Alcuni esprimeranno lo sdegno che si conviene. Altri chiederanno timide spiegazioni. Gli Usa ci fanno già sapere che provano "rammarico". Molti gireranno come sempre lo sguardo. Poi occupanti e filo-tali racconteranno le solite storie rigirando una frittata ormai putrida, tacciando di antisemitismo chiunque chieda loro perché fanno strage di cooperanti internazionali. I media faziosi o irreggimentati a dovere impaneranno abbondantemente il tutto per far digerire il boccone a una comunità internazionale che sta marcendo. Come la sua coscienza. Presto ricorderemo le ricorrenze candelabrodovute cospargendoci il capo di cenere.
Di fronte all'ennesimo massacro contro la Palestina e la sua storia tutto questo non conta nulla. La sola cosa che importa sono questi morti. E l'unica consolazione possibile: il rifiuto dell'ingiustizia.
"Lo sai amore, io ancora non so
che cosa voglia dire uccidere un uomo,
gli porti via tutto quello che ha
le sue speranze e i suoi ricordi vivi"
(Il Teatro degli Orrori, "Refusenik")
(Refusenik è ispirata alle vicende degli obiettori di coscienza israeliani che rifiutano di imbracciare le armi in segno di protesta contro l'occupazione dei territori palestinesi).
lunedì 31 maggio 2010
Israele, la spietata democrazia del più forte
Ancora una volta si manifesta con chiarezza la brutalità indiscriminata della condotta di Israele verso il popolo palestinese. Non contento di “colonizzare” (leggi rubare) la terra a quel popolo, si erge a gendarme imponendo con la forza il suo interesse e la sua prepotenza. Il tutto col tacito sostegno dei paesi occidentali, Stati Uniti in prima fila.
Israele, una nazione raccontata “civile” e “democratica” anche se usa le armi in maniera preventiva, perfino contro una missione umanitaria uccidendo, a quanto è dato sapere finora 19 operatori e ferendone altri trenta. Tutti appartenenti ad organizzazioni non governative.
La missione, cui erano coinvolti insieme ad altre centinaia di partecipanti cinque parlamentari (di Irlanda, Italia, Svezia, Norvegia e Bulgaria), era stata organizzata nel tentativo di consegnare ai palestinesi, incarcerati dagli israeliani nella striscia di Gaza, 10mila tonnellate di aiuti umanitari. Tra questi cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. Inoltre anche case prefabbricate e 500 sedie a rotelle elettriche.
L’atto umanitario delle Ong è stato visto dagli israeliani come un tentativo di forzare l’embargo da loro imposto, con l’uso delle armi, ai palestinesi. Questi ultimi sono accusati di essere terroristi perché, tramite libere elezioni interne hanno scelto di farsi governare da Hamas, una organizzazione considerata dagli israeliani, appunto, terrorista.
Non hanno più il senso della misura! Intervenire, a quanto è dato sapere, nelle acque internazionali, con soldati in assetto di guerra, armati di tutto punto, contro una flottiglia di navi (alcune delle quali battenti bandiera turca) e causare una strage è considerato, dal governo israeliano legittimo e non un atto di pirateria o di terrorismo.
Siamo all’assurdo: un popolo, quello israeliano, confina con un altro popolo, quello palestinese, nel mentre gli sottrae con le colonizzazioni, la propria terra. Tutto questo senza che nessuno dei campioni della “democrazia” e della lotta al terrorismo abbia nulla da ridire. Quegli stessi paesi occidentali, compresa l’Italia, intervenuti con le armi in altre aree del mondo proprio per "salvare la democrazia e proteggerci dal terrorismo”. Ma quest'attacco non è terrorismo? E vediamo se stavolta la Farnesina esprimerà un giudizio inequivocabile o si limiterà a verificare la sorte degli italiani coinvolti.
Di fronte all'ingiustizia storica perpetrata contro un popolo intero i paesi occidentali continueranno a considerare come terroristi solo gli atti che vanno contro i propri interessi, difesi con bombe e prepotenza in nome della democrazia del più forte. La spietata legge del più forte.
