Quando si indice una manifestazione di protesta, lo si fa per evidenziare le cause di un malessere sociale e per attirare l’attenzione dei cittadini su qualcosa che altrimenti rimarrebbe sconosciuta.
Se questo è allora, occorre constatare che il messaggio che, anche grazie alle forzature dei mass media, è emerso dalla giornata degli indignati del 15 ottobre, ha annullato completamente quelle che erano e sono le ragioni dell’iniziativa, non allargando il consenso attorno a queste anzi fornendo alibi e scappatoie proprio a chi era l’oggetto della protesta.
E’ scomparso tutto dall’orizzonte: I tagli allo stato sociale, la disoccupazione galoppante, il precariato, la disperazione e la rabbia di tutti quelli che sono derubati del presente e del futuro, l’impoverimento della maggioranza dei cittadini e l’arricchimento senza freni di una minoranza, la speculazione finanziaria e la conseguente crescita forte dell’ingiustizia e della discriminazione sociale di pochi a danno di tanti.
A causa delle violenze di alcuni, non è stato possibile denunciare la continua violenza che subisce chi è impossibilitato a tirare avanti o lo fa a gran fatica, sacrifici e rinunce.
Queste questioni sono state completamente oscurate, grazie all’azione di pochi che con la loro violenza hanno stravolto l’iniziativa e impedito che, com’è avvenuto nel resto del mondo, la denuncia si alzasse forte e sonora dalle centinaia di migliaia di persone accorse a manifestare per segnare l’inizio di una stagione di lotta e di riscossa.
Il messaggio che è emerso invece è stato quello del disordine, del saccheggio e degli atti di vandalismo intollerabili verso i cittadini e delle violenze gratuite e ingiustificabili verso gli uomini delle forze dell’ordine che sono figli di lavoratori e lavoratori oppressi allo stesso modo di chi manifestava e che sono assurdamente diventati il nemico e il bersaglio delle violenze.
Questi “manifestanti” con il loro comportamento hanno fornito un aiuto inaspettato al Governo, al padronato e agli speculatori che oggi alla luce di quanto accaduto, hanno facile gioco a invocare l’ordine, il loro, e leggi liberticide. Il loro successo è tale che sono state vietate manifestazioni a Roma per i prossimi trenta giorni, a partire da quella della Fiom sulle questioni della Fincantieri.
Le violenze di sabato hanno fatto passare in secondo piano oltretutto le affermazioni eversive di personaggi istituzionali che continuano a prosperare sopra ogni legge e regola. Per costoro non c’è nessuna richiesta d’inasprimento di pene, non ci sono indagini ma impunità.
Il 15 ottobre nonostante tutto può essere una tappa importante se ne cogliamo il segnale. Quello che evidenzia la necessità di trovare un’interpretazione e una lettura originale e complessiva delle problematiche economiche e sociali che determinano l’attuale stato di cose. Assumendo la consapevolezza che ciò che viviamo non è determinato dal caso o dal destino cinico e baro e che l’arretramento economico e sociale subito dai discriminati è coinciso con l’arrembaggio economico e sociale dei privilegiati di cui è conseguenza.
Individuare cioè strumenti di analisi che permettano di risalire alle ragioni vere alla base della crescente disparità e ingiustizia sociale e ai soggetti veri che le determinano.
Due sono gli aspetti che indicano questa necessità.
Da una parte il bisogno di contrastare le ragioni ipocrite di chi accusa il movimento di essere antipolitico, come se la politica fosse un’entità astratta e soprannaturale, come se quella attuale fosse l’unica politica possibile. Costoro difendono una democrazia politica di parte che permette a gruppi di potere di usare gli strumenti democratici a loro esclusivo vantaggio, piegando le leggi a proprio piacimento, tagliando demagogicamente, in nome dell’interesse nazionale, le pensioni, precarizzando e affamando i cittadini. Sono proprio costoro che continuano a dichiararsi di sinistra usurpando fraudolentemente uno spazio politico che non appartiene loro perché ormai sono aperti sostenitori del liberismo, del mercato e delle privatizzazioni, al pari di chi governa, al quale non si oppone se non per competere per il posto di capotavola (altro che altra sinistra …).
L’altro aspetto riguarda la marginalizzazione e la rinuncia attuale del movimento a dare un’interpretazione e una lettura complessiva, organica e conseguente sulle cause e le responsabilità che determinano l’ingiustizia e la discriminazione sociale attuale.
Se da una parte è stato giusto relegare i partiti che avevano aderito alla giornata di lotta alla coda del corteo, per segnalare i difetti e gli errori del partitismo e del politicismo interclassista privo di scelte strategiche alternative, dall’altra parte, ciò ha segnalato anche sul piano organizzativo la rinuncia alla ricerca analitica delle cause dell’attuale malessere sociale e degli strumenti che solo un’utopia può fornire perché altrimenti non è possibile individuarne i responsabili, relegando le iniziative ad una pura ed esclusiva denuncia e protesta indefinita. Occorre invece avere acquisire la consapevolezza che alla radice di tutto sono la competizione sociale delle classi ed i meccanismi ad esse collegati.
In questo modo emergerà con chiarezza la collocazione che dovranno assumere le organizzazioni dei lavoratori e dei discriminati: Alla testa non alla coda del movimento e delle sue manifestazioni.
Occorre avere la consapevolezza che l’ingiustizia sociale di cui è vittima la maggior parte dei cittadini non è casuale, che i ripetuti tagli allo stato sociale non servono al Paese ma ad arricchire chi ricco già lo è: Capitalisti, padroni e speculatori. Questi ultimi all’unisono privano i lavoratori, i giovani e i pensionati dei loro diritti sociali e contrattuali e della loro libertà traducendoli in nuovi diritti e libertà per loro.
Per questo occorre dire basta a una finta sinistra che ha fatto proprie le tesi e gli interessi del padronato, del liberismo e del mercato e ha tradito gli interessi dei lavoratori costringendoli a subire e a pagare i costi di una crisi di cui non sono responsabili per “salvare” il Paese mentre i padroni de localizzano e licenziano.
Ricostruire e rilanciare perciò sulle analisi nuove energie politiche e sindacali che lottino coerentemente e conseguentemente per i diritti e gli interessi degli oppressi e dei discriminati ponendosi alla testa e non alla coda del movimento e della lotta.
martedì 18 ottobre 2011
sabato 8 ottobre 2011
I veri responsabili della strage di Barletta
Quattro euro l’ora, fino a quattordici ore al giorno di lavoro.
Questo, secondo il racconto dei parenti delle quattro operaie morte nel crollo della palazzina di Barletta, avrebbero percepito le donne che lavoravano, sempre secondo quanto si è appreso, a nero all'interno della maglieria travolta dalle macerie dell'edificio.
Ancora oggi è possibile riscontrare condizioni lavorative ben al di sotto di ogni limite di tolleranza.
Non sono state e non sono sufficienti tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro e che costringono i lavoratori al ricatto continuo di rinunciare ai diritti contrattuali e civili di un equo salario in condizioni lavorative dignitose Senza contratto e ricompensate con quattro euro l’ora, anche per quattordici ore il giorno..
In un’epoca contrassegnata dal liberismo, dal mercato e dalla competitività internazionale, con un padronato arrogante e agguerrito, che intende cancellare tutte le regole di progresso e di civiltà costate lacrime e sangue, i lavoratori e le lavoratrici sono costretti per tirare a campare a subire condizioni lavorative inaccettabili e incivili.
Chi ha la responsabilità di queste morti?
A quello che è dato sapere il Pubblico Ministero interessato indaga per i reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime e ha effettuato le iscrizioni al termine di tre giorni di interrogatori e di acquisizione di atti. Sarebbero interessati agli atti alcuni dipendenti comunali, l’amministratore di una società costruttrice che stava svolgendo lavori nelle vicinanze per verificare se i lavori eseguiti dall’impresa possano aver contribuito al disastro, e il titolare del maglificio in cui sono morte le donne, che nel disastro ha perso una figlia di quattordici anni, per accertarne la correttezza.
Non vi sono, al momento altri coinvolgimenti.
E’ illuminante quanto dichiarato dal sindaco di Barletta Nicola Maffei. ''Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone'', ha sostenuto il primo cittadino. ''Qualora sia accertato che le operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma lavoravano in nero o in condizioni di sicurezza precarie, questo significherebbe soltanto che si tratta di un fenomeno diffuso anche da noi, qui in città''.
