesimo lavoro per la stessa quantità di ore percepiranno salari diversi secondo l’azienda in cui si trovano a lavorare. Con buona pace della contrattazione collettiva.
Altro importante e illuminante aspetto del disegno è quello relativo al ruolo assegnato “ai rappresentanti dei lavoratori” (il sindacato). Essi diventano “gestori paritetici” e attori del “buon andamento aziendale” e saranno, così, totalmente e definitivamente sganciati dal rapporto e dal controllo dei lavoratori. Perché semplicemente non li rappresenteranno più.
Il disegno di legge quindi punta a realizzare un sistema di “diritti” dei lavoratori tutto subalterno agli interessi del mercato, della competitività (tutta incentrata sulla compressione dei salari e dei diritti) e quindi del padronato.
Davanti a ciò, invece di mobilitarsi e mobilitare i lavoratori, il sindacato sostanzialmente condivide. Così esplicitamente fa la Cisl, mentre la Cgil inizia la solita farsa di una fumosa “opposizione” a parole (ma senza alcuna iniziativa di protesta) e che, come sempre, non produrrà alcun effetto e non bloccherà l’azione “innovatrice” e “riformatrice” del Governo e del padronato.
venerdì 12 novembre 2010
lunedì 8 novembre 2010
Lo sciopero di lor signori
E' rivolta tra gli industriali vicentini: ”I danni del maltempo sono vasti e gravi e, se gli aiuti non arriveranno, se il Veneto continuerà a essere lasciato solo, sarà rivolta fiscale”. La promessa, che suona come una minaccia, è arrivata dal vicepresidente degli imprenditori della provincia Luciano Vescovi, in un'intervista a Radio 24. “Questa volta non passa - ha detto -. Se il sostegno alle imprese e ai cittadini vicentini non ci sarà da parte dello Stato, noi non pagheremo le tasse”.
Quando si tratta di non pagare le tasse tutti i pretesti sono buoni per gli “imprenditori” che chiamano a raccolta e solidarietà (novelli populisti) anche i cittadini e i lavoratori, per protestare contro il Governo e per ottenere indennizzi e finanziamenti a causa dei danni subiti dopo le ultime avversità meteorologiche.
Certamente il maltempo ha provocato dei danni che andranno riparati. Gli industriali veneti però, non fanno come un qualsiasi imprenditore del tanto vituperato Mezzogiorno assistito che si limita a chiedere. Loro non chiedono, pretendono. Se lo Stato non interviene pronta cassa smetteranno di pagare le tasse (come fosse una novità per molti di loro), estendendo l’invito a fare altrettanto a tutti i veneti.
Non tutti i veneti però, pur magari volendolo, potranno fare ciò. L’art. 53 della Costituzione stabilisce che: ”Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. E’ dovere per il cittadino italiano pertanto pagare le tasse. Questo però non è in via di principio subordinato alla condivisione delle politiche del governo italiano in nessuna materia, tantomeno in quella economica e fiscale, come danno a intendere gli industriali veneti.
La loro pretesa di non pagare le tasse e fare uno sciopero fiscale, in caso di mancati interventi pubblici, potrebbe essere un’originale forma di protesta. Solo che questa non è attuabile proprio dai soliti vessati: i contribuenti a reddito fisso, come dipendenti e pensionati.
A differenza degli imprenditori, infatti, i cittadini a reddito fisso, non possono effettuare alcuna protesta fiscale, né tantomeno alcuno sciopero fiscale. Il sostituto d’imposta provvede per loro a versare le varie Irpef, per Stato ed Enti locali, mentre per le tasse indirette (come l'Iva) provvede direttamente il commerciante a trattenere. I quattrini riservati per tasse entrano solo figurativamente nei prospetti paga, non nelle tasche dei redditi fissi. I soliti poveri cristi pertanto non potranno fare alcuno sciopero fiscale come sollecitato dagli industriali, i quali tra l’altro, come sostituti d’imposta, sanno bene come funziona il fisco in Italia.
Per gli imprenditori pagare le tasse è sostanzialmente un optional. Essi non pagano il fisco anticipatamente e sul salario o pensione percepito (come dipendenti e pensionati), ma successivamente. E non sul reale percepito ma solo su quello che dichiarano. Il gioco, per loro, è possibile, facile e conveniente. Anzi a questo punto qualsiasi pretesto per non pagare le tasse è buono.
Cosa succederebbe se i lavoratori dipendenti e i pensionati aprissero gli occhi e imparassero a fare come gli imprenditori veneti, chiedendo l’abolizione del sostituto d’imposta per pagare anche loro le tasse su dichiarazione e solo se soddisfatti del governo? In questo modo si potrebbe, se c’è un qualche motivo di protesta verso il comportamento dell'amministrazione di turno, evitare almeno di pagare le tasse: c’è disoccupazione? C’è lavoro precario? Cancellano diritti costituzionali e ci tolgono la libertà? Istituiscono ticket sulle medicine? Privatizzano la scuola? (ecc, ecc, ecc). Allora sciopero fiscale. Si abbatterebbe almeno un’altra insultante e odiosa discriminazione.
Quando si tratta di non pagare le tasse tutti i pretesti sono buoni per gli “imprenditori” che chiamano a raccolta e solidarietà (novelli populisti) anche i cittadini e i lavoratori, per protestare contro il Governo e per ottenere indennizzi e finanziamenti a causa dei danni subiti dopo le ultime avversità meteorologiche.
Certamente il maltempo ha provocato dei danni che andranno riparati. Gli industriali veneti però, non fanno come un qualsiasi imprenditore del tanto vituperato Mezzogiorno assistito che si limita a chiedere. Loro non chiedono, pretendono. Se lo Stato non interviene pronta cassa smetteranno di pagare le tasse (come fosse una novità per molti di loro), estendendo l’invito a fare altrettanto a tutti i veneti.
Non tutti i veneti però, pur magari volendolo, potranno fare ciò. L’art. 53 della Costituzione stabilisce che: ”Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. E’ dovere per il cittadino italiano pertanto pagare le tasse. Questo però non è in via di principio subordinato alla condivisione delle politiche del governo italiano in nessuna materia, tantomeno in quella economica e fiscale, come danno a intendere gli industriali veneti.
