martedì 5 febbraio 2013

FIAT, LANDINI: PRONTI A AZIONI LEGALI

"La scelta di Fiat di pagare 19 lavoratori purché non lavorino conferma come sia in atto un’esplicita politica di discriminazione nei confronti dei lavoratori che scelgono di iscriversi alla Fiom". Così il segretario Fiom Landini che parla di "schiaffo alla dignità dell'Italia". Quello della Fiat, dice, è "un atto di arroganza inaccettabile di fronte al quale la Fiom pensa a azioni giuridiche e sindacali". Quello con la Fiat "non è più un problema sindacale, perché si violano le leggi e la Costituzione: governo e forze politiche intervengano, il silenzio non è più accettabile".E su Fabbrica Italia: "Non errore ma truffa". Questo comunicato è presente sul Televideo Rai di oggi. Si riferisce alla volontà della Fiat di proseguire nella sua scelta padronale di estromettere da Pomigliano tutti coloro (lavoratori e sindacati) che ostacolano i suoi interessi e autorità. E’ in atto una discriminazione nei confronti degli iscritti fiom, che sono stati reintegrati dal Giudice del lavoro, ma che, poi, non solo non sono stati ripresi al lavoro ma sono stati umiliati nella propria dignità dall’obbligo imposto dalla Fiat di dover ricevere il proprio salario senza lavorare. Attraverso il suo comportamento, la Fiat, storico capofila del padronato italiano, vuole far capire chiaramente a tutti i lavoratori, chi veramente comanda in fabbrica e nel Paese. La protervia e la prepotenza della Fiat ricordano quella del padronato precedente alla prima rivoluzione industriale. Quando cioè la legge non permetteva il diritto di associazione sindacale perché ai lavoratori non era consentito organizzarsi per difendere i propri interessi, pena il licenziamento e la galera. Oggi il padronato tollera la presenza di sindacati in azienda ma solo di quelli asserviti e sottoposti alle sue volontà e interessi. Le leggi, sempre più sfavorevoli ai lavoratori, le sentenze e la stessa Costituzione sono per il padronato carta straccia e le istituzioni cui spetta il compito di intervenire, non lo fanno e tacciono. Per convenienza e complicità. Finora non si è vista infatti alcuna “autorità” costituita intervenire a difesa dei discriminati nonostante masse crescenti di lavoratori e di giovani siano costretti alla disoccupazione, alla precarietà o a salari indecenti e indecorosi, per far applicare i dettami (teorici) previsti dalla Costituzione. L’art. 3 ad esempio recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, ancora l’art.4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, o l’art 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” per citarne alcuni senza poi parlare delle disposizioni Costituzionali in materia di “libertà” e diritto “libero” di associazione sindacale. Mantenere i lavoratori, reintegrati dal Giudice, a casa rappresenta il manifesto politico e il messaggio sonoro del padronato in Italia che spiega a chiare note chi veramente comanda nel Paese, chi fa e applica le leggi. Siamo arrivati a questo punto grazie a sindacati che hanno tradito il proprio ruolo e a una “sinistra” che ha mantenuto in qualche caso un riferimento nominativo alla vera sinistra storica, ma che ha poi accettato, in forma più o meno esplicita il mercato, il liberismo e l’interclassismo, ed ha dimenticato o cancellato dal suo orizzonte politico, la lotta di classe e il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, unico strumento per la costruzione di una società nuova di liberi e uguali.