Le affermazioni del sindaco oltre a sminuire le responsabilità locali enunciano molto semplicemente la realtà che tutti conosciamo. La realtà che vede il crescente impoverimento e l’inarrestabile precarizzazione dei lavoratori e li costringe a subire condizioni di lavoro e di salario infami. Che li obbliga, pena il licenziamento o la delocalizzazione aziendale, a subire l’arroganza padronale che li priva dei diritti acquisiti. L’aumento crescente del costo della vita, i ticket sanitari, le tasse, i continui tagli dello stato sociale fanno il resto.
E’ più che probabile che si tratti di un fenomeno diffuso a Barletta certo, ma dilagante in tutta l’area capitalista a libero mercato dove a farla da padrone, sono le leggi del profitto e della competitività globale con le loro spietate ligiche.
Le grandi aziende dell’abbigliamento, nella corsa inarrestabile al profitto, decentrano la loro attività dando lavoro conto terzi. In questo modo ricattano il “piccolo imprenditore” o padroncino strozzandolo con compensi non remunerativi per lui, ma fin troppo convenienti per loro e costringendolo ad caricarsi degli obblighi lavorativi e contrattuali verso i dipendenti, liberando e scaricando da ogni responsabilità civile, penale o contrattuale le aziende committenti.
Quest’ultime, con i loro avidi proprietari non saranno mai chiamati a rispondere dei reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime o di sfruttamento di riduzione in schiavitù dei lavoratori. Pagheranno però, pur con le loro responsabilità che saranno accertate, figure di contorno che non sono la causa, semmai lo strumento di quanto accade. E tutto può tranquillamente continuare.
Vi è poi un’altra grande responsabilità che non sarà mai accertata e che non produrrà punizioni di nessun tipo, nemmeno morali, perché nessuno, oggi, pensa di attribuire: Quella delle istituzioni e dei Governi, di centrodestra e di centro”sinistra” che hanno sposato le tesi liberiste del padronato e del mercato operando “riforme” che hanno cancellato leggi e norme di civiltà e di progresso fondamentali, che hanno rotto i contratti di lavoro e con essi le regole e le certezze per le quali i lavoratori hanno combattuto. Governi che hanno permesso un gigantesco spostamento di ricchezza verso i pochi capitalisti a danno dei cittadini, dei lavoratori, dei precari e dei pensionati, attraverso un sistema fiscale perverso e persecutorio verso i redditi fissi, attraverso il taglio delle pensioni, attraverso le liberalizzazioni e le privatizzazioni, attraverso finanziarie e leggi che hanno, non è retorica, affamato i redditi fissi e tolto ai giovani qualsiasi speranza sul presente e sul futuro. Attraverso politiche che tutto hanno fatto tutto fuorché preoccuparsi di creare lavoro.
Vi è in ultimo la responsabilità del sindacato e dei partiti della “sinistra” che sposando le tesi liberiste - capitaliste, concertative, flessibiliste e patriottiche hanno lasciato soli i lavoratori davanti all’attacco di classe favorendo l’arroganza padronale e determinando l’arretramento e la sconfitta attuale dei lavoratori.
Questo, secondo il racconto dei parenti delle quattro operaie morte nel crollo della palazzina di Barletta, avrebbero percepito le donne che lavoravano, sempre secondo quanto si è appreso, a nero all'interno della maglieria travolta dalle macerie dell'edificio.
Ancora oggi è possibile riscontrare condizioni lavorative ben al di sotto di ogni limite di tolleranza.
Non sono state e non sono sufficienti tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro e che costringono i lavoratori al ricatto continuo di rinunciare ai diritti contrattuali e civili di un equo salario in condizioni lavorative dignitose Senza contratto e ricompensate con quattro euro l’ora, anche per quattordici ore il giorno..
In un’epoca contrassegnata dal liberismo, dal mercato e dalla competitività internazionale, con un padronato arrogante e agguerrito, che intende cancellare tutte le regole di progresso e di civiltà costate lacrime e sangue, i lavoratori e le lavoratrici sono costretti per tirare a campare a subire condizioni lavorative inaccettabili e incivili.
Chi ha la responsabilità di queste morti?
A quello che è dato sapere il Pubblico Ministero interessato indaga per i reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime e ha effettuato le iscrizioni al termine di tre giorni di interrogatori e di acquisizione di atti. Sarebbero interessati agli atti alcuni dipendenti comunali, l’amministratore di una società costruttrice che stava svolgendo lavori nelle vicinanze per verificare se i lavori eseguiti dall’impresa possano aver contribuito al disastro, e il titolare del maglificio in cui sono morte le donne, che nel disastro ha perso una figlia di quattordici anni, per accertarne la correttezza.
Non vi sono, al momento altri coinvolgimenti.
E’ illuminante quanto dichiarato dal sindaco di Barletta Nicola Maffei. ''Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone'', ha sostenuto il primo cittadino. ''Qualora sia accertato che le operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma lavoravano in nero o in condizioni di sicurezza precarie, questo significherebbe soltanto che si tratta di un fenomeno diffuso anche da noi, qui in città''.
Le affermazioni del sindaco oltre a sminuire le responsabilità locali enunciano molto semplicemente la realtà che tutti conosciamo. La realtà che vede il crescente impoverimento e l’inarrestabile precarizzazione dei lavoratori e li costringe a subire condizioni di lavoro e di salario infami. Che li obbliga, pena il licenziamento o la delocalizzazione aziendale, a subire l’arroganza padronale che li priva dei diritti acquisiti. L’aumento crescente del costo della vita, i ticket sanitari, le tasse, i continui tagli dello stato sociale fanno il resto.
E’ più che probabile che si tratti di un fenomeno diffuso a Barletta certo, ma dilagante in tutta l’area capitalista a libero mercato dove a farla da padrone, sono le leggi del profitto e della competitività globale con le loro spietate ligiche.
Le grandi aziende dell’abbigliamento, nella corsa inarrestabile al profitto, decentrano la loro attività dando lavoro conto terzi. In questo modo ricattano il “piccolo imprenditore” o padroncino strozzandolo con compensi non remunerativi per lui, ma fin troppo convenienti per loro e costringendolo ad caricarsi degli obblighi lavorativi e contrattuali verso i dipendenti, liberando e scaricando da ogni responsabilità civile, penale o contrattuale le aziende committenti.
Quest’ultime, con i loro avidi proprietari non saranno mai chiamati a rispondere dei reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime o di sfruttamento di riduzione in schiavitù dei lavoratori. Pagheranno però, pur con le loro responsabilità che saranno accertate, figure di contorno che non sono la causa, semmai lo strumento di quanto accade. E tutto può tranquillamente continuare.
Vi è poi un’altra grande responsabilità che non sarà mai accertata e che non produrrà punizioni di nessun tipo, nemmeno morali, perché nessuno, oggi, pensa di attribuire: Quella delle istituzioni e dei Governi, di centrodestra e di centro”sinistra” che hanno sposato le tesi liberiste del padronato e del mercato operando “riforme” che hanno cancellato leggi e norme di civiltà e di progresso fondamentali, che hanno rotto i contratti di lavoro e con essi le regole e le certezze per le quali i lavoratori hanno combattuto. Governi che hanno permesso un gigantesco spostamento di ricchezza verso i pochi capitalisti a danno dei cittadini, dei lavoratori, dei precari e dei pensionati, attraverso un sistema fiscale perverso e persecutorio verso i redditi fissi, attraverso il taglio delle pensioni, attraverso le liberalizzazioni e le privatizzazioni, attraverso finanziarie e leggi che hanno, non è retorica, affamato i redditi fissi e tolto ai giovani qualsiasi speranza sul presente e sul futuro. Attraverso politiche che tutto hanno fatto tutto fuorché preoccuparsi di creare lavoro.
Vi è in ultimo la responsabilità del sindacato e dei partiti della “sinistra” che sposando le tesi liberiste - capitaliste, concertative, flessibiliste e patriottiche hanno lasciato soli i lavoratori davanti all’attacco di classe favorendo l’arroganza padronale e determinando l’arretramento e la sconfitta attuale dei lavoratori.
sabato 1 ottobre 2011
Le “riforme coraggiose, urgenti e profonde” di Emma Marcegaglia e della Confindustria
Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha presentato alla stampa il Manifesto-Progetto delle imprese per l'Italia. "Siamo pronti a fare la nostra parte come imprese" ha coraggiosamente esordito illustrando le priorità, secondo Confindustria, Abi (associazione banche), piccole e medie imprese, coop, Ania (associazione nazionale delle assicurazioni),contenute nel documento.