La loro pretesa di non pagare le tasse e fare uno sciopero fiscale, in caso di mancati interventi pubblici, potrebbe essere un’originale forma di protesta. Solo che questa non è attuabile proprio dai soliti vessati: i contribuenti a reddito fisso, come dipendenti e pensionati.
A differenza degli imprenditori, infatti, i cittadini a reddito fisso, non possono effettuare alcuna protesta fiscale, né tantomeno alcuno sciopero fiscale. Il sostituto d’imposta provvede per loro a versare le varie Irpef, per Stato ed Enti locali, mentre per le tasse indirette (come l'Iva) provvede direttamente il commerciante a trattenere. I quattrini riservati per tasse entrano solo figurativamente nei prospetti paga, non nelle tasche dei redditi fissi. I soliti poveri cristi pertanto non potranno fare alcuno sciopero fiscale come sollecitato dagli industriali, i quali tra l’altro, come sostituti d’imposta, sanno bene come funziona il fisco in Italia.
Per gli imprenditori pagare le tasse è sostanzialmente un optional. Essi non pagano il fisco anticipatamente e sul salario o pensione percepito (come dipendenti e pensionati), ma successivamente. E non sul reale percepito ma solo su quello che dichiarano. Il gioco, per loro, è possibile, facile e conveniente. Anzi a questo punto qualsiasi pretesto per non pagare le tasse è buono.
Cosa succederebbe se i lavoratori dipendenti e i pensionati aprissero gli occhi e imparassero a fare come gli imprenditori veneti, chiedendo l’abolizione del sostituto d’imposta per pagare anche loro le tasse su dichiarazione e solo se soddisfatti del governo? In questo modo si potrebbe, se c’è un qualche motivo di protesta verso il comportamento dell'amministrazione di turno, evitare almeno di pagare le tasse: c’è disoccupazione? C’è lavoro precario? Cancellano diritti costituzionali e ci tolgono la libertà? Istituiscono ticket sulle medicine? Privatizzano la scuola? (ecc, ecc, ecc). Allora sciopero fiscale. Si abbatterebbe almeno un’altra insultante e odiosa discriminazione.
venerdì 5 novembre 2010
Diritto al lavoro? No, diritto al profitto
Il governatore della Banca d’Italia, nel suo intervento al convegno della Facoltà di Economia dell’Università Politecnica di Ancona ha detto, testualmente, che l’Italia rischia di “trovarsi di fronte a un bivio” tra stagnazione e crescita, con i giovani che corrono i maggiori rischi, anche perché la mobilità sociale nel nostro Paese è tra i livelli più bassi in Europa.
“L’economia italiana fatica a crescere e per questo non bisogna smettere di preoccuparsi” ha affermato Draghi, per il quale la difficoltà dell’economia italiana sta sia nella mancata crescita che nell'incapacità per la stessa di produrre reddito. “Dobbiamo ancora valutare - ha aggiunto il governatore - gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva. È possibile che lo shock della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività; è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi; è anche possibile un percorso più negativo”.
“Nel mercato del lavoro - ha detto il governatore - il dualismo si è accentuato. Rimane diffusa l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori Paesi dell’area dell’euro”. “Ma senza la prospettiva - ha concluso il governatore - di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, s’indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”.
Quello che era emerso dalle prime battute di quanto detto da Mario Draghi, massimo responsabile finanziario del capitalismo italiano, avrebbe lasciato interdetto chiunque. Ma come, la flessibilità del lavoro e la sua precarizzazione sono alla base nella "nuova rivoluzione industrial-capitalista" nel mondo occidentale e hanno permesso un’enorme ridistribuzione di reddito a favore dei pochi ricchi imprenditori e il governatore della Banca di Italia che fa, si preoccupa invece dei precari sfruttati, sottopagati, senza diritto e senza futuro? Vuoi vedere che si sono finalmente decisi a riconoscere i diritti dei giovani e dei lavoratori a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto o in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, come previsto (ma sinora non applicato) dagli articoli 2, 3, 4, 5, 36 e 37 della Costituzione italiana?
Macché: la preoccupazione di Draghi è di evitare il calo di produttività. Per questo è necessario stabilizzare i precari. L'impegno “dell’economista” non è quello di restituire il futuro, la dignità e la libertà ai giovani. Perché di questo sono stati privati a causa della mancanza di un lavoro. E occorre sempre ricordare che, come prevede l’art. 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; senza dimenticare l'art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
Niente di tutto ciò. Il diritto a un lavoro certo è sollecitato da Draghi perché questo rafforza l’accumulazione e produce effetti positivi su produttività e profittabilità. Altro che folgorazione sulla strada di Damasco! Il governatore si preoccupa di garantire profitto e utili, non più con la precarizzazione del lavoro, che evidentemente ritiene superata per lo scopo, ma con la stabilizzazione dei precari. Magari da sottoporre subito alla cura Marchionne.
E il sindacato che dice? D'accordo con il governatore della Banca d'Italia si è detto il neosegretario generale della Cgil, Susanna Camusso, secondo la quale Draghi "rimette al centro i veri problemi del Paese". "Il futuro dei giovani passa dal lavoro - aggiunge il leader della Cgil - e i primi temi da affrontare sono quelli della stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari e della regolarizzazione dell'occupazione". Inoltre, prosegue Camusso, "giustamente Draghi collega la ripresa, oltre che alla stabilizzazione dei precari, anche alla crescita dimensionale delle nostre imprese che rimane ridotta nel confronto internazionale".
Allineato e coperto. C’era forse qualche dubbio?
“L’economia italiana fatica a crescere e per questo non bisogna smettere di preoccuparsi” ha affermato Draghi, per il quale la difficoltà dell’economia italiana sta sia nella mancata crescita che nell'incapacità per la stessa di produrre reddito. “Dobbiamo ancora valutare - ha aggiunto il governatore - gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva. È possibile che lo shock della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività; è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi; è anche possibile un percorso più negativo”.
“Nel mercato del lavoro - ha detto il governatore - il dualismo si è accentuato. Rimane diffusa l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori Paesi dell’area dell’euro”. “Ma senza la prospettiva - ha concluso il governatore - di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, s’indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”.