giovedì 24 gennaio 2013

Confindustria presenta la sua piattaforma rivendicativa

Una volta erano le organizzazioni sindacali che presentavano al padronato e al Governo le rivendicazioni per migliorare le condizioni di lavoro e vita dei lavoratori: Richieste di miglioramenti economici e normativi, di lotta all’inflazione, conquista e miglioramento di un sistema d’indicizzazioni di salari e pensioni per tutelare i redditi di lavoratori e pensionati, lotta per l’occupazione per costringere il padronato a investire i capitali per creare lavoro, di lotta alla rendita parassitaria, di detassazione dei generi di prima necessità (contro aumenti di sole 10 lire il litro erano proclamati scioperi generali di 24 ore), di nuovi servizi e potenziamento della sanità pubblica, di riforme migliorative del sistema sociale, ecc. Oggi, davanti alla connivente assenza e tradimento dei “sindacati ufficiali dei lavoratori” è il padronato, tramite Confindustria, che presenta le sue richieste e batte cassa. Le richieste di Confindustria, contenute in un documento da un titolo altisonante e ammiccante ”Il progetto CONFINDUSTRIA per l’ITALIA: crescere si può, si deve” non rappresentano novità ma ricalcano sostanzialmente le posizioni tipiche che il padronato ha da sempre. Di queste i punti più rilevanti sono: 1) Trattamento agevolato per le imprese nei pagamenti dello Stato; 2) Detassazione Irap e taglio dell’8% del costo del lavoro (somme che le aziende versano all’Inps per ogni lavoratore occupato in base al tempo di lavoro). Questi soldi sono salario dei lavoratori differito e non delle imprese. Confindustria vuole ottenere, dal futuro Governo un 8% di risparmio, mentre dal Governo di centro “sinistra” Prodi ottenne un taglio del 5%. Dare alle imprese i risparmi ottenuti attraverso tagli del costo del lavoro significa togliere salario e soldi ai lavoratori per darli ai padroni; 3) Aumento dell’orario annuale di lavoro (40 ore); 4) Lo Stato con i soldi dei contribuenti deve aumentare del 50% gli investimenti per le infrastrutture (servizi per le imprese), finanziare le imprese per la ricerca e abbassare loro i costi dell’energia, dando soldi e incentivazioni pubbliche agli industriali (naturalmente l’utile e il profitto restano privati); ridurre il peso del fisco sulle imprese; ridurre le regole e gli “ostacoli” al fare impresa; 5) Rendere effettivamente flessibile il mercato del lavoro in entrata e in uscita; Tutto questo in cinque anni porterebbe all’aumento dell’occupazione e dei salari, con ricadute positive sui consumi e sui dati economici dello Stato. Il padronato presenta, con questo suo documento, ai partiti e ai suoi dirigenti candidati alle elezioni negli schieramenti di centrodestra, centro e centro”sinistra” i suoi desideri e chiede a gran voce che essi siano esauditi, non per i loro interessi e profitti ma per il bene dell’Italia, naturalmente. Sembra di rileggere l’accordo sindacale “Sulla politica dei redditi, la lotta all'inflazione e il costo del lavoro” del 31/7/1992. Con questo accordo il sindacato accettava consentiva l’abolizione dello strumento di difesa dei salari, la scala mobile, e legava i redditi dei lavoratori non più alle condizioni di vita dei lavoratori, ma a una famigerata “politica dei redditi”. Politica che doveva essere di contenimento di tutti i redditi in base “all’inflazione programmata” ma che ha determinato, grazie anche all’euro e alle politiche di aggressione del padronato e di tradimento dei sindacati ufficiali, l’arretramento e il taglio dei salari (a oggi tornati ai livelli del 1986) con il conseguente impoverimento dei chi lavora e l’aumento dei profitti con la conseguente crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi peperoni. Il nuovo vangelo liberale vincente finora grazie alle politiche di cedimento del sindacato e di una sinistra scopertasi liberale e mercantilistica si impone trionfalmente. Tutta la campagna elettorale sarà centrata sui diktat padronali. La CGIL che non si è opposta alle “riforme” liberticide per i lavoratori, del Governo Monti, non chiede ne ha chiesto la cancellazione di nessuna delle controriforme del lavoro e delle pensioni di questi anni, ma solo qualche correzione e misure aggiuntive che però partono dall’accettazione di quanto sanzionato. Questo sindacato ha in programma una sua conferenza programmatica nel contesto della campagna e dei messaggi elettorali. A questa conferenza partecipano come invitati Bersani, segretario del Partito Democratico, Vendola, segretario di Sinistra ecologia e libertà e …. Giuliano Amato colui che ha varato da Presidente del Consiglio la “politica dei redditi” e la cancellazione della scala mobile, nonché pensionato di platino e futuro candidato alla presidenza della Repubblica. E’ proprio un bel programma. I lavoratori possono stare tranquilli c’è chi pensa per loro e …. li sistema definitivamente.

mercoledì 5 dicembre 2012

La politica delle alleanze o l’annacquamento dell’alternativa.