“Salvare l’Italia non è uno slogan retorico”, ha detto la patriottica rappresentante del padronato italiano. ”Non si può assistere inerti a questa spirale. E’ in gioco più della credibilità del Governo e della politica (?). Sono a rischio anni e anni di sacrifici (sacrifici fatti da chi?) ”. E, continua, “è a rischio la possibilità di garantire ai nostri figli (i figli di chi?) un Paese con diritti ( come Pomigliano? e i contratti di lavoro? e l’art.8? e il lavoro precario? e i ticket sanitari? e le pensioni?), benessere e possibilità pari a quelli che abbiamo ( abbiamo chi?) avuto fino a oggi”.
La leader di Confindustria ha affermato ancora: "L'Italia è a un bivio: crescita o declino" per questo il documento contiene le proposte (innovative e coraggiose) al governo, del padronato italiano, per rilanciare l'economia. Qualora le proposte non trovassero ascolto e non ci fosse concretezza " non ci sarà più dialogo", cioè la Confindustria smetterà di sostenere l’attuale Governo.
Quali sono, per gli industriali italiani, le cose da fare urgentemente e concretamente?
Pensioni. La riduzione della spesa pubblica, a partire dalla riforma delle pensioni.
Per la Confindustria si deve aumentare l'età pensionabile per tutti a 65 anni, e “riformare” le pensioni d'anzianità (cioè eliminarle), limitando il pensionamento anticipato. Abrogare, inoltre, tutti i regimi speciali previsti dall'INPS e dagli enti previdenziali. "In questo modo – sostiene la “riformatrice coraggiosa” - si eliminerebbero privilegi che non trovano alcuna giustificazione", (ci sono forse privilegi che trovano giustificazione? Con quale diritto e legittimità la massima rappresentante del padronato italiano denuncia il privilegio visto che il padronato è fra i soggetti titolari di privilegio il principale?).
Ci vuole proprio un bel coraggio a proporre di tagliare le pensioni dopo quindici anni di tagli e dopo averla quasi completamente tolta alle giovani generazioni. Coraggio nelle scelte che, soprattutto, colpiscono i lavoratori ed i discriminati non certo i benestanti che non debbono certo vivere di stipendi e pensioni.
Le pensioni ormai taglieggiate e immiserite da venti anni di “rigorose e coraggiose riforme” operate da governi di ogni colore, per salvare l’Italia naturalmente (l’Italia di chi?), sono lo strumento sociale, che il padronato propone di decurtare ulteriormente, per salvare l’Italia naturalmente, attraverso il quale oggi le famiglie, in maniera sempre meno sufficiente, si sostituiscono allo stato per il sostentamento dei giovani derubati, tanto per parlare del diritto, del diritto al lavoro e a un’esistenza libera e dignitosa. Diritti tanto sonoramente affermati nella Costituzione, quanto negati nella realtà.
Riforma fiscale. La “riforma fiscale è un’altra delle cinque priorità indispensabili per la crescita individuate da Confindustria, sulle quali il Governo deve intervenire al più presto perché “ non c’è più tempo e si deve agire ora”. La prima azione da fare sarebbe ridurre il costo del lavoro(bella novità, non basta il cuneo fiscale varato dal Governo Prodi che regalò un 5% del salario differito alle aziende sottraendolo dalle tasche dei lavoratori), prolungando, ad esempio, la deduzione dalla base imponibile IRAP delle spese relative gli apprendisti. "Una misura per incentivare il lavoro giovanile" (diminuendo i costi per le povere aziende).
Incentivare l'innovazione, aumentando gli sgravi fiscali per i capitali investiti in ricerca e sviluppo e introducendo forme d’incentivazione stabili a sostegno delle quote di salario correlate a incrementi di produttività ed efficienza.
Prevedere da subito "l'aiuto alla crescita economica (ACE)" previsto dalla bozza di legge delega per la riforma fiscale e assistenziale, che consente una riduzione del prelievo Ires commisurata al nuovo capitale immesso nell'impresa.
Contrastare radicalmente, in ultimo, l'evasione fiscale. Come? Incentivando l'uso della moneta elettronica: cioè fissare a 500 euro il limite per l'utilizzo di contante, prevedendo premi fiscali legati all'aumento di reddito per far emergere il sommerso e obbligando anche le persone fisiche a indicare il proprio "stato patrimoniale" nella dichiarazione dei redditi.
“la patrimoniale andrebbe introdotta e dovrà servire ad abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro” sostiene la Marcegaglia. Di tutte le priorità fiscali enunciate dal Manifesto, che comportano vantaggi solo per padroni e imprese, con sgravi, incentivi e, addirittura premi fiscali legati all’aumento di reddito derivante dall’emersione del sommerso, non ce n’è alcuna che preveda sgravi fiscali per i lavoratori e i cittadini a reddito fisso, i quali, grazie al sostituto d’imposta che toglie loro le tasse senza che essi le abbiano potute nemmeno intascare, non potranno percepire alcun premio fiscale. Continueranno, però naturalmente, a pagare le tasse più di tutti e per tutti.
Cessione del patrimonio pubblico. Non vi sono dubbi, per Confindustria, Abi, Ania e rete imprese cooperative (comprese quelle di “sinistra”?) che hanno sottoscritto il documento: per stimolare la crescita bisogna cedere tutto il patrimonio immobiliare degli enti statali e locali. I proventi potrebbero così essere utilizzati "al di fuori dei limiti del Patto di stabilità interno, per opere pubbliche, manutenzione straordinaria e ristrutturazione del patrimonio esistente, anche a fini di efficienza energetica".
Chi, e quali categorie sociali, sarebbe in grado di approfittare di questa priorità, delle cessioni e dell’utilizzo dei proventi di queste, forse i lavoratori con il loro misero stipendio o gli operai in cassa integrazione della Fiat, o i precari, o i disoccupati, o i pensionati, oppure tutto questo provocherà profitto per i soliti noti, intrallazzi e corruzione?
Liberalizzazione e semplificazione. La trovata “innovativa” della Confindustria è chiara: liberalizzare tutto. Trasporti, attività economiche, servizi professionali, vietando la fissazione di tariffe ( a vantaggio e a danno di chi?) e riformando gli ordini professionali. Per la semplificazione, bisogna investire nell'informatizzazione dei processi e dei documenti, così da velocizzare il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Le solite “proposte disinteressate” di chi approfittando della crisi vuole mettere le mani e legare ad una logica di profitto attività e servizi ai danni dei cittadini.
Infrastrutture ed efficienza energetica. Convertire le infrastrutture italiane, sostengono i disinteressati imprenditori, è una misura sempre più urgente. Per farlo, le soluzioni proposte sono molteplici, partendo dall'incentivare il coinvolgimento della finanza privata negli investimenti pubblici. Bisogna "concentrare le risorse sulle grandi priorità infrastrutturali - scrivono - d'interesse europeo e nazionale, e su pacchetti di piccole opere" (…. soldi alle imprese e tangenti ai politici).
Per l'efficienza energetica si dovrebbero, come minimo, prorogare gli incentivi fiscali (ma va e a favore di chi?) fino al 2020, pensando nel frattempo a introdurre una normativa per promuovere l'uso di standard tecnologici più efficienti in tutti i nuovi investimenti. E gli industriali di efficienza ne hanno dimostrata fin troppa nell’arricchirsi a spese di tutti in attività strategiche come l’energia, i trasporti, acqua, ecc.
Il manifesto, quindi, non dice nulla di nuovo e di diverso da quanto il padronato nostrano va dicendo da sempre e, in modo più insistente, dagli ultimi trenta anni, contrabbandando i propri interessi con il bene nazionale. Nulla nel manifesto è previsto, nonostante i roboanti proclami sulla parte di sacrifici che dovrebbero dare loro, riservando il loro coraggio solo per affermare la parte degli altri.
“Siamo pronti a fare la nostra parte come imprese” dice la Marcegaglia. In che modo? Questo non è detto nel loro manifesto.
Sono forse disponibili:
A non de localizzare le loro imprese per lucrare sulla manodopera sfruttando gli occupati all’estero e licenziando gli operai italiani che dicono di voler salvare?
A mettere fine al precariato che distrugge la libertà dei giovani e consente loro di arricchirsi alle loro spalle privandoli della libertà?
A non condizionare i lavoratori con il ricatto: o lavoro o diritti?
A non mettere in discussione i Contratti nazionali di lavoro?
A pagare le tasse e non portare i capitali all’estero?