Quello che era emerso dalle prime battute di quanto detto da Mario Draghi, massimo responsabile finanziario del capitalismo italiano, avrebbe lasciato interdetto chiunque. Ma come, la flessibilità del lavoro e la sua precarizzazione sono alla base nella "nuova rivoluzione industrial-capitalista" nel mondo occidentale e hanno permesso un’enorme ridistribuzione di reddito a favore dei pochi ricchi imprenditori e il governatore della Banca di Italia che fa, si preoccupa invece dei precari sfruttati, sottopagati, senza diritto e senza futuro? Vuoi vedere che si sono finalmente decisi a riconoscere i diritti dei giovani e dei lavoratori a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto o in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, come previsto (ma sinora non applicato) dagli articoli 2, 3, 4, 5, 36 e 37 della Costituzione italiana?
Macché: la preoccupazione di Draghi è di evitare il calo di produttività. Per questo è necessario stabilizzare i precari. L'impegno “dell’economista” non è quello di restituire il futuro, la dignità e la libertà ai giovani. Perché di questo sono stati privati a causa della mancanza di un lavoro. E occorre sempre ricordare che, come prevede l’art. 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; senza dimenticare l'art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
Niente di tutto ciò. Il diritto a un lavoro certo è sollecitato da Draghi perché questo rafforza l’accumulazione e produce effetti positivi su produttività e profittabilità. Altro che folgorazione sulla strada di Damasco! Il governatore si preoccupa di garantire profitto e utili, non più con la precarizzazione del lavoro, che evidentemente ritiene superata per lo scopo, ma con la stabilizzazione dei precari. Magari da sottoporre subito alla cura Marchionne.
E il sindacato che dice? D'accordo con il governatore della Banca d'Italia si è detto il neosegretario generale della Cgil, Susanna Camusso, secondo la quale Draghi "rimette al centro i veri problemi del Paese". "Il futuro dei giovani passa dal lavoro - aggiunge il leader della Cgil - e i primi temi da affrontare sono quelli della stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari e della regolarizzazione dell'occupazione". Inoltre, prosegue Camusso, "giustamente Draghi collega la ripresa, oltre che alla stabilizzazione dei precari, anche alla crescita dimensionale delle nostre imprese che rimane ridotta nel confronto internazionale".
Allineato e coperto. C’era forse qualche dubbio?
martedì 2 novembre 2010
Furto aggravato di spazzatura
Due marocchini sono stati denunciati e arrestati per furto aggravato di spazzatura a Capizzone, Bergamo, su iniziativa del sindaco che li ha sorpresi a rovistare nel cassonetto dei rifiuti, di proprietà esclusiva del Comune.
Su una notizia del genere si potrebbero fare molte considerazioni, anche per l’aspetto metaforico che questa vicenda paradossale contiene.
Come non paragonare questo episodio a quanto sta accadendo in Campania, dove tonnellate di immondizia (che nessuno si preoccupa di togliere o tantomeno rubare) marciscono per le strade e tra le case? Come non pensare al rifiuto sacrosanto di quelle popolazioni di continuare a convivere con discariche di cui farebbero volentieri a meno (realizzate in aree protette), che ammorbano l’aria e procurano malattie e morte e delle quali nessuno rivendica la proprietà?
Ma i rifiuti si prestano bene per evocare ben altro tipo di “monnezza” con la quale abbiamo a che fare di questi tempi. Come non paragonare a una discarica l’immondizia sociale, etica e morale degli scandali giudiziari e sessuali che riguardano i potenti di turno, che riescono a evitare una “giustizia” che è così “benevola” nei loro confronti, nonostante le pesantissime accuse in ballo?
La vicenda di Capizzone è emblematica per la palese discriminazione e ingiustizia cui sono stati oggetto i due derelitti. A costoro non è consentito di appropriarsi né delle briciole, né tantomeno degli scarti. Se lo fanno vengono puniti da una “giustizia” implacabile e “severa” nei loro confronti. Tutto ciò mentre ad altri, colpevoli di ben altri ladrocini, è consentito di continuare a farlo, di vantarsi di averlo fatto e di proporsi come esempio per tutti.
Quanto accaduto ai due marocchini, che non avrebbero probabilmente mai immaginato di compiere alcun atto illecito nel cercare tra la spazzatura qualcosa che potesse servire loro, non è l’ultimo curioso e anomalo episodio o l’incidente involontario e maldestro accaduto in un piccolo paese italiano a causa del pazzoide di turno. Quanto accaduto a Capizzone evidenzia meglio di altri fatti l’involuzione sociale, economica e culturale di un Paese, l’Italia, nel quale solo pochi ”fortunati” sono detentori di diritti e libertà non riconosciuti a tutti gli altri cittadini.
I primi sono liberi di sottrarsi alle leggi e alle regole, anzi di farsele su misura: possono utilizzare i beni di tutti a loro vantaggio esclusivo e arricchirsi spropositatamente, mentre tolgono diritti e libertà agli altri licenziando, delocalizzando, privatizzando, precarizzando, cancellando diritti civili, sociali e contrattuali, tagliando pensioni o imponendo ticket. Mentre gli altri non possono che subire tutto ciò. Non c’è stata e non ci sarà alcuna forza pubblica a intervenire a tutela del loro diritto e della loro libertà. Tutto questo fa e deve fare scandalo. Non le “avventure” di qualche inguaribile e patetico despota che può contare su una “opposizione” che si attiva solo su queste vicende, mentre lascia campo libero e condivide tacitamente tutto il resto.
L’assenza di un’opposizione, prima che politica, culturale e di classe a questo sistema, completa il quadro. Quadro che i potenti e i loro lacchè si spendono per far credere e considerare l’unico e il migliore possibile e non come un insieme di regole economiche e sociali, nonché di classe, di cui sarebbe opportuno liberarsi al più presto. O quantomeno ridiscutere.
Su una notizia del genere si potrebbero fare molte considerazioni, anche per l’aspetto metaforico che questa vicenda paradossale contiene.