L’attuale fase politica registra continue manovre antipopolari e discriminazioni sociali inedite negli ultimi sessanta anni. Esse passano senza suscitare lo sdegno, la rabbia o le risposte di massa che sarebbero naturali e adeguate, da parte di coloro che sono colpiti. Tutto questo perché quanto avviene non è percepito come il risultato di un feroce e prolungato attacco di classe da parte del padronato, qual è quello in atto ma sacrifici e “rigore” necessari, nonostante tutto, pur se dolorosi per allontanare dal Paese prospettive peggiori. Il fatto che a pagare non siano tutti ma sempre i soliti non è percepito e inteso come il risultato di una cosciente strategia di classe perseguita con determinazione dal capitale, ma come conseguenza di corruzione e incapacità politiche di tutti i partiti che si scaricano su tutti, i lavoratori certo ma anche le aziende e gli imprenditori onesti. Non c’è rabbia o protesta alcuna sul fatto che le sperequazioni e sugli impoverimenti di massa fanno il contrappeso ad arricchimenti spropositati di pochi e ingiustizie sociali crescenti. Non è avvertita la linearità e chiarezza dell’attacco di classe in atto. Se questo è vero i comunisti e i loro partiti dovrebbero prenderne atto e interrogarsi sulle cause di tutto ciò. Si parla in questi giorni di lista arancione o quarto polo, arricchendo il politicamente sfruttato pastello di colori, verde, viola e arancione, confondendoli con il rosso. Lo stesso discorso vale con le sigle politiche elettorali proliferate negli ultimi quindici-venti anni: Ulivi, progressisti, sinistra arcobaleno e quarto polo, annacquando fino a spegnere del tutto, il messaggio anticapitalista e antagonista su base di classe dei comunisti. Il risultato è stato non solo la fuoriuscita dei comunisti dal Parlamento ma soprattutto la perdita del consenso dei cittadini e l’immagine residuale che intorno ai comunisti si è andata costruendo. L’unità con le altre forze antagoniste è una preoccupazione sempre presente ai comunisti. Questa però non deve prevalere sulla chiarezza del messaggio come da troppo tempo sta avvenendo. Il Partito Comunista Italiano, nella sua storia, ha sempre tenuto in grande considerazione la politica delle alleanze con altre forze e movimenti della sinistra. Queste poggiavano però sulla presenza e forza di un partito di massa come era il Pci, radicato e riconosciuto, anche grazie alle lotte e al contributo dato nella lotta di Liberazione e della Resistenza, come alternativo al sistema e a schierato a difesa dei deboli e dei discriminati. Su queste basi il Pci costruiva alleanze e aggregazioni, a partire dagli indipendenti di sinistra, con chi si opponeva al sistema. Perlomeno fino a che il Pci, o meglio i suoi dirigenti hanno “scoperto” il liberismo. Possiamo dire che oggi vi siano le stesse condizioni? Un’infima presenza in Parlamento, annacquata all’interno di una coalizione multicolore, pur se rispettabile, se può appagare le ambizioni di qualcuno, non farà ancora per molto tempo, emergere il messaggio alternativo e di classe dei comunisti e si allontanerà la prospettiva di una stagione di riscossa. Torneranno le logiche e le “opportunità” politiche delle alleanze anche con il Partito democratico nonostante sia stato il promotore e l’artefice del massacro sociale in atto e che promette e rivendica, se vincerà le elezioni, la perfetta continuità con la politica antipopolare del Governo Monti. Questo pronunciamento è alla base del patto elettorale del centrosinistra e ne costituisce vincolo. E’ assurdo solo immaginare che una vittoria elettorale del Pd riconquisterebbe quel partito alle ragioni dei discriminati o che sia possibile e credibile modificare, con quel partito, l’attuale politica economico-finanziaria a vantaggio dei lavoratori Occorre invece che, pur in una logica di alleanze, i comunisti con forza e determinazione sollevino la loro bandiera, i loro simboli e il loro colore. Le loro analisi rappresentano l’unica credibile forza capace di ribaltare la situazione. Occorre crederci. Può certamente essere difficile e faticoso. Si può andare certamente incontro a sconfitte elettorali, ma è indispensabile se si vuole costruire un’alternativa etica, morale e politica al sistema attraverso il coinvolgimento e il consenso delle masse. I comunisti devono con coraggio e determinazione e contrapporre al liberismo galoppante e ora vincente dei padroni, un’altra utopia, quella degli sfruttati e degli oppressi: La lotta di classe e il Comunismo. I comunisti non rappresentano un’alternativa, ma l’alternativa al sistema capitalista e a tutte le ingiustizie che esso determina.

giovedì 29 novembre 2012

Esiste, oggi, la disuguaglianza sociale? Come si manifesta? Chi riguarda?