Queste sono solo alcune delle tante domande, che si potrebbero fare.
La realtà è sotto gli occhi di tutti: Gli imprenditori sono a carico dello Stato (il loro), finanziato però dai lavoratori, nonostante ciò, essi contestano lo Stato e i Governi di ogni colore che, li hanno mantenuti per decenni a nostre spese attraverso politiche su misura e di classe, concessioni e finanziamenti. Ora cercano di rilanciarsi attraverso pseudo priorità “coraggiose e innovative” che invece ripetono e ripropongono ancora una volta come salvifici i triti interessi padronali, per costringere i discriminati a piegare ancora la schiena in attesa di un futuro migliore che, per loro, non verrà mai.
“Salvare l’Italia non è uno slogan retorico”, ha detto la patriottica rappresentante del padronato italiano. ”Non si può assistere inerti a questa spirale. E’ in gioco più della credibilità del Governo e della politica (?). Sono a rischio anni e anni di sacrifici (sacrifici fatti da chi?) ”. E, continua, “è a rischio la possibilità di garantire ai nostri figli (i figli di chi?) un Paese con diritti ( come Pomigliano? e i contratti di lavoro? e l’art.8? e il lavoro precario? e i ticket sanitari? e le pensioni?), benessere e possibilità pari a quelli che abbiamo ( abbiamo chi?) avuto fino a oggi”.
La leader di Confindustria ha affermato ancora: "L'Italia è a un bivio: crescita o declino" per questo il documento contiene le proposte (innovative e coraggiose) al governo, del padronato italiano, per rilanciare l'economia. Qualora le proposte non trovassero ascolto e non ci fosse concretezza " non ci sarà più dialogo", cioè la Confindustria smetterà di sostenere l’attuale Governo.
Quali sono, per gli industriali italiani, le cose da fare urgentemente e concretamente?
Pensioni. La riduzione della spesa pubblica, a partire dalla riforma delle pensioni.
Per la Confindustria si deve aumentare l'età pensionabile per tutti a 65 anni, e “riformare” le pensioni d'anzianità (cioè eliminarle), limitando il pensionamento anticipato. Abrogare, inoltre, tutti i regimi speciali previsti dall'INPS e dagli enti previdenziali. "In questo modo – sostiene la “riformatrice coraggiosa” - si eliminerebbero privilegi che non trovano alcuna giustificazione", (ci sono forse privilegi che trovano giustificazione? Con quale diritto e legittimità la massima rappresentante del padronato italiano denuncia il privilegio visto che il padronato è fra i soggetti titolari di privilegio il principale?).
Ci vuole proprio un bel coraggio a proporre di tagliare le pensioni dopo quindici anni di tagli e dopo averla quasi completamente tolta alle giovani generazioni. Coraggio nelle scelte che, soprattutto, colpiscono i lavoratori ed i discriminati non certo i benestanti che non debbono certo vivere di stipendi e pensioni.
Le pensioni ormai taglieggiate e immiserite da venti anni di “rigorose e coraggiose riforme” operate da governi di ogni colore, per salvare l’Italia naturalmente (l’Italia di chi?), sono lo strumento sociale, che il padronato propone di decurtare ulteriormente, per salvare l’Italia naturalmente, attraverso il quale oggi le famiglie, in maniera sempre meno sufficiente, si sostituiscono allo stato per il sostentamento dei giovani derubati, tanto per parlare del diritto, del diritto al lavoro e a un’esistenza libera e dignitosa. Diritti tanto sonoramente affermati nella Costituzione, quanto negati nella realtà.
Riforma fiscale. La “riforma fiscale è un’altra delle cinque priorità indispensabili per la crescita individuate da Confindustria, sulle quali il Governo deve intervenire al più presto perché “ non c’è più tempo e si deve agire ora”. La prima azione da fare sarebbe ridurre il costo del lavoro(bella novità, non basta il cuneo fiscale varato dal Governo Prodi che regalò un 5% del salario differito alle aziende sottraendolo dalle tasche dei lavoratori), prolungando, ad esempio, la deduzione dalla base imponibile IRAP delle spese relative gli apprendisti. "Una misura per incentivare il lavoro giovanile" (diminuendo i costi per le povere aziende).
Incentivare l'innovazione, aumentando gli sgravi fiscali per i capitali investiti in ricerca e sviluppo e introducendo forme d’incentivazione stabili a sostegno delle quote di salario correlate a incrementi di produttività ed efficienza.
Prevedere da subito "l'aiuto alla crescita economica (ACE)" previsto dalla bozza di legge delega per la riforma fiscale e assistenziale, che consente una riduzione del prelievo Ires commisurata al nuovo capitale immesso nell'impresa.
Contrastare radicalmente, in ultimo, l'evasione fiscale. Come? Incentivando l'uso della moneta elettronica: cioè fissare a 500 euro il limite per l'utilizzo di contante, prevedendo premi fiscali legati all'aumento di reddito per far emergere il sommerso e obbligando anche le persone fisiche a indicare il proprio "stato patrimoniale" nella dichiarazione dei redditi.
“la patrimoniale andrebbe introdotta e dovrà servire ad abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro” sostiene la Marcegaglia. Di tutte le priorità fiscali enunciate dal Manifesto, che comportano vantaggi solo per padroni e imprese, con sgravi, incentivi e, addirittura premi fiscali legati all’aumento di reddito derivante dall’emersione del sommerso, non ce n’è alcuna che preveda sgravi fiscali per i lavoratori e i cittadini a reddito fisso, i quali, grazie al sostituto d’imposta che toglie loro le tasse senza che essi le abbiano potute nemmeno intascare, non potranno percepire alcun premio fiscale. Continueranno, però naturalmente, a pagare le tasse più di tutti e per tutti.
Cessione del patrimonio pubblico. Non vi sono dubbi, per Confindustria, Abi, Ania e rete imprese cooperative (comprese quelle di “sinistra”?) che hanno sottoscritto il documento: per stimolare la crescita bisogna cedere tutto il patrimonio immobiliare degli enti statali e locali. I proventi potrebbero così essere utilizzati "al di fuori dei limiti del Patto di stabilità interno, per opere pubbliche, manutenzione straordinaria e ristrutturazione del patrimonio esistente, anche a fini di efficienza energetica".
Chi, e quali categorie sociali, sarebbe in grado di approfittare di questa priorità, delle cessioni e dell’utilizzo dei proventi di queste, forse i lavoratori con il loro misero stipendio o gli operai in cassa integrazione della Fiat, o i precari, o i disoccupati, o i pensionati, oppure tutto questo provocherà profitto per i soliti noti, intrallazzi e corruzione?
Liberalizzazione e semplificazione. La trovata “innovativa” della Confindustria è chiara: liberalizzare tutto. Trasporti, attività economiche, servizi professionali, vietando la fissazione di tariffe ( a vantaggio e a danno di chi?) e riformando gli ordini professionali. Per la semplificazione, bisogna investire nell'informatizzazione dei processi e dei documenti, così da velocizzare il rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Le solite “proposte disinteressate” di chi approfittando della crisi vuole mettere le mani e legare ad una logica di profitto attività e servizi ai danni dei cittadini.
Infrastrutture ed efficienza energetica. Convertire le infrastrutture italiane, sostengono i disinteressati imprenditori, è una misura sempre più urgente. Per farlo, le soluzioni proposte sono molteplici, partendo dall'incentivare il coinvolgimento della finanza privata negli investimenti pubblici. Bisogna "concentrare le risorse sulle grandi priorità infrastrutturali - scrivono - d'interesse europeo e nazionale, e su pacchetti di piccole opere" (…. soldi alle imprese e tangenti ai politici).
Per l'efficienza energetica si dovrebbero, come minimo, prorogare gli incentivi fiscali (ma va e a favore di chi?) fino al 2020, pensando nel frattempo a introdurre una normativa per promuovere l'uso di standard tecnologici più efficienti in tutti i nuovi investimenti. E gli industriali di efficienza ne hanno dimostrata fin troppa nell’arricchirsi a spese di tutti in attività strategiche come l’energia, i trasporti, acqua, ecc.
Il manifesto, quindi, non dice nulla di nuovo e di diverso da quanto il padronato nostrano va dicendo da sempre e, in modo più insistente, dagli ultimi trenta anni, contrabbandando i propri interessi con il bene nazionale. Nulla nel manifesto è previsto, nonostante i roboanti proclami sulla parte di sacrifici che dovrebbero dare loro, riservando il loro coraggio solo per affermare la parte degli altri.