Come non paragonare questo episodio a quanto sta accadendo in Campania, dove tonnellate di immondizia (che nessuno si preoccupa di togliere o tantomeno rubare) marciscono per le strade e tra le case? Come non pensare al rifiuto sacrosanto di quelle popolazioni di continuare a convivere con discariche di cui farebbero volentieri a meno (realizzate in aree protette), che ammorbano l’aria e procurano malattie e morte e delle quali nessuno rivendica la proprietà?
Ma i rifiuti si prestano bene per evocare ben altro tipo di “monnezza” con la quale abbiamo a che fare di questi tempi. Come non paragonare a una discarica l’immondizia sociale, etica e morale degli scandali giudiziari e sessuali che riguardano i potenti di turno, che riescono a evitare una “giustizia” che è così “benevola” nei loro confronti, nonostante le pesantissime accuse in ballo?
La vicenda di Capizzone è emblematica per la palese discriminazione e ingiustizia cui sono stati oggetto i due derelitti. A costoro non è consentito di appropriarsi né delle briciole, né tantomeno degli scarti. Se lo fanno vengono puniti da una “giustizia” implacabile e “severa” nei loro confronti. Tutto ciò mentre ad altri, colpevoli di ben altri ladrocini, è consentito di continuare a farlo, di vantarsi di averlo fatto e di proporsi come esempio per tutti.
Quanto accaduto ai due marocchini, che non avrebbero probabilmente mai immaginato di compiere alcun atto illecito nel cercare tra la spazzatura qualcosa che potesse servire loro, non è l’ultimo curioso e anomalo episodio o l’incidente involontario e maldestro accaduto in un piccolo paese italiano a causa del pazzoide di turno. Quanto accaduto a Capizzone evidenzia meglio di altri fatti l’involuzione sociale, economica e culturale di un Paese, l’Italia, nel quale solo pochi ”fortunati” sono detentori di diritti e libertà non riconosciuti a tutti gli altri cittadini.
I primi sono liberi di sottrarsi alle leggi e alle regole, anzi di farsele su misura: possono utilizzare i beni di tutti a loro vantaggio esclusivo e arricchirsi spropositatamente, mentre tolgono diritti e libertà agli altri licenziando, delocalizzando, privatizzando, precarizzando, cancellando diritti civili, sociali e contrattuali, tagliando pensioni o imponendo ticket. Mentre gli altri non possono che subire tutto ciò. Non c’è stata e non ci sarà alcuna forza pubblica a intervenire a tutela del loro diritto e della loro libertà. Tutto questo fa e deve fare scandalo. Non le “avventure” di qualche inguaribile e patetico despota che può contare su una “opposizione” che si attiva solo su queste vicende, mentre lascia campo libero e condivide tacitamente tutto il resto.
L’assenza di un’opposizione, prima che politica, culturale e di classe a questo sistema, completa il quadro. Quadro che i potenti e i loro lacchè si spendono per far credere e considerare l’unico e il migliore possibile e non come un insieme di regole economiche e sociali, nonché di classe, di cui sarebbe opportuno liberarsi al più presto. O quantomeno ridiscutere.
mercoledì 27 ottobre 2010
Amministratore delegato polacco a 200 euro al mese per la Fiat? Siamo d'accordo
L’intervista rilasciata dall’amministratore delegato della Fiat Marchionne, al terzo canale Rai, si è svolta senza che fossero poste serie e scomode domande da parte dell’intervistatore. Questo ha permesso al manager di enunciare indisturbato e senza contraddittorio alcuno le ragioni della Fiat e della Confindustria. L’intento chiaro della presenza di Marchionne in televisione è stato quello di tentare di rispondere alla grande e riuscita manifestazione della Fiom del 16 ottobre ed al consenso che intorno ad essa si è creato.
L'intervista dell'amministratore delegato della Fiat nella trasmissione di domenica si è rivelata un boomerang. Sergio Marchionne, di fronte a un interlocutore sorridente e accondiscendente, si è sentito autorizzato ad esporre tutto il suo repertorio padronale e di parte, elencando tutte le sue ragioni e risentimenti senza fornire alcun dato o notizia concreta sui veri programmi della Fiat in Italia, lamentandosi e prendendosela però con chi frena il glorioso e meraviglioso (per chi?) percorso della Fiat, a partire da Pomigliano.
Su questa strada ha usato un modello comunicativo che purtroppo conosciamo bene e che è quello di Silvio Berlusconi. Da un lato c'è il "fare", con i bianchi buoni e dall'altro c'è il "sabotare", con i pellerossa cattivi. Tutti coloro cioè come Fiom, giudici, intellettuali che non sono disponibili a compiacere l’imperatore e che "remano contro" impedendo l’ottimo, radioso, patriottico e disinteressato lavoro della Fiat e del suo Ad, che non guadagna nulla in Italia, ma solo all'estero.
Marchionne si è dimenticato di dire che la Fiat, come ha giustamente rilevato il segretario della Fiom nazionale Giorgio Cremaschi, ha installato le sue aziende solo in quei Paesi dove i salari dei lavoratori sono i più bassi e i finanziamenti pubblici proporzionalmente più alti. Ha dimenticato di dire che in Europa occidentale, dove ci sono quei salari più alti che lui ha promesso agli operai italiani, non c'è alcuno stabilimento della Fiat.
Marchionne ha annunciato il taglio di dieci minuti delle pause per i lavoratori di Melfi e Pomigliano presentandolo come piccola cosa, un piccolo sacrificio peraltro retribuito. Ha dimenticato però di dire che questo taglio corrisponde alla riduzione del 25 per cento delle pause. Ci provi a ridurre del 25 per cento i profitti dei suoi azionisti e vedrà se questi ultimi saranno d’accordo. Marchionne ha lamentato l'anarchia degli stabilimenti, dove però la Fiom ha solo il 12,5 per cento degli iscritti, senza spiegare perchè l'azienda non riesca a governare l'87,5 per cento del proprio personale. Marchionne ha annunciato che l'Italia sarebbe al 118esimo posto su 139 per efficienza del lavoro. Senza spiegare (d'altra parte nessuno gliel'ha chiesto) da dove venga questa classifica, su quali basi sia costruita, quali siano i fattori che la compongono.