Articolo 3 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese.”. La Costituzione riconosce che esistono differenze di condizioni sociali e ostacoli di ordine economico e che questi vanno rimossi, perché limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Quali possono essere gli ostacoli economici e sociali di cui si parla? Uno dei primi, sicuramente, il reddito. Com’è distribuito il reddito in Italia? Tutti i dati statistici rilevano che in vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore della crisi sono state le famiglie dei redditi fissi che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, del 15 per cento. Questi non considerano gli effetti devastanti e drammatici dell’attuale fase economica. Nello stesso periodo si è verificato da una parte un impoverimento delle famiglie operaie e impiegatizie e dall’altra un aumento di ricchi pari a sette volte di più rispetto al 1965. Si sono registrati da esplosione di reddito: fasce ristrette di cittadini si sono appropriate di quote crescenti del reddito complessivo. Le misure e le “riforme” (pensioni, welfare e fisco) adottate dai vari governi negli ultimi venticinque anni inoltre, lungi da modificare o invertire hanno accentuato questa tendenza contribuendo ad allargare la forbice fra poveri e ricchi. Gli ultimi dati statistici dicono che, in Italia, oramai il dato della povertà raggiunge l’11,1% della popolazione. È considerato povero quel nucleo familiare, composto di due persone, che percepisce un reddito inferiore a 970 € mensili, pari a 485 € pro-capite. In questa situazione si trovano, circa, 7,5 milioni di cittadini italiani. Questo dato è impressionante ma non dice tutto. Va rilevato che il reddito mensile di 970 €, corrisponde alla media dei redditi mensili percepiti in Italia, questo significa che se esistono molti italiani che percepiscono di meno, ne esistono altri che percepiscono molto di più. A percepire meno sono i pensionati al minimo, i lavoratori precari e quelli a part-time. Fra quelli che percepiscono di più, c’è la gran massa di lavoratori dipendenti, operai e impiegati, che hanno stipendi mensili però di poco superiori alla soglia di povertà, pari cioè a 1.000 – 1.200 € mensili. Se si considera che questi redditi, di solito, servono per sostenere nuclei familiari di 3 – 4 persone, consegue che il reddito pro-capite diventa, di 4-300 € (nuclei di 3 o 4 persone) mensili per un reddito familiare complessivo di 1.200 €. Se questo è vero, la fascia di povertà, in Italia, non è più di 7,5 milioni di persone, ma di un’entità molto più grande. Questa entità è difficilmente quantificabile se si tiene conto che gli unici redditi certi sono solo quelli da busta paga o da pensione. Esiste perciò una grande massa di cittadini che vive in condizioni di povertà (questo si traduce in peggiore qualità della vita, sanità, cultura, ecc.). Completa il quadro, il reddito di altri cittadini italiani che si trovano su una sponda ben diversa, con redditi dell’ordine dei milioni o miliardi di euro. C’è chi dichiara 7, 8, 28, 130, 180 milioni di euro annui, o oltre. Tali redditi sono dichiarati al fisco. Questi redditi annui presuppongono l’esistenza di patrimoni enormi di miliardi di euro di cui, per la maggior parte dei cittadini è difficile, persino, rendersi conto. Il “rigore” necessario per “salvare l’Italia” non ha riguardato, tutti perché ha colpito una parte dei cittadini, quelli cioè che hanno perso reddito e ha gratificato gli altri che l’hanno incrementato. Tutto questo è dovuto al caso, a errore o è la conseguenza di volontà politico-economiche? In questo caso, da parte di chi? I Governi hanno sbagliato o hanno scientemente tutelato alcuni interessi e discriminato altri? Esiste differenza fra lo stile di vita di chi guadagna milioni di euro e quello di chi ne guadagna 10.000, oppure 20.000 annui o non ne guadagna per niente? Esiste differenza fra la libertà di un milionario o un miliardario e quella di un lavoratore dipendente, di un pensionato, un precario o un disoccupato? Un milionario è un privilegiato? A quale casta o classe appartiene? Un lavoratore dipendente o un precario appartengono alla stessa casta del milionario? Un milionario o un lavoratore dipendente o un pensionato sono cittadini uguali? Vivono in condizioni simili? Si possono permettere lo stesso stile di vita? Condividono i medesimi problemi economici? Pagano le stesse tasse? Hanno la stessa convenienza a pagare le tasse? A tagliare la spesa pubblica? A far funzionare la macchina dello Stato (Sanità, scuola, e i servizi)? A Trovare il lavoro? Ad arrivare alla fine del mese? Sono liberi allo stesso modo? In conclusione appartengono alla stessa casta o classe? Oppure appartengono a caste o classi differenti a ciascuna delle quali sono riconosciuti o vietati diritti differenti? I vocabolari riportano il significato della parola “casta”: Ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati tra loro in base a leggi religiose o civili, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione. Gruppi di persone che caratterizzato da elementi comuni, hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti o privilegi. Se questo è vero, è vero che la condizione sociale determina lo stile di vita dei cittadini in tutti i suoi dettagli, quelli primari, le aspirazioni, i bisogni, lo stile di vita, la cultura, la salute. Mentre alcuni cittadini sono liberi, perché liberi dal bisogno, e la loro libertà non è condizionata da alcun altro fattore, tutti gli altri cittadini possono essere liberi se hanno un lavoro. Il lavoro che diventa l’elemento fondante e indispensabile per l’affermazione e la realizzazione della libertà dell’individuo.