“Siamo pronti a fare la nostra parte come imprese” dice la Marcegaglia. In che modo? Questo non è detto nel loro manifesto.
Sono forse disponibili:
A non de localizzare le loro imprese per lucrare sulla manodopera sfruttando gli occupati all’estero e licenziando gli operai italiani che dicono di voler salvare?
A mettere fine al precariato che distrugge la libertà dei giovani e consente loro di arricchirsi alle loro spalle privandoli della libertà?
A non condizionare i lavoratori con il ricatto: o lavoro o diritti?
A non mettere in discussione i Contratti nazionali di lavoro?
A pagare le tasse e non portare i capitali all’estero?
Queste sono solo alcune delle tante domande, che si potrebbero fare.
La realtà è sotto gli occhi di tutti: Gli imprenditori sono a carico dello Stato (il loro), finanziato però dai lavoratori, nonostante ciò, essi contestano lo Stato e i Governi di ogni colore che, li hanno mantenuti per decenni a nostre spese attraverso politiche su misura e di classe, concessioni e finanziamenti. Ora cercano di rilanciarsi attraverso pseudo priorità “coraggiose e innovative” che invece ripetono e ripropongono ancora una volta come salvifici i triti interessi padronali, per costringere i discriminati a piegare ancora la schiena in attesa di un futuro migliore che, per loro, non verrà mai.
sabato 24 settembre 2011
"Prima la pace, poi lo Stato. E solo attraverso negoziati diretti".
E’ quanto ha risposto il premier israeliano Benyamin Netanyahu alla richiesta avanzata dai dirigenti palestinesi all’Onu, tesa a ottenere il riconoscimento dello stato di Palestina entro i confini del 4 giugno del 1967 con Gerusalemme est capitale.
Netanyahu, pur facendo riferimento alla pace, con la sua frase sintetizza l’arroganza e la prepotenza della posizione israeliana. Di un paese cioè che contando sulla forza delle proprie armi e sull’appoggio perenne degli Stati Uniti, che hanno permesso e garantito la recente nascita dello stato d’Israele sulla terra di Palestina, pretende di dettare le condizioni per il riconoscimento del diritto all’esistenza di un altro popolo sul territorio su cui da sempre i palestinesi hanno vissuto.
Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo Benyamin Netanyahu, sarebbe condizionato, dal preventivo riconoscimento dello stato di Israele e dalla pace con esso. La strumentalità di questa posizione appare evidente: Quale entità nazionale, geografica e politica potrebbe e dovrebbe fare la pace con Israele se non ne esiste alcuna riconosciuta da parte palestinese?
Perché la nazione di Israele è uno stato riconosciuto anche in sede Onu, mentre la nazione palestinese no?
Perché e sulla base di quale ragione, Israele pretende di condizionare il riconoscimento del diritto all'esistenza in vita di una forma stato di un altro popolo, quello palestinese?
Dal 1967, anno della guerra dei sei giorni, Israele occupa buona parte dei territori palestinesi, e, con la scusa della sicurezza interna, porta avanti con la forza delle armi una politica aggressiva di colonizzazione di quel territorio, con consistenti e inarrestabili insediamenti abitativi armati cacciando ed espellendo dalla propria terra i palestinesi.
Tutto ciò non acuisce la crisi e rende sempre più improbabili le possibilità di pace?
La realtà dei fatti è che non conviene a Israele arrivare a una pace perché, nelle condizioni attuali, con il pretesto della propria sicurezza nazionale, riesce ad allargare con la forza ininterrottamente da più di quaranta anni i propri confini. Nel frattempo l’intero popolo palestinese è sottoposto a una feroce e aggressiva occupazione militare e umiliato sulla propria terra.
Il Presidente palestinese nel suo intervento di ieri alle Nazioni Unite ha attribuito la responsabilità per il fallimento dei negoziati di pace a Israele, che ha accusato di cimentarsi in una «politica colonialista» verso gli arabi che si somma «all'occupazione militarizzata» dei Territori palestinesi. «Israele continua la sua campagna demolitrice e la sua pulizia etnica verso i palestinesi» ha detto Abu Mazen, rilevando che tale aggressione non risparmia i «luoghi sacri» arabi. Il Presidente palestinese ha chiarito che il suo discorso non intende «isolare o a delegittimare Israele», ma «delegittimare la sistematica colonizzazione» dei Territori palestinesi.
«Dichiaro qui che l'Olp è pronto a tornare immediatamente al tavolo del negoziato» se cesseranno le «attività d’insediamento» nei Territori occupati.
Il consenso ricevuto dall’intervento all’Onu di Abu Mazen fa sperare che le giuste richieste palestinesi vengano accolte, superando il preannunciato veto americano che, grazie a regole ingiuste diventa determinante.
Il consenso ricevuto dall’intervento di Abu Mazen all’Onu fa sperare che quest’organismo dimostri, nonostante tutto, la sua autonomia contribuendo alla libertà e al diritto del popolo palestinese e non alimentando il sospetto di intervenire solo quando interessi agli Stati Uniti, alle banche e al mercato.
Netanyahu, pur facendo riferimento alla pace, con la sua frase sintetizza l’arroganza e la prepotenza della posizione israeliana. Di un paese cioè che contando sulla forza delle proprie armi e sull’appoggio perenne degli Stati Uniti, che hanno permesso e garantito la recente nascita dello stato d’Israele sulla terra di Palestina, pretende di dettare le condizioni per il riconoscimento del diritto all’esistenza di un altro popolo sul territorio su cui da sempre i palestinesi hanno vissuto.
Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo Benyamin Netanyahu, sarebbe condizionato, dal preventivo riconoscimento dello stato di Israele e dalla pace con esso. La strumentalità di questa posizione appare evidente: Quale entità nazionale, geografica e politica potrebbe e dovrebbe fare la pace con Israele se non ne esiste alcuna riconosciuta da parte palestinese?
Perché la nazione di Israele è uno stato riconosciuto anche in sede Onu, mentre la nazione palestinese no?
Perché e sulla base di quale ragione, Israele pretende di condizionare il riconoscimento del diritto all'esistenza in vita di una forma stato di un altro popolo, quello palestinese?
Dal 1967, anno della guerra dei sei giorni, Israele occupa buona parte dei territori palestinesi, e, con la scusa della sicurezza interna, porta avanti con la forza delle armi una politica aggressiva di colonizzazione di quel territorio, con consistenti e inarrestabili insediamenti abitativi armati cacciando ed espellendo dalla propria terra i palestinesi.
Tutto ciò non acuisce la crisi e rende sempre più improbabili le possibilità di pace?
La realtà dei fatti è che non conviene a Israele arrivare a una pace perché, nelle condizioni attuali, con il pretesto della propria sicurezza nazionale, riesce ad allargare con la forza ininterrottamente da più di quaranta anni i propri confini. Nel frattempo l’intero popolo palestinese è sottoposto a una feroce e aggressiva occupazione militare e umiliato sulla propria terra.
Il Presidente palestinese nel suo intervento di ieri alle Nazioni Unite ha attribuito la responsabilità per il fallimento dei negoziati di pace a Israele, che ha accusato di cimentarsi in una «politica colonialista» verso gli arabi che si somma «all'occupazione militarizzata» dei Territori palestinesi. «Israele continua la sua campagna demolitrice e la sua pulizia etnica verso i palestinesi» ha detto Abu Mazen, rilevando che tale aggressione non risparmia i «luoghi sacri» arabi. Il Presidente palestinese ha chiarito che il suo discorso non intende «isolare o a delegittimare Israele», ma «delegittimare la sistematica colonizzazione» dei Territori palestinesi.
«Dichiaro qui che l'Olp è pronto a tornare immediatamente al tavolo del negoziato» se cesseranno le «attività d’insediamento» nei Territori occupati.
Il consenso ricevuto dall’intervento all’Onu di Abu Mazen fa sperare che le giuste richieste palestinesi vengano accolte, superando il preannunciato veto americano che, grazie a regole ingiuste diventa determinante.