Marchionne ha smentito ogni intenzione di entrare in politica con la solita ipocrisia degli amministratori delegati che danno giudizi politici, fanno operazioni politiche, sostenendo al contempo che questo è solo mercato. Marchionne ha lamentato che tre operai a Melfi hanno fermato 1.200 lavoratori, dimenticando che questa sua affermazione è stata condannata come antisindacale da un tribunale che ha disposto il reintegro di quei lavoratori. Sentenza che la Fiat non ha ancora rispettato. Marchionne, come Berlusconi, più fallisce più diventa prepotente, meno è in grado di spiegare più offende. E, come Berlusconi, vede la propria arroganza smontata dal semplice commento di un comico, in questo caso Luciana Littizzetto, che alla fine della trasmissione si è più o meno chiesta: "Ma se è così bravo, com'è che chiude Termini Imerese?".
Marchionne ha passato un quarto d'ora in televisione senza spiegare nulla, ma non certo per riservatezza o rispetto delle relazioni sindacali, perchè questo è esattamente quello che fa anche al tavolo delle trattative. In Marchionne, come in Berlusconi, è sempre più difficile distinguere l'immagine dalla realtà, la propaganda dai fatti. E poi, esattamente come fa il Presidente del Consiglio, Marchionne si è lamentato di una campagna mediatica avversa. Qui c'è un'assoluta irriconoscenza verso un mondo culturale e politico che invece ha sempre supportato le sue imprese. Al punto di non chiedere neppure conto di fatterelli come la distribuzione di lauti dividendi agli azionisti e poderosi aumenti al top management, mentre agli operai veniva cancellato il premio di risultato. In realtà con il regime informativo che c'è oggi in Italia, se raccoglie cattiva pubblicità Marchionne deve prendersela unicamente con se stesso.
Alla fine bisogna ringraziare questa trasmissione. Dopo di essa le ragioni della Fiom sono ancora più chiare e valide.
L'intervista dell'amministratore delegato della Fiat nella trasmissione di domenica si è rivelata un boomerang. Sergio Marchionne, di fronte a un interlocutore sorridente e accondiscendente, si è sentito autorizzato ad esporre tutto il suo repertorio padronale e di parte, elencando tutte le sue ragioni e risentimenti senza fornire alcun dato o notizia concreta sui veri programmi della Fiat in Italia, lamentandosi e prendendosela però con chi frena il glorioso e meraviglioso (per chi?) percorso della Fiat, a partire da Pomigliano.
Su questa strada ha usato un modello comunicativo che purtroppo conosciamo bene e che è quello di Silvio Berlusconi. Da un lato c'è il "fare", con i bianchi buoni e dall'altro c'è il "sabotare", con i pellerossa cattivi. Tutti coloro cioè come Fiom, giudici, intellettuali che non sono disponibili a compiacere l’imperatore e che "remano contro" impedendo l’ottimo, radioso, patriottico e disinteressato lavoro della Fiat e del suo Ad, che non guadagna nulla in Italia, ma solo all'estero.
Marchionne si è dimenticato di dire che la Fiat, come ha giustamente rilevato il segretario della Fiom nazionale Giorgio Cremaschi, ha installato le sue aziende solo in quei Paesi dove i salari dei lavoratori sono i più bassi e i finanziamenti pubblici proporzionalmente più alti. Ha dimenticato di dire che in Europa occidentale, dove ci sono quei salari più alti che lui ha promesso agli operai italiani, non c'è alcuno stabilimento della Fiat.
Marchionne ha annunciato il taglio di dieci minuti delle pause per i lavoratori di Melfi e Pomigliano presentandolo come piccola cosa, un piccolo sacrificio peraltro retribuito. Ha dimenticato però di dire che questo taglio corrisponde alla riduzione del 25 per cento delle pause. Ci provi a ridurre del 25 per cento i profitti dei suoi azionisti e vedrà se questi ultimi saranno d’accordo. Marchionne ha lamentato l'anarchia degli stabilimenti, dove però la Fiom ha solo il 12,5 per cento degli iscritti, senza spiegare perchè l'azienda non riesca a governare l'87,5 per cento del proprio personale. Marchionne ha annunciato che l'Italia sarebbe al 118esimo posto su 139 per efficienza del lavoro. Senza spiegare (d'altra parte nessuno gliel'ha chiesto) da dove venga questa classifica, su quali basi sia costruita, quali siano i fattori che la compongono.
Marchionne ha smentito ogni intenzione di entrare in politica con la solita ipocrisia degli amministratori delegati che danno giudizi politici, fanno operazioni politiche, sostenendo al contempo che questo è solo mercato. Marchionne ha lamentato che tre operai a Melfi hanno fermato 1.200 lavoratori, dimenticando che questa sua affermazione è stata condannata come antisindacale da un tribunale che ha disposto il reintegro di quei lavoratori. Sentenza che la Fiat non ha ancora rispettato. Marchionne, come Berlusconi, più fallisce più diventa prepotente, meno è in grado di spiegare più offende. E, come Berlusconi, vede la propria arroganza smontata dal semplice commento di un comico, in questo caso Luciana Littizzetto, che alla fine della trasmissione si è più o meno chiesta: "Ma se è così bravo, com'è che chiude Termini Imerese?".
Marchionne ha passato un quarto d'ora in televisione senza spiegare nulla, ma non certo per riservatezza o rispetto delle relazioni sindacali, perchè questo è esattamente quello che fa anche al tavolo delle trattative. In Marchionne, come in Berlusconi, è sempre più difficile distinguere l'immagine dalla realtà, la propaganda dai fatti. E poi, esattamente come fa il Presidente del Consiglio, Marchionne si è lamentato di una campagna mediatica avversa. Qui c'è un'assoluta irriconoscenza verso un mondo culturale e politico che invece ha sempre supportato le sue imprese. Al punto di non chiedere neppure conto di fatterelli come la distribuzione di lauti dividendi agli azionisti e poderosi aumenti al top management, mentre agli operai veniva cancellato il premio di risultato. In realtà con il regime informativo che c'è oggi in Italia, se raccoglie cattiva pubblicità Marchionne deve prendersela unicamente con se stesso.