venerdì 23 novembre 2012

L’ultima svendita dei lavoratori

Il rito si ripete ormai da più di venticinque anni: Cisl e Uil firmano accordi capestro. La Cgil non firma ma poi si adegua, nel tempo, senza clamore. In troppe occasioni si è consumata la ridicola messinscena di questi servi sindacali che si fanno interpreti dei desideri dei padroni con il loro complice, il Governo, per svendere i diritti di chi lavora. Tutto queste trattative e “accordi” si sono conclusi senza che i lavoratori, diretti interessati, siano stati coinvolti e abbiano dato il benché minimo mandato a trattare ne tantomeno abbiano potuto esprimersi sui suoi contenuti conclusivi. Ogni e qualsiasi simulacro di democrazia è calpestato da questi sindacalisti che con l’obiettivo di aumentare la produttività e di servire gli interessi dei capitalisti, cancellano i contratti nazionali di lavoro, gli inquadramenti professionali, la certezza dei livelli salariali e ogni forma di tutela del diritto di chi lavora. Il padronato italiano, con l’aiuto dei sindacati di comodo e del Governo, è riuscito nell’intento di aumentare i suoi utili e profitti. L’unico aumento della produttività che intendono loro passa solo per la riduzione dei salari, l’aumento dei ritmi di lavoro e la compressione dei diritti e della libertà di chi lavora. Alla luce dei fatti è dimostrato che le logiche del padronato dei nostri giorni sono le stesse di quelle del padronato di fine ottocento e che la lotta di classe non è sparita con il muro di Berlino: Nessun diritto per chi lavora (flessibilità), salari ridotti e legati al cottimo, se si lavora di più e l’azienda guadagna poi, forse, qualcosa va a chi lavora altrimenti no, controllo spionistico dei lavoratori, libertà per il padrone di de localizzare, precarizzare, di assumere o licenziare, anche in base all’adesione o meno del lavoratore a un sindacato ritenuto scomodo, a prescindere dal diritto, ecc. La prossima mossa sarà ripristinare il medico aziendale per controllare direttamente le malattie del personale. Al padrone e imprenditore spetta ogni libertà al lavoratore invece ogni dovere e nessun diritto. Ancora oggi c’è chi si ostina a definire “datori di lavoro” questi pescecani che invece sono ladri di libertà, di sudore e prenditori di profitto. Com’è stata possibile in Italia questa immensa opera di restaurazione capitalista della disuguaglianza? Come mai la classe padronale ha potuto ripristinare i suoi privilegi senza trovare opposizione degna di nota? Dove erano le organizzazioni dei lavoratori? Per quale falso ed erroneo interesse generale hanno permesso tutto ciò, senza denunciare la quantità e la qualità dell’attacco di classe attuale? Com’è possibile che di fronte a questo inedito e intollerabile massacro sociale, la classe operaia sia politicamente succube e piagata sugli interessi e ragioni delle banche e dello spread? Padronato e Governo, con il valido aiuto dei sindacati hanno usato la crisi che hanno generato, per spostare ancora di più a loro vantaggio la ricchezza e i privilegi. E’ finita qui? L’assenza di analisi basate su metodi scientifici degli interessi di classe dei vari soggetti sociali in campo ha permesso la vittoria del padronato e la sconfitta attuale dei lavoratori, perché essi sono privi degli strumenti di analisi e organizzativi per contrastare l’attacco del padronato e dei suoi servi. E’ ora di denunciare con forza che, quello in atto, è un vero e proprio attacco sociale e di classe, dove gli sfruttatori vogliono far passare per interessi di tutti i loro comodi. Tutte le misure economiche, politiche e sindacali adottate dal Governo dei padroni e delle banche, non hanno lo scopo di “salvare l’Italia”, ma di arricchire ancora di più la classe dei ricchi, dei privilegiati e degli speculatori finanziari a danno della classe lavoratrice, dei pensionati, dei disoccupati e di tutti i discriminati. I lavoratori devono prendere coscienza della differenza degli interessi fra le classi sociali, solo così potranno difendere i loro diritti e libertà e contrastare le logiche padronali. La consapevolezza cioè dell’inconciliabilità e conflitto esistenti fra i loro interessi e quelli di chi li vuole solo sfruttare per continuare ad arricchirsi. L’ignoranza e la sottovalutazione di questo elementare principio, ha permesso e permette che si scambiassero i comodi di Marchionne e della Fiat con gli interessi generali e di chi lavora.

mercoledì 31 ottobre 2012

Serve votare?