Il consenso ricevuto dall’intervento di Abu Mazen all’Onu fa sperare che quest’organismo dimostri, nonostante tutto, la sua autonomia contribuendo alla libertà e al diritto del popolo palestinese e non alimentando il sospetto di intervenire solo quando interessi agli Stati Uniti, alle banche e al mercato.
venerdì 9 settembre 2011
Linguaggi fumosi e negazione delle differenze sociali
Il Presidente della Repubblica, nel mentre in Parlamento si stanno prendendo decisioni che peggioreranno molto la vita dei cittadini italiani, in particolare quelli a reddito fisso (lavoratori e pensionati), interpretando il suo ruolo di garante e custode super partes della Costituzione e dei “valori” nazionali, tenta di rilanciare un discorso “unitario” o meglio interclassista, nel tentativo di convincere il popolo che sì, ci sono cose che non vanno ma che esistono tutte le condizioni per la rinascita del Paese e con essa per il superamento dei problemi esistenti, basta solo che, tutti insieme si lavori per risanare la finanza pubblica e si superi la crisi.
Il Presidente si riferisce subito all'ondata di antipolitica che scuote il Paese. Napolitano, in sintesi, invita a non generalizzare: "Oggi bisogna prestare qualche attenzione all'uso dilagante di certe espressioni come casta politica o si rischia di diventare come la notte in cui tutto è grigio e diventa nero. Non posso che parlare del Parlamento come di un’istituzione fondamentale, insostituibile, irrinunciabile e con una funzione pedagogica".
Si potrebbe dire che il suo sforzo, teso a smorzare la rabbia crescente dei cittadini taglieggiati verso una classe politica intoccabile e privilegiata, è sovrumano, ma è destinato a fallire. Infatti, anche se non esistono, allo stato attuale dei fatti, aggregazioni politiche che denuncino l’esistenza conclamata e dilagante dell’ingiustizia e della discriminazione sociale è vero, però, che la maggior parte dei cittadini, che paga sulla propria pelle le scelte che governo e padronato stanno portando avanti da tempo, che vede diminuire i suoi diritti, peggiorare le proprie condizioni economiche, azzerare i servizi e cancellare il proprio futuro, un giudizio di fondo, che non è qualunquismo, sull’attuale classe dirigente: Governo, Parlamentari e imprenditori, l’ha definitivamente dato con una parola che oggi va molto di moda: Casta (coloro che condividono una medesima condizione sociale ed economica diversa e privilegiata rispetto quella di altri, la maggioranza, che di conseguenza sono discriminati).
La parola “casta” o privilegio sicuramente più “moderna” sostituisce quella che molti, compreso Napolitano usavano fino a pochi anni fa: Classe o discriminazione.
Denunciare l’esistenza di una casta o differenziazione di classe non può essere solo lo scoop di qualche avveduto giornalista che cerca di diffondere la convinzione per cui il privilegio è un’esclusiva dei soli parlamentari. Di questa realtà, si stanno convincendo masse crescenti di discriminati che, davanti al drammatico peggioramento delle loro condizioni di vita, vedono permanere, anzi aumentare il privilegio, la ricchezza di pochi e la disuguaglianza, in barba alla Costituzione.
Napolitano, dimenticandosi delle proprie convinzioni (?) giovanili, di quando da dirigente del Partito Comunista Italiano si schierava dalla parte dei deboli e dei discriminati contro l’ingiustizia e la prepotenza padronale, oggi cerca di far credere che sostenere le stesse analisi e denunciare l’esistenza del privilegio, sia far proprie tesi antipolitiche o qualunquiste, simili a quelle che determinarono l’avvento del fascismo in Italia e per questo siano un attacco alla politica (?) e, soprattutto alle istituzioni democratiche. Con l’occasione, Napolitano cita Antonio Gramsci e la sua riflessione sulla responsabilità della sinistra nella genesi del fascismo, facendo un improbabile parallelo con la situazione attuale e tentando di accreditare la tesi per cui, fra le tante responsabilità dei comunisti "fummo anche noi senza volerlo parte della dissoluzione generale della società italiana", dove "quel noi si riferiva alla parte che Gramsci rappresentava", ci sia anche quella di aver facilitato l'avvento del fascismo.
Napolitano fa, oggi, tali considerazioni, si appella al suo passato per disconoscerne, ancora una volta, le ragioni e taccia per antipolitica e attacco alle istituzioni il comportamento di chi, anche davanti alla realtà, oggi si ostina a parlare di casta e di privilegio.
Se esiste la casta e il privilegio, allora esiste l’ingiustizia e la discriminazione. Del resto come non definire privilegio quello di cui godono i parlamentari che tagliano pensioni e stipendi e, mentre aumentano le tasse per i cittadini e chiudono ospedali, mantengono intatte, al di la del fumo, le proprie condizioni e il proprio privilegio?
Come non definire casta quella della Confindustria e del padronato che incamera profitti enormi, di cui non è nemmeno possibile stabilire l’entità, che evade le tasse rifugiandosi nei paradisi fiscali, che de localizza le proprie aziende per risparmiare sulla manodopera (alla faccia dello spirito patriottico), che precarizza, che toglie il diritto di sciopero di malattia e che pretende di licenziare senza giusta causa ripristinando rapporti economici e sociali superati dal tempo e dalle lotte dei lavoratori?
"Per restare in Europa è necessario un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni ottanta e tanto meno negli anni settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa". E’ quanto sostiene il Presidente della Repubblica. Occorrerebbe che spiegasse cosa significa però oggi restare in Europa, a quale prezzo e perché mai i lavoratori, i pensionati e i precari dovrebbero desiderare di stare in Europa?
Ancora cosa significa esame di coscienza collettivo anche dei comportamenti individuali, a chi ci si riferisce? Quali sono i soggetti sociali che devono cambiare i propri comportamenti e le proprie aspettative e soprattutto in che modo, per mantenere una nostra prospettiva in Europa?
Sarebbe necessario forse un linguaggio più chiaro e diretto in una situazione come l’attuale. Sarebbe soprattutto necessario che il crescente malcontento dei lavoratori contro l’attuale evoluzione politico-economica trovasse adeguate voci e rappresentanza nel Paese e in tutti quei luoghi dove si decide sulla loro pelle.
Il Presidente si riferisce subito all'ondata di antipolitica che scuote il Paese. Napolitano, in sintesi, invita a non generalizzare: "Oggi bisogna prestare qualche attenzione all'uso dilagante di certe espressioni come casta politica o si rischia di diventare come la notte in cui tutto è grigio e diventa nero. Non posso che parlare del Parlamento come di un’istituzione fondamentale, insostituibile, irrinunciabile e con una funzione pedagogica".
Si potrebbe dire che il suo sforzo, teso a smorzare la rabbia crescente dei cittadini taglieggiati verso una classe politica intoccabile e privilegiata, è sovrumano, ma è destinato a fallire. Infatti, anche se non esistono, allo stato attuale dei fatti, aggregazioni politiche che denuncino l’esistenza conclamata e dilagante dell’ingiustizia e della discriminazione sociale è vero, però, che la maggior parte dei cittadini, che paga sulla propria pelle le scelte che governo e padronato stanno portando avanti da tempo, che vede diminuire i suoi diritti, peggiorare le proprie condizioni economiche, azzerare i servizi e cancellare il proprio futuro, un giudizio di fondo, che non è qualunquismo, sull’attuale classe dirigente: Governo, Parlamentari e imprenditori, l’ha definitivamente dato con una parola che oggi va molto di moda: Casta (coloro che condividono una medesima condizione sociale ed economica diversa e privilegiata rispetto quella di altri, la maggioranza, che di conseguenza sono discriminati).
La parola “casta” o privilegio sicuramente più “moderna” sostituisce quella che molti, compreso Napolitano usavano fino a pochi anni fa: Classe o discriminazione.
Denunciare l’esistenza di una casta o differenziazione di classe non può essere solo lo scoop di qualche avveduto giornalista che cerca di diffondere la convinzione per cui il privilegio è un’esclusiva dei soli parlamentari. Di questa realtà, si stanno convincendo masse crescenti di discriminati che, davanti al drammatico peggioramento delle loro condizioni di vita, vedono permanere, anzi aumentare il privilegio, la ricchezza di pochi e la disuguaglianza, in barba alla Costituzione.
Napolitano, dimenticandosi delle proprie convinzioni (?) giovanili, di quando da dirigente del Partito Comunista Italiano si schierava dalla parte dei deboli e dei discriminati contro l’ingiustizia e la prepotenza padronale, oggi cerca di far credere che sostenere le stesse analisi e denunciare l’esistenza del privilegio, sia far proprie tesi antipolitiche o qualunquiste, simili a quelle che determinarono l’avvento del fascismo in Italia e per questo siano un attacco alla politica (?) e, soprattutto alle istituzioni democratiche. Con l’occasione, Napolitano cita Antonio Gramsci e la sua riflessione sulla responsabilità della sinistra nella genesi del fascismo, facendo un improbabile parallelo con la situazione attuale e tentando di accreditare la tesi per cui, fra le tante responsabilità dei comunisti "fummo anche noi senza volerlo parte della dissoluzione generale della società italiana", dove "quel noi si riferiva alla parte che Gramsci rappresentava", ci sia anche quella di aver facilitato l'avvento del fascismo.