Alla fine bisogna ringraziare questa trasmissione. Dopo di essa le ragioni della Fiom sono ancora più chiare e valide.
sabato 23 ottobre 2010
La "sinistra" degli illusionisti in malafede e la realtà di classe
"La sinistra è davvero un impedimento a vincere? La sinistra è la missione di un paese, noi abbiamo bisogno di ricostruire un discorso sulla salvezza dell'Italia". "Ci siamo stancati di perdere bene, adesso vogliamo vincere". Queste sono due frasi d'ordine pronunciate da Nichi Vendola nella sua relazione al congresso di Sinistra e Libertà apertosi ieri a Firenze.
Queste due affermazioni sintetizzano la posizione di un novello affabulatore, simile al suo padrino Bertinotti, che è convinto e soprattutto vuole dare a intendere che con le parole si cambia la realtà. Il governatore pugliese, infatti, parla di sinistra includendo in questa categoria politica anche il Partito democratico. Sembrerebbe, a sentire Vendola, che se la sinistra è perdente la colpa sia da addebitarsi a una sorta di autolesionismo interno (?), che porta a dividersi e a rinchiudersi in nicchie ideologiche, preoccupandosi più di far valere teorie utopistiche vetuste che a confrontarsi con i problemi reali contemporanei.
Se in quest’affermazione c’è del vero (troppe volte nelle formazioni antagoniste ha prevalso la divisione sull’unità e questo è sicuramente un male) è pur vero che la ricerca dell’unità a prescindere dalle analisi, dai contenuti e dagli obiettivi ha determinato sconfitte clamorose e brucianti delusioni.
L’esperienza degli anni passati ha dimostrato che quando i partiti di classe considerano le alleanze non come uno strumento, temporalmente definito per ottenere determinati obiettivi, ma come un traguardo assoluto delle forze “progressiste” o del centro”sinistra”, come avvenuto con i vari governi Prodi o Dini (!) diventano esse stesse strumento del sistema di potere delle classi dominanti e costringono i loro elettori a dover sopportare le scelte più indigeribili. Fra queste lo spostamento della ricchezza avvenuto a danno dei redditi fissi, le varie controriforme pensionistiche, gli interventi “umanitari” in varie aree del mondo, la precarizzazione del lavoro e le logiche di compatibilità e di flessibilità del mercato, le controriforme della scuola, della sanità, l’attacco ai diritti civili e sociali riconosciuti perfino dalla Costituzione, lo scardinamento dei contratti e dello Statuto dei diritti dei lavoratori, le stesse controriforme elettorali in senso maggioritario, ecc. ecc. ecc. (l'elenco delle nefandezze è sterminato).
Tutto ciò ci fa capire che un patto di questo genere può forse anche battere elettoralmente Berlusconi, ma in seguito si riduce alle stesse politiche antipopolari e a favore dal mercato e del liberismo. Questa volta però col sostegno diretto delle forse antagoniste, che sono costrette a subire e a ingoiare rospi a ripetizione per evitare il pericolo maggiore. Bel successo strategico. Bel ricatto servito.
La sinistra, quella del Partito comunista di Berlinguer o del partito socialista di Nenni non esiste più. Le loro lotte, che hanno permesso l’avanzata politica ed economica del mondo del lavoro, sono state abbandonate e tradite da quelle forze politiche che ancora continuano a mantenere la mascheratura dell’appellativo di “sinistra”, ma che nulla hanno a che vedere con la storia e gli obiettivi che la sinistra ha perseguito nel suo cammino. E Vendola è sulla strada per alimentare lo stesso equivoco.
Che senso ha, infatti, la sua affermazione: ”La sinistra è la missione di un Paese, noi abbiamo bisogno di ricostruire un discorso sulla salvezza dell'Italia"? Ma di quale Italia parla Vendola? quella di Marchionne, della Marcegaglia, dei miliardari, di chi delocalizza, delle banche o quella dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, e dei pensionati? Quale sorte accomunerebbe queste categorie di persone? Quali strategie comuni possono avere? Lo spieghi Vendola.
Com’è possibile pensare che tutti questi soggetti abbiano lo stesso comune obiettivo, cioè battere e cacciare Berlusconi, visto che Marchionne, la Confindustria e il padronato hanno conseguito in questi anni successi insperati e inimmaginabili solo venti anni fa?
Vendola sostiene che il berlusconismo è vittorioso prima culturalmente e solo dopo politicamente: "Berlusconi ha cominciato a vincere venti anni prima con le sue tv; quando la scuola pubblica ha cominciato a perdere e la tv a prevalere, lì è nato il fenomeno, che non è un'anomalia ma l'autobiografia di una nazione". Bene, è però il berlusconismo a essere vittorioso culturalmente o sono le logiche neoliberiste della competitività capitalista? Queste ultime sono state fatte proprie e rivendicate proprio da quei partiti (Pd in testa) che hanno dimenticato, abbandonato e tradito le culture sociali alternative e di classe, tacciandole per vecchie e superate, lasciando così il campo libero alla cultura liberista più becera e reazionaria. E dandosi il testimone con Berlusconi e il centrodestra nel governare la demolizione delle conquiste del mondo del lavoro e dei discriminati.
Occorre ricostruire e rilanciare una visione diversa e alternativa, improntata sulle analisi di classe e sulle realtà economiche e sociali. Solo dopo valutare alleanze e battaglie comuni con altre forze. Prescindere da ciò significa, nella migliore delle ipotesi, illudersi e illudere. Non è con le battute anche efficaci su chi vince o chi perde (Bertinotti era un maestro in ciò) che si sconfigge l’avversario. Le stesse ammucchiate che prospetta Vendola (dal Pd a Fini e Casini) possono servire forse al centro”sinistra” ad avere più voti di Berlusconi e sedersi a capotavola al suo posto, ma lascerebbero del tutto invariata la condizione dei lavoratori, che sarebbero coinvolti nelle stesse scelte liberiste come avvenuto in passato. E non avrebbero, a quel punto, neanche più nulla da recriminare.
Queste due affermazioni sintetizzano la posizione di un novello affabulatore, simile al suo padrino Bertinotti, che è convinto e soprattutto vuole dare a intendere che con le parole si cambia la realtà. Il governatore pugliese, infatti, parla di sinistra includendo in questa categoria politica anche il Partito democratico. Sembrerebbe, a sentire Vendola, che se la sinistra è perdente la colpa sia da addebitarsi a una sorta di autolesionismo interno (?), che porta a dividersi e a rinchiudersi in nicchie ideologiche, preoccupandosi più di far valere teorie utopistiche vetuste che a confrontarsi con i problemi reali contemporanei.