Le elezioni siciliane confermano la costante crescita della disaffezione che i cittadini italiani hanno verso la politica e le forme di “partecipazione popolare” perché non se ne servono nella maggior parte dei casi. Questa tendenza alla crescita dell’astensione è iniziata circa venti anni fa, ed è coincisa con la campagna politica sulla cosiddetta caduta delle ideologie. Essa è stata certificata a partire dalle elezioni dei primi anni ’90 effettuate con il nuovo sistema elettorale di tipo maggioritario. La caduta del muro di Berlino e dei sistemi dei paesi del cosiddetto socialismo reale furono il pretesto per negare la validità e la necessità del confronto, politico ed elettorale, su grandi progetti utopici e alternativi essendo, così fu sostenuto, falliti tutti con la sola esclusione del liberismo. Il sistema maggioritario e la personalizzazione della politica, a questo punto hanno sostituito il confronto e lo scontro delle idee e dei progetti. Assegnando tutti i difetti dell’ideologismo solo al marxismo. Il liberismo diventa l’ideologia dominante incontrastata cui tutti i partiti, anche quelli che continuano a dichiararsi di sinistra, fanno riferimento e si adeguano. Da questo punto in poi l’elettore ha solo la possibilità di scegliere fra due o più candidati, di partiti diversi ma tutti ispirati al liberismo. Rimane la solo la scelta sul possesso presunto o meno della dote dell’onestà di cui i vari candidati e partiti rivendicano l’esclusiva. Poco importa se a sostenere ciò è un sistema politico screditato e compromesso. La cronaca di tutti i giorni dimostra che il tasso di onestà è crollato perché tutti i partiti presenti in Parlamento, chi più chi meno, sono coinvolti e travolti da scandali e forme di corruzione. A far tracollare la partecipazione è stato però un altro grave fenomeno: La vanificazione non solo sostanziale ma anche formale dei pronunciamenti elettorali. Ciò a partire dai referendum. 1) Referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari (8-9 novembre 1987, vinsero i sì con l’80,6%); 2) referendum sul finanziamento pubblico ai partiti e dei ministeri dell’agricoltura e turismo e spettacolo (18- 19 aprile 1993 vinse il si con il70,2 e 802,3%); 3) Referendum sull’abrogazione della norma che impedisce la liberalizzazione degli orari nel commercio (11 giugno 1995 vinse il no con il 62,5%); 4) Affidamento della gestione di servizi pubblici locali di rilevanza economica (privatizzazione dell’acqua bene comune 12 e 13 giugno 2011, il si raggiunse il 95,35%); 5) Di nuovo abrogazione norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia nucleare (12 e 13 giugno 2011, il si ottenne il 94,05%). Degli esiti di questi pronunciamenti referendari non si è tenuto conto alcuno. Nonostante due referendum ancora, si sta tentando il nucleare in Italia, il finanziamento pubblico ai partiti è stato sostituito dal rimborso elettorale, i ministeri hanno solo cambiato nome e la privatizzazione dei servizi e dell’acqua è tuttora in cantiere e in attesa di tempi più propizi. Il dato più indicativo però è che tutti i partiti che hanno governato in questi ultimi venti anni, sia di centrodestra sia di centrosinistra, hanno legiferato a prescindere dal mandato richiesto agli elettori. Essi hanno cancellato o stravolto leggi e diritti fondamentali frutto di anni di lotte e sacrifici, senza averne nemmeno richiesto il mandato. Stesso discorso per il governo “tecnico” che, anch’esso, senza alcun mandato ha scardinato e contro riformato le conquiste dei lavoratori e assestato un colpo mortale allo stato sociale intero. Nessuno fra i partiti presenti in parlamento, tantomeno Monti che nemmeno è stato eletto, ha chiesto e ne ottenuto voti per cancellare le pensioni di anzianità o il sistema di calcolo delle pensioni, l’aggancio al costo della vita o, tantomeno l’elevazione dell’età pensionabile; Nessun partito è stato autorizzato dagli elettori a privatizzare scuola e sanità pubblica; Nessun partito ha chiesto e ottenuto un mandato per precarizzare i rapporti di lavoro, né per tartassare i redditi fissi e graziare tutti gli altri; Nessuno ha chiesto il consenso elettorale per mantenere le cosiddette “missioni militari di pace”. In questi giorni Bersani saluta il risultato siciliano con un roboante: ” Vi do una bella notizia, abbiamo vinto in Sicilia. Cose da pazzi”, poi ha aggiunto: ”È la prima volta dal dopoguerra che c'è la possibilità di una svolta vera” e in merito alla politica generale ha finito: ”però preservando sempre quelle linee di rigore e di credibilità che Monti ha portato. Questo lo garantiremo”. Il Partito Democratico ha ottenuto insieme all'Unione di Centro di Casini e Toto Cuffaro il 30,5% dei voti di chi si è recato alle urne in Sicilia, cioè il 47,42% degli aventi diritto. Il 30,5% del 47,42% corrisponde al 14,46% (Pd + Udc) del totale dei votanti. Bella rivoluzione. Nonostante un consenso così esiguo se non minimale si sente autorizzato a giurare fedeltà eterna alla linea di “rigore” del Governo Monti e a “governare” la Sicilia. Bel concetto di democrazia. Questo per fare alcuni esempi. I vari governi succedutisi in questi anni, di centrosinistra, centrodestra o i “tecnici” hanno operato, sulle questioni fondamentali autoritariamente e senza un mandato, anche perché erano coscienti che se lo avessero chiesto all’elettorato non l’avrebbero ottenuto. Ciò non ha impedito a Monti e a questi partiti “democratici” di “lavorare per salvare l’Italia”, e operare pressoché indisturbati la più gigantesca redistribuzione del reddito e della ricchezza a favore dei ricchi e a danno dei ceti popolari. Non ha impedito loro, inoltre, di cancellare col diritto del lavoro quello a un reddito, perlomeno a un reddito dignitoso, a una crescente fascia di cittadini e in particolare ai giovani. Se ai partiti non serve la legittimazione di un mandato elettorale a cosa serve votare? In questo caso quali sono i soggetti che decidono? Le banche e i centri del potere economico. Una domanda, però, va posta a questo punto: Come mai i comunisti, davanti a questo massacro sociale classista, non riescono a essere individuati come oppositori alla linea liberista montante delle banche e del padronato e strumento di difesa sociale? Perché non riescono a coagulare il crescente malcontento di chi subisce le conseguenze della crisi? Perché questo malessere non si trasforma in consenso anche elettorale e i cittadini non votano le loro liste preferendo rinunciare al voto? La causa di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che i comunisti e le loro organizzazioni o non sono percepiti come alternativi al sistema, ma parte di esso, peraltro, grazie anche alla campagna martellante dei mass media, sono considerati superati o residuali. Questo perché, nonostante la presenza dei comunisti e di partiti e organizzazioni che tali si dichiarano, non si affermano ne il loro metodo di analisi, ne di interpretazione della società e dei rapporti economici e di classe. Non è chiarito cioè se la politica del “rigore” di Monti serve o meno a “salvare l’Italia?” tutta l’Italia o quale parte di essa? La risposta che i comunisti possono dare deve essere basata sulla analisi degli interessi in campo e sulla conseguente denuncia degli interessi delle banche e dei padroni, che non hanno nulla a che vedere con quelli dei lavoratori, perché la crisi non tocca tutti ma affama i lavoratori e arricchisce padroni e banche. Essere quindi alternativi al sistema liberista in maniera chiara, ripartendo da analisi e da iniziative poggiate su una forte e percepibile base classista di denuncia e di lotta alle ingiustizie sociali a difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori e dei discriminati. Non fare questo significherebbe rendere inutile il ruolo dei comunisti e delle loro organizzazioni e la loro stessa esistenza. E’ l’assenza di un’impostazione di classe chiara e percepibile a livello di massa, infatti, a determinare lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati e a non permettere loro di individuare nei comunisti e nelle loro organizzazioni gli strumenti di cambiamento e di riscossa, costringendoli a preferire il qualunquismo e il non voto, con grande gioia dell’avversario di classe. E’ questo l’unico modo che hanno i comunisti per combattere la politica antipopolare e classista del governo, dei padroni, delle banche e dei loro lacchè politici, denunciando l’inconciliabilità degli interessi in campo e opponendo agli interessi dei padroni quelli dei diseredati, degli oppressi e dei discriminati.