Napolitano fa, oggi, tali considerazioni, si appella al suo passato per disconoscerne, ancora una volta, le ragioni e taccia per antipolitica e attacco alle istituzioni il comportamento di chi, anche davanti alla realtà, oggi si ostina a parlare di casta e di privilegio.
Se esiste la casta e il privilegio, allora esiste l’ingiustizia e la discriminazione. Del resto come non definire privilegio quello di cui godono i parlamentari che tagliano pensioni e stipendi e, mentre aumentano le tasse per i cittadini e chiudono ospedali, mantengono intatte, al di la del fumo, le proprie condizioni e il proprio privilegio?
Come non definire casta quella della Confindustria e del padronato che incamera profitti enormi, di cui non è nemmeno possibile stabilire l’entità, che evade le tasse rifugiandosi nei paradisi fiscali, che de localizza le proprie aziende per risparmiare sulla manodopera (alla faccia dello spirito patriottico), che precarizza, che toglie il diritto di sciopero di malattia e che pretende di licenziare senza giusta causa ripristinando rapporti economici e sociali superati dal tempo e dalle lotte dei lavoratori?
"Per restare in Europa è necessario un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni ottanta e tanto meno negli anni settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa". E’ quanto sostiene il Presidente della Repubblica. Occorrerebbe che spiegasse cosa significa però oggi restare in Europa, a quale prezzo e perché mai i lavoratori, i pensionati e i precari dovrebbero desiderare di stare in Europa?
Ancora cosa significa esame di coscienza collettivo anche dei comportamenti individuali, a chi ci si riferisce? Quali sono i soggetti sociali che devono cambiare i propri comportamenti e le proprie aspettative e soprattutto in che modo, per mantenere una nostra prospettiva in Europa?
Sarebbe necessario forse un linguaggio più chiaro e diretto in una situazione come l’attuale. Sarebbe soprattutto necessario che il crescente malcontento dei lavoratori contro l’attuale evoluzione politico-economica trovasse adeguate voci e rappresentanza nel Paese e in tutti quei luoghi dove si decide sulla loro pelle.
lunedì 5 settembre 2011
Le “riforme” del Governo e lo sciopero generale.
La “crisi economica” che colpisce come sempre i lavoratori sta fornendo, al Governo e ai suoi sostenitori Cisl, Uil, Confindustria e partiti politici, il pretesto per l’assalto finale a quello che resta dei diritti di quei cittadini che per necessità sono costrettti a diventare lavoratori dipendenti.
L’enormità di quanto sta accadendo appare evidente nella norma (art. 8) della manovra economica del Governo. Questo articolo da il diritto e la libertà ai “datori di lavoro” di licenziare un lavoratore dipendente o di derogare a leggi e contratti di lavoro, quando questo sia deciso in accordo con sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale o aziendale. Questi sindacati, in base all’art. 8 possono sottoscrivere accordi con le aziende in deroga che privano i lavoratori di tutele e diritti compresi quelli previsti dalla Costituzione. L’ultima modifica all'articolo del decreto stabilisce che possono sottoscrivere le intese in questo senso non solo le "associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale", ma anche le "loro rappresentanze sindacali operanti nelle aziende"; le intese avranno, però, "efficacia per tutti i lavoratori”.
I diritti fondamentali dei cittadini, quelli sanciti dalla prima parte della Costituzione, e i contratti di lavoro diventano, per chi lavora sotto padrone, carta straccia.
Molte considerazioni possono essere fatte in proposito. Due in particolare: E’ sufficiente un accordo territoriale o addirittura aziendale, fra imprenditori e sindacati “rappresentativi” per privare un lavoratore dei diritti di libertà e uguaglianza fondamentali. Il lavoratore, in base a ciò, non è più titolare di tali diritti a prescindere, come cittadino della Repubblica, perché questi gli possono essere tolti e revocati da altri soggetti quali il padrone e il sindacato che hanno, loro, il potere di farli diventare cittadini detentori di diritti di serie b.
Quale democrazia è mai quella che permette a soggetti terzi sulla base di valutazioni economiche di privare altri cittadini di diritti inalienabili e primari, previsti dalla legge fondamentale, nata dalla lotta partigiana, sulla quale è costruito il patto fondante del Paese e del Popolo italiano?
Il diritto all’uguaglianza dei cittadini è definitivamente compromesso perché, anche formalmente, i cittadini sono titolari di diritti diversi legati alla loro condizione economica e al loro stato sociale che li costringe a diventare lavoratori dipendenti.
La contrattazione decentrata a livello territoriale e aziendale non è un’invenzione di questo governo, da sempre è stato possibile sottoscrivere, laddove ve ne erano le condizioni e la forza, contratti migliorativi di quelli esistenti e mai intaccare o far venire meno leggi. A differenza del passato, però, ora il sindacato, in particolare quei sindacati disponibili e collaterali al padronato e ai suoi interessi, potranno, in base alle “ innovazioni” firmare e validare accordi peggiorativi di leggi e contratti che possono negare diritti consolidati e irrinunciabili.
Il sindacato inoltre cessa, anche formalmente, di essere uno strumento di organizzazione e difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori perché diventa uno strumento istituzionale di gestione dei rapporti di lavoro oppure, addirittura, uno strumento delle aziende e del padronato acquisendo il potere e il diritto (sulla base di quale mandato?) di privarne, chi dovrebbe tutelare nei suoi diritti di cittadino, quando diventa lavoratore. Non sono questioni da poco.
In questo contesto occorre sostenere quelle forze sindacali alternative che sono dalla parte dei lavoratori e che resistono all’attacco padronale. A partire dalla Fiom che è il vero motore dello sciopero generale del 6 settembre unitamente ai sindacati di base, per rafforzare la sua battaglia contro il padronato e le componenti concertative e liberiste presenti nella Cgil che hanno prodotto la deriva compatibilista e flessibilista con gli interessi del mercato del più grande sindacato italiano e che fanno diventare portavoce delle forze sociali la Marcegaglia, per fare il modo che il 6 settembre sia l’inizio di una stagione di ripresa delle lotte e di riscossa dei lavoratori e non solo un sistema per accontentare le frange più combattive del mondo del lavoro e poi far passare, come fino ad oggi è stato fatto, anche questa ennesima manovra antipopolare e liberticida.
L’enormità di quanto sta accadendo appare evidente nella norma (art. 8) della manovra economica del Governo. Questo articolo da il diritto e la libertà ai “datori di lavoro” di licenziare un lavoratore dipendente o di derogare a leggi e contratti di lavoro, quando questo sia deciso in accordo con sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale o aziendale. Questi sindacati, in base all’art. 8 possono sottoscrivere accordi con le aziende in deroga che privano i lavoratori di tutele e diritti compresi quelli previsti dalla Costituzione. L’ultima modifica all'articolo del decreto stabilisce che possono sottoscrivere le intese in questo senso non solo le "associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale", ma anche le "loro rappresentanze sindacali operanti nelle aziende"; le intese avranno, però, "efficacia per tutti i lavoratori”.
I diritti fondamentali dei cittadini, quelli sanciti dalla prima parte della Costituzione, e i contratti di lavoro diventano, per chi lavora sotto padrone, carta straccia.
Molte considerazioni possono essere fatte in proposito. Due in particolare: E’ sufficiente un accordo territoriale o addirittura aziendale, fra imprenditori e sindacati “rappresentativi” per privare un lavoratore dei diritti di libertà e uguaglianza fondamentali. Il lavoratore, in base a ciò, non è più titolare di tali diritti a prescindere, come cittadino della Repubblica, perché questi gli possono essere tolti e revocati da altri soggetti quali il padrone e il sindacato che hanno, loro, il potere di farli diventare cittadini detentori di diritti di serie b.
Quale democrazia è mai quella che permette a soggetti terzi sulla base di valutazioni economiche di privare altri cittadini di diritti inalienabili e primari, previsti dalla legge fondamentale, nata dalla lotta partigiana, sulla quale è costruito il patto fondante del Paese e del Popolo italiano?