Se in quest’affermazione c’è del vero (troppe volte nelle formazioni antagoniste ha prevalso la divisione sull’unità e questo è sicuramente un male) è pur vero che la ricerca dell’unità a prescindere dalle analisi, dai contenuti e dagli obiettivi ha determinato sconfitte clamorose e brucianti delusioni.
L’esperienza degli anni passati ha dimostrato che quando i partiti di classe considerano le alleanze non come uno strumento, temporalmente definito per ottenere determinati obiettivi, ma come un traguardo assoluto delle forze “progressiste” o del centro”sinistra”, come avvenuto con i vari governi Prodi o Dini (!) diventano esse stesse strumento del sistema di potere delle classi dominanti e costringono i loro elettori a dover sopportare le scelte più indigeribili. Fra queste lo spostamento della ricchezza avvenuto a danno dei redditi fissi, le varie controriforme pensionistiche, gli interventi “umanitari” in varie aree del mondo, la precarizzazione del lavoro e le logiche di compatibilità e di flessibilità del mercato, le controriforme della scuola, della sanità, l’attacco ai diritti civili e sociali riconosciuti perfino dalla Costituzione, lo scardinamento dei contratti e dello Statuto dei diritti dei lavoratori, le stesse controriforme elettorali in senso maggioritario, ecc. ecc. ecc. (l'elenco delle nefandezze è sterminato).
Tutto ciò ci fa capire che un patto di questo genere può forse anche battere elettoralmente Berlusconi, ma in seguito si riduce alle stesse politiche antipopolari e a favore dal mercato e del liberismo. Questa volta però col sostegno diretto delle forse antagoniste, che sono costrette a subire e a ingoiare rospi a ripetizione per evitare il pericolo maggiore. Bel successo strategico. Bel ricatto servito.
La sinistra, quella del Partito comunista di Berlinguer o del partito socialista di Nenni non esiste più. Le loro lotte, che hanno permesso l’avanzata politica ed economica del mondo del lavoro, sono state abbandonate e tradite da quelle forze politiche che ancora continuano a mantenere la mascheratura dell’appellativo di “sinistra”, ma che nulla hanno a che vedere con la storia e gli obiettivi che la sinistra ha perseguito nel suo cammino. E Vendola è sulla strada per alimentare lo stesso equivoco.
Che senso ha, infatti, la sua affermazione: ”La sinistra è la missione di un Paese, noi abbiamo bisogno di ricostruire un discorso sulla salvezza dell'Italia"? Ma di quale Italia parla Vendola? quella di Marchionne, della Marcegaglia, dei miliardari, di chi delocalizza, delle banche o quella dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, e dei pensionati? Quale sorte accomunerebbe queste categorie di persone? Quali strategie comuni possono avere? Lo spieghi Vendola.
Com’è possibile pensare che tutti questi soggetti abbiano lo stesso comune obiettivo, cioè battere e cacciare Berlusconi, visto che Marchionne, la Confindustria e il padronato hanno conseguito in questi anni successi insperati e inimmaginabili solo venti anni fa?
Vendola sostiene che il berlusconismo è vittorioso prima culturalmente e solo dopo politicamente: "Berlusconi ha cominciato a vincere venti anni prima con le sue tv; quando la scuola pubblica ha cominciato a perdere e la tv a prevalere, lì è nato il fenomeno, che non è un'anomalia ma l'autobiografia di una nazione". Bene, è però il berlusconismo a essere vittorioso culturalmente o sono le logiche neoliberiste della competitività capitalista? Queste ultime sono state fatte proprie e rivendicate proprio da quei partiti (Pd in testa) che hanno dimenticato, abbandonato e tradito le culture sociali alternative e di classe, tacciandole per vecchie e superate, lasciando così il campo libero alla cultura liberista più becera e reazionaria. E dandosi il testimone con Berlusconi e il centrodestra nel governare la demolizione delle conquiste del mondo del lavoro e dei discriminati.
Occorre ricostruire e rilanciare una visione diversa e alternativa, improntata sulle analisi di classe e sulle realtà economiche e sociali. Solo dopo valutare alleanze e battaglie comuni con altre forze. Prescindere da ciò significa, nella migliore delle ipotesi, illudersi e illudere. Non è con le battute anche efficaci su chi vince o chi perde (Bertinotti era un maestro in ciò) che si sconfigge l’avversario. Le stesse ammucchiate che prospetta Vendola (dal Pd a Fini e Casini) possono servire forse al centro”sinistra” ad avere più voti di Berlusconi e sedersi a capotavola al suo posto, ma lascerebbero del tutto invariata la condizione dei lavoratori, che sarebbero coinvolti nelle stesse scelte liberiste come avvenuto in passato. E non avrebbero, a quel punto, neanche più nulla da recriminare.
giovedì 21 ottobre 2010
La classe non è acqua
E’ opinione largamente diffusa che, quando si parla di giustizia, ci si riferisca a un’entità astratta, immodificabile, indiscutibile e perciò superiore . La giustizia con la "G" maiuscola e senza aggettivi cioè, che è al di sopra e al di fuori di ogni fazione o interesse: uno strumento implacabile ed equo contro chi le contravviene e che punisce chi si rende colpevole d’illegittimità. La giustizia imparziale ed equa per tutti, qualunque sia il colore della pelle, la fede politica o religiosa o sindacale, il sesso e la condizione economica.
L'attualità e la storia ci insegnano che la realtà è ben diversa, che la giustizia senza aggettivi non esiste, che sono sempre esistite tante giustizie parziali. E che chi comanda ha sempre cercato di far diventare legge la propria convenienza e i propri interessi, a danno di chi viene comandato (che, evidentemente, è portatore di convenienze e interessi differenti e contrapposti).
Nei sistemi a libero mercato a prevalere è la giustizia e il diritto del capitale, del mercato e della competitività. Essa è fatta su misura per gli interessi di chi detiene la ricchezza e il capitale: la classe borghese o padronato.