domenica 14 ottobre 2012

I “tecnici” contro i lavoratori

La situazione politica in Italia sembra ferma. I partiti presenti in Parlamento sembrano impegnati solo a contrabbandare la propria onestà e a denunciare l’altrui disonestà o a giurare la propria fedeltà al Governo Monti e alle sue “riforme”. Riforme che dicono indispensabili a “salvare l’Italia”, nel tentativo di conquistare nonostante tutto consensi dai cittadini e di accreditarsi come i migliori esecutori della politica economica voluta dalle banche e dai finanzieri. In realtà la situazione si evolve rapidamente attorno alla politica neoliberista dei “tecnici” e se apparentemente “la politica” si occupa di screditare ulteriormente i partiti italiani, in realtà mira a tutt’altro. I recenti odiosi scandali politici e il pretesto di ridurre le spese (la democrazia è un lusso che non ci possiamo più permettere) agevolati dal rigetto generale dei cittadini verso i partiti, consentono, in questi giorni, l’opera di demolizione dell’impianto amministrativo decentrato dello Stato, allontanando le istituzioni con i luoghi di decisione dai cittadini e riducendo ancora le residue forme di partecipazione alla vita amministrativa. Stravolgere regole e prassi consolidate non è una novità. Lo stesso governo Monti è stato nominato, i suoi programmi e le sue “riforme” non hanno alcun mandato elettorale. Questo non ha impedito di modificare leggi fondamentali a prescindere da qualsiasi mandato popolare nel merito, ma solo in base a presunti costi contabili e grazie a un’opinione pubblica disgustata da tante ruberie e quindi indifferente. Per il decentramento amministrativo, come per la presunta “riforma elettorale” sta avvenendo quello che è accaduto per la “riforma previdenziale” e per la “riforma del mercato del lavoro”. Leggi e regole di civiltà sono state affrontate e demolite solo in base alla logica dei conti, del rigore e dell’austerity a senso unico. La loro cancellazione autoritaria è avvenuta con la collaborazione fattiva anche dell’ex opposizione. Queste “operazioni politico-economiche” per “salvare” l’Italia stanno avvenendo senza alcuna partecipazione e coinvolgimento degli interessati. A un governo di tecnici nominato da partiti, che fingono di litigare fra loro e poi votano le stesse leggi antipopolari, fanno contorno sindacati ufficiali che, anche loro, fingono di contrastare la politica antipopolare in atto, mentre in realtà la agevolano e condannano i lavoratori a subire nei posti di lavoro e nel Paese mentre i padroni hanno mano libera. Il sindacato, da parte sua, ha assoggettato i lavoratori alle regole del mercato e della competitività capitalista, permettendo l’azzeramento dei loro diritti e delle loro libertà nei posti di lavoro e poi nella società, e quindi l’affermarsi della politica padronale. Siamo alla democrazia del mercato, della competitività e delle banche, alla democrazia di lor padroni che con la loro prepotenza fanno diventare legge quello che loro interessa e conviene. Quest’apparato padronale-finanziario-politico-sindacale che “tratta le masse come capre, tosando e macellando l’eccedenza”, nella sua arroganza, certo di non doverne mai rispondere, arriva nella sua tracotante sicurezza a deridere i discriminati. E’quello che sta avvenendo con la legge di stabilità, in base alla quale vogliono far credere di stare a diminuire le tasse mentre le aumentano e mentre tagliano ancora la sanità. Non contenti di tutto ciò, oggi continuano imperterriti nella loro politica autoritaria di restaurazione per imporre più agevolmente la loro democrazia e la loro politica elitaria. Stesso discorso merita il tentativo in atto da parte di Confindustria e soci che “propone”, naturalmente per salvare l’Italia, una trattativa sulla produttività (non sull’occupazione) con il solo scopo di aumentare i ritmi di lavoro, e con essi i profitti padronali attraverso un accresciuto sfruttamento della manodopera. Questo vuole dire, tanto per fare un esempio, che se un operaio della Fiat vuole continuare a lavorare deve accettare condizioni contrattuali uguali a quelle che l’azienda impone in Serbia: 320 euro al mese per 12 ore al giorno di lavoro e senza diritti. E la Fiat ha sempre tracciato la strada. Altro che datori di lavoro, sono invece prenditori di profitto e ladri di sudore. Se questo è il quadro (seppure sommario), non si può negare che siamo di fronte ad un tentativo neoautoritario, liberista, questo si di destra, che ha lo scopo di imporre una “uscita dalla crisi” sulla strada del liberismo quella che più conviene a lor signori che in crisi non sono mai stati. I padroni e i finanzieri hanno così campo libero per mettere definitivamente al centro della vita economica, politica e sindacale, l’azienda e i suoi interessi. Mente sapendo di mentire chi afferma che quella attuale è una politica di rigore che riguarda tutti. Mente perché il rigore è a senso unico, poi non riguarda tutti. Non riguarda i padroni e le banche che ricevono finanziamenti dalla Bce, dallo Stato, che de localizzano, che precarizzano, che cancellano contratti di lavoro e diritti dei lavoratori con il solo scopo di aumentare i propri profitti. Mente perché alla fase attuale di sacrifici, per i lavoratori, non seguirà un periodo migliore di sviluppo. Tutta la loro politica ha come obiettivo la riduzione delle libertà, dei diritti e dei salari di lavoratori e pensionati per affermare le libertà e i privilegi economici a finanzieri, speculatori e imprenditori. Si tratta della loro politica di classe, nella quale i voleri, i desideri e gli interessi del mercato e dei suoi sodali, sono contrabbandati per generali e di tutti. Va denunciata la natura classista di questa politica del Governo di tecnici e soci. Essi non sono super partes ma apertamente schierati a tutela degli interessi dei potenti e dei padroni. E’ su una forte base classista che va rilanciata l’iniziativa e la lotta per gli interessi dei lavoratori e dei discriminati. Interessi che sono alternativi a quelli delle banche e dei padroni. L’assenza di un’impostazione di classe, chiara, percepibile a livello di massa, determina lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati davanti a tutte le manovre in atto e rafforza l’opera dell’avversario di classe. Le forze veramente di sinistra devono interpretare con questo metodo la fase in atto e il malessere esistente. E’ questo l’unico modo per contrastare e battere l’attuale politica antipopolare cui non si è ancora potuta contrapporre una cosciente e adeguata iniziativa popolare di massa. Chi se non i comunisti può fare ciò?