Il diritto all’uguaglianza dei cittadini è definitivamente compromesso perché, anche formalmente, i cittadini sono titolari di diritti diversi legati alla loro condizione economica e al loro stato sociale che li costringe a diventare lavoratori dipendenti.
La contrattazione decentrata a livello territoriale e aziendale non è un’invenzione di questo governo, da sempre è stato possibile sottoscrivere, laddove ve ne erano le condizioni e la forza, contratti migliorativi di quelli esistenti e mai intaccare o far venire meno leggi. A differenza del passato, però, ora il sindacato, in particolare quei sindacati disponibili e collaterali al padronato e ai suoi interessi, potranno, in base alle “ innovazioni” firmare e validare accordi peggiorativi di leggi e contratti che possono negare diritti consolidati e irrinunciabili.
Il sindacato inoltre cessa, anche formalmente, di essere uno strumento di organizzazione e difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori perché diventa uno strumento istituzionale di gestione dei rapporti di lavoro oppure, addirittura, uno strumento delle aziende e del padronato acquisendo il potere e il diritto (sulla base di quale mandato?) di privarne, chi dovrebbe tutelare nei suoi diritti di cittadino, quando diventa lavoratore. Non sono questioni da poco.
In questo contesto occorre sostenere quelle forze sindacali alternative che sono dalla parte dei lavoratori e che resistono all’attacco padronale. A partire dalla Fiom che è il vero motore dello sciopero generale del 6 settembre unitamente ai sindacati di base, per rafforzare la sua battaglia contro il padronato e le componenti concertative e liberiste presenti nella Cgil che hanno prodotto la deriva compatibilista e flessibilista con gli interessi del mercato del più grande sindacato italiano e che fanno diventare portavoce delle forze sociali la Marcegaglia, per fare il modo che il 6 settembre sia l’inizio di una stagione di ripresa delle lotte e di riscossa dei lavoratori e non solo un sistema per accontentare le frange più combattive del mondo del lavoro e poi far passare, come fino ad oggi è stato fatto, anche questa ennesima manovra antipopolare e liberticida.
mercoledì 10 agosto 2011
La “crisi economica” è il pretesto per incrementare la discriminazione sociale e il privilegio.
La prima crisi del petrolio si verificò quaranta anni fa, agli inizi degli anni ’70, dopo le lotte e le vittorie del movimento operaio e studentesco. Lotte che produssero un notevole passo in avanti per i lavoratori, sia sul piano economico, sia sul piano sociale sia dei diritti.
Da allora, in maniera palese o attraverso logge massoniche segrete è ripreso, con ogni mezzo, il lavorio per togliere ai discriminati quelle conquiste che erano riusciti a strappare al padronato, ai ricchi e ai privilegiati.
Questo è stato possibile a seguito della cancellazione e dalla scomparsa dallo scenario politico italiano di qualsiasi partito o sindacato che avesse, utilizzando lo strumento dell'analisi dei rapporti di classe, l’obiettivo di battersi contro l’ingiustizia e la discriminazione in rapporto all’appartenenza sociale. Non esiste più, infatti, una forza politica o sindacale credibile, tantomeno in Parlamento, che non basi la sua azione politica sul liberismo e sul mercato e che non abbia ricorso o quantomeno permesso, in queste “crisi interminabili” lo sterminio sociale dei discriminati, favorendo, nei fatti, il privilegio dei ricchi e dei potenti e le differenza sociali che sono tornate a crescere con la ripresa e l'aumento dell’ingiustizia sociale e della discriminazione.
Fare l’ennesimo elenco delle conquiste rubate sarebbe ripetitivo e avvilente. E’ un fatto però che non s’intravvede la fine di questa fase di aggressione sociale dei privilegiati e di sconfitta e di arretramento sociale per i lavoratori e per chi condivide, con loro, la medesima condizione sociale.
Il padronato e le forze politiche che portavoce dei loro interessi, continuano ancora a discutere su cosa altro togliere ai lavoratori (non soltanto sul piano economico e le pensioni, su cui stanno “lavorando” ormai da più di venti anni, ma anche su quello dei diritti per “salvare l’economia” naturalmente. Stanno, proprio in questi giorni studiando come cancellare definitivamente lo Statuto dei Diritti dei lavoratori), mentre nulla prevedono verso le ricchezze e i patrimoni.
Costoro hanno spogliato i lavoratori ed i discriminati di ogni conquista e di ogni diritto. Dove vogliono arrivare? Non basta, per “salvare” questa economia, togliere diritti fondamentali di libertà e dignità ai cittadini lavoratori, decurtare stipendi e pensioni e cancellare qualsiasi accettabile prospettiva futura alle giovani generazioni? Credono forse, che per rilanciare l’economia, occorra tornare alla servitù della gleba? Ma in quel caso quale economia si salverebbe? Quella di chi ha incrementato il loro privilegio ed ha continuato ad arricchirsi non certamente quella dei discriminati che non vedono la fine delle rinunce e del peggioramento delle loro condizioni.
Occorre prendere conoscenza e coscienza che non siamo tutti sulla stessa barca. Che la crisi non colpisce tutti. Che in questa Repubblica, contrariamente ai giuramenti ed alle dichiarazioni solenni, non siamo tutti uguali perché non siamo detentori tutti degli stessi doveri e degli stessi diritti, non condividiamo lo stesso destino.
Avere coscienza di ciò è la condizione per far cessare l’attuale andazzo politico ed economico e tentare di cominciare ad invertire la situazione avendo la consapevolezza della difficoltà, dei tempi e delle lotte necessari.
Da allora, in maniera palese o attraverso logge massoniche segrete è ripreso, con ogni mezzo, il lavorio per togliere ai discriminati quelle conquiste che erano riusciti a strappare al padronato, ai ricchi e ai privilegiati.
Questo è stato possibile a seguito della cancellazione e dalla scomparsa dallo scenario politico italiano di qualsiasi partito o sindacato che avesse, utilizzando lo strumento dell'analisi dei rapporti di classe, l’obiettivo di battersi contro l’ingiustizia e la discriminazione in rapporto all’appartenenza sociale. Non esiste più, infatti, una forza politica o sindacale credibile, tantomeno in Parlamento, che non basi la sua azione politica sul liberismo e sul mercato e che non abbia ricorso o quantomeno permesso, in queste “crisi interminabili” lo sterminio sociale dei discriminati, favorendo, nei fatti, il privilegio dei ricchi e dei potenti e le differenza sociali che sono tornate a crescere con la ripresa e l'aumento dell’ingiustizia sociale e della discriminazione.
Fare l’ennesimo elenco delle conquiste rubate sarebbe ripetitivo e avvilente. E’ un fatto però che non s’intravvede la fine di questa fase di aggressione sociale dei privilegiati e di sconfitta e di arretramento sociale per i lavoratori e per chi condivide, con loro, la medesima condizione sociale.
Il padronato e le forze politiche che portavoce dei loro interessi, continuano ancora a discutere su cosa altro togliere ai lavoratori (non soltanto sul piano economico e le pensioni, su cui stanno “lavorando” ormai da più di venti anni, ma anche su quello dei diritti per “salvare l’economia” naturalmente. Stanno, proprio in questi giorni studiando come cancellare definitivamente lo Statuto dei Diritti dei lavoratori), mentre nulla prevedono verso le ricchezze e i patrimoni.
Costoro hanno spogliato i lavoratori ed i discriminati di ogni conquista e di ogni diritto. Dove vogliono arrivare? Non basta, per “salvare” questa economia, togliere diritti fondamentali di libertà e dignità ai cittadini lavoratori, decurtare stipendi e pensioni e cancellare qualsiasi accettabile prospettiva futura alle giovani generazioni? Credono forse, che per rilanciare l’economia, occorra tornare alla servitù della gleba? Ma in quel caso quale economia si salverebbe? Quella di chi ha incrementato il loro privilegio ed ha continuato ad arricchirsi non certamente quella dei discriminati che non vedono la fine delle rinunce e del peggioramento delle loro condizioni.
Occorre prendere conoscenza e coscienza che non siamo tutti sulla stessa barca. Che la crisi non colpisce tutti. Che in questa Repubblica, contrariamente ai giuramenti ed alle dichiarazioni solenni, non siamo tutti uguali perché non siamo detentori tutti degli stessi doveri e degli stessi diritti, non condividiamo lo stesso destino.
Avere coscienza di ciò è la condizione per far cessare l’attuale andazzo politico ed economico e tentare di cominciare ad invertire la situazione avendo la consapevolezza della difficoltà, dei tempi e delle lotte necessari.
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