Secondo questa giustizia è legittimo che esistano le differenze sociali, che alcuni abbiano diritti non riconosciuti a tutti gli altri; che, quindi, al di là di enunciazioni solenni, gli individui siano titolari di libertà e diritti diversi: l’imprenditore e l’operaio, il parlamentare e il cittadino, il capitalista e il proletario, lo speculatore e il precario, ecc. Secondo questa logica di classe, quindi, possono legittimamente coesistere la ricchezza più sfrenata e la miseria più nera, il ricco padrone (libero) e il disoccupato o precario (oppresso e schiavo), il privilegio e la discriminazione.
Nei sistemi capitalisti gli interessi dei ricchi diventano legge, i bisogni dei discriminati sono condizionati e subalterni a essi (salari, pensioni, occupazione, precarietà, tasse, servizi, sanità, scuola). E’ legittimo ed equo, per fare un esempio, che un imprenditore guadagni quattrocentoventi volte lo stipendio (da fame) di un suo dipendente e costringere quest’ultimo a diritti di cittadinanza che non gli sono garantiti. La classe sociale economicamente prevalente, in questo modo, diventa classe dominante e chiama giustizia, democrazia e libertà la sua giustizia, la sua democrazia la sua libertà.
Quello che sta avvenendo in questi giorni dimostra più che mai la parzialità di classe di una giustizia che si adatta, fino a diventare su misura dei bisogni del prepotente di turno. A costui tutto è consentito: non può essere processato perché ha altro da fare. Può, però giudicare e punire i suoi giudici. L’arroganza del suo potere (che poi è il potere della classe cui appartiene) non conosce limiti. I suoi desideri sono legge, sono diritto, sono giustizia.
Costui (e in gran parte chi appartiene a classi privilegiate) non tenta nemmeno di mascherare o nascondere che il suo tentativo è di farsi i fatti propri. Di piegare, cioè la legge, il diritto e la libertà (già di classe) ai suoi bisogni e interessi prevalenti al momento (rendendo legittimi comportamenti non considerati tali finora), dimostrando oltre alla prepotenza e all’arroganza, un disprezzo verso i cittadini che giudica incapaci di valutare la realtà vera e condizionabili in ogni modo.
Quanto sta avvenendo, in questi giorni, dimostra il fondamento eversivo delle classi dominanti che, non contente del loro attuale potere e della conseguente sostanziale ingiustizia della nostra società, considerano la democrazia parlamentare un’inutile e fastidiosa sovrastruttura e, quando lo ritengono e ne hanno l'opportunità, modificano o manomettono anche le regole costituzionali a loro piacimento.
E l’opposizione che fa? Un contrasto di facciata che non impedisce di fatto la barbarie e la prevaricazione, di cui ha consentito la nascita politico culturale e l’affermazione, ostacolando qualsiasi tentativo alternativo su basi classiste, liquidato come vetero.
L'attualità e la storia ci insegnano che la realtà è ben diversa, che la giustizia senza aggettivi non esiste, che sono sempre esistite tante giustizie parziali. E che chi comanda ha sempre cercato di far diventare legge la propria convenienza e i propri interessi, a danno di chi viene comandato (che, evidentemente, è portatore di convenienze e interessi differenti e contrapposti).
Nei sistemi a libero mercato a prevalere è la giustizia e il diritto del capitale, del mercato e della competitività. Essa è fatta su misura per gli interessi di chi detiene la ricchezza e il capitale: la classe borghese o padronato.
Secondo questa giustizia è legittimo che esistano le differenze sociali, che alcuni abbiano diritti non riconosciuti a tutti gli altri; che, quindi, al di là di enunciazioni solenni, gli individui siano titolari di libertà e diritti diversi: l’imprenditore e l’operaio, il parlamentare e il cittadino, il capitalista e il proletario, lo speculatore e il precario, ecc. Secondo questa logica di classe, quindi, possono legittimamente coesistere la ricchezza più sfrenata e la miseria più nera, il ricco padrone (libero) e il disoccupato o precario (oppresso e schiavo), il privilegio e la discriminazione.
Nei sistemi capitalisti gli interessi dei ricchi diventano legge, i bisogni dei discriminati sono condizionati e subalterni a essi (salari, pensioni, occupazione, precarietà, tasse, servizi, sanità, scuola). E’ legittimo ed equo, per fare un esempio, che un imprenditore guadagni quattrocentoventi volte lo stipendio (da fame) di un suo dipendente e costringere quest’ultimo a diritti di cittadinanza che non gli sono garantiti. La classe sociale economicamente prevalente, in questo modo, diventa classe dominante e chiama giustizia, democrazia e libertà la sua giustizia, la sua democrazia la sua libertà.
Quello che sta avvenendo in questi giorni dimostra più che mai la parzialità di classe di una giustizia che si adatta, fino a diventare su misura dei bisogni del prepotente di turno. A costui tutto è consentito: non può essere processato perché ha altro da fare. Può, però giudicare e punire i suoi giudici. L’arroganza del suo potere (che poi è il potere della classe cui appartiene) non conosce limiti. I suoi desideri sono legge, sono diritto, sono giustizia.
Costui (e in gran parte chi appartiene a classi privilegiate) non tenta nemmeno di mascherare o nascondere che il suo tentativo è di farsi i fatti propri. Di piegare, cioè la legge, il diritto e la libertà (già di classe) ai suoi bisogni e interessi prevalenti al momento (rendendo legittimi comportamenti non considerati tali finora), dimostrando oltre alla prepotenza e all’arroganza, un disprezzo verso i cittadini che giudica incapaci di valutare la realtà vera e condizionabili in ogni modo.
Quanto sta avvenendo, in questi giorni, dimostra il fondamento eversivo delle classi dominanti che, non contente del loro attuale potere e della conseguente sostanziale ingiustizia della nostra società, considerano la democrazia parlamentare un’inutile e fastidiosa sovrastruttura e, quando lo ritengono e ne hanno l'opportunità, modificano o manomettono anche le regole costituzionali a loro piacimento.
E l’opposizione che fa? Un contrasto di facciata che non impedisce di fatto la barbarie e la prevaricazione, di cui ha consentito la nascita politico culturale e l’affermazione, ostacolando qualsiasi tentativo alternativo su basi classiste, liquidato come vetero.
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