Israele, una nazione raccontata “civile” e “democratica” anche se usa le armi in maniera preventiva, perfino contro una missione umanitaria uccidendo, a quanto è dato sapere finora 19 operatori e ferendone altri trenta. Tutti appartenenti ad organizzazioni non governative.
La missione, cui erano coinvolti insieme ad altre centinaia di partecipanti cinque parlamentari (di Irlanda, Italia, Svezia, Norvegia e Bulgaria), era stata organizzata nel tentativo di consegnare ai palestinesi, incarcerati dagli israeliani nella striscia di Gaza, 10mila tonnellate di aiuti umanitari. Tra questi cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. Inoltre anche case prefabbricate e 500 sedie a rotelle elettriche.
L’atto umanitario delle Ong è stato visto dagli israeliani come un tentativo di forzare l’embargo da loro imposto, con l’uso delle armi, ai palestinesi. Questi ultimi sono accusati di essere terroristi perché, tramite libere elezioni interne hanno scelto di farsi governare da Hamas, una organizzazione considerata dagli israeliani, appunto, terrorista.
Non hanno più il senso della misura! Intervenire, a quanto è dato sapere, nelle acque internazionali, con soldati in assetto di guerra, armati di tutto punto, contro una flottiglia di navi (alcune delle quali battenti bandiera turca) e causare una strage è considerato, dal governo israeliano legittimo e non un atto di pirateria o di terrorismo.
Siamo all’assurdo: un popolo, quello israeliano, confina con un altro popolo, quello palestinese, nel mentre gli sottrae con le colonizzazioni, la propria terra. Tutto questo senza che nessuno dei campioni della “democrazia” e della lotta al terrorismo abbia nulla da ridire. Quegli stessi paesi occidentali, compresa l’Italia, intervenuti con le armi in altre aree del mondo proprio per "salvare la democrazia e proteggerci dal terrorismo”. Ma quest'attacco non è terrorismo? E vediamo se stavolta la Farnesina esprimerà un giudizio inequivocabile o si limiterà a verificare la sorte degli italiani coinvolti.
Di fronte all'ingiustizia storica perpetrata contro un popolo intero i paesi occidentali continueranno a considerare come terroristi solo gli atti che vanno contro i propri interessi, difesi con bombe e prepotenza in nome della democrazia del più forte. La spietata legge del più forte.
sabato 29 maggio 2010
Una provocazione, datori di lavoro o padroni?
A partire dalla fine degli anni ’70, con la cosiddetta “svolta dell’Eur” operata da Luciano Lama, è avvenuto un significativo cambiamento: improvvisamente il "padrone" è diventato "datore di lavoro".
Certamente è più "moderno" parlare di datore di lavoro che non di padrone.
Padrone è un termine forte, non gradevole. Padrone è il proprietario di un cane, di un oggetto, di un terreno o di una abitazione. Di tutto questo dispone a suo piacimento, secondo le regole certo, ma in maniera insindacabile e a suo esclusivo vantaggio.
Anche gli schiavi, i servi della gleba avevano un padrone. Essi sapevano bene che, su di loro, il padrone aveva diritto di vita e di morte. Quest'ultimo poteva usufruire dei loro servigi senza essere obbligato a retribuirli in alcuna maniera: in sostanza disponeva di loro, esseri inferiori privi di diritti, a proprio piacimento. Tale status era garantito dalle leggi, fatte da governanti assoluti che intervenivano per il rispetto e il mantenimento dell’ordine basato sul dominio di una classe superiore, detentrice di tutti i diritti, su una inferiore che, invece, ne era completamente priva. Lo schiavo era una persona completamente e involontariamente assoggettata a un'altra. Caratteristiche costitutive della schiavitù erano: la coercizione a svolgere un compito o a prestare un servizio; la riduzione a proprietà esclusiva di un altro essere umano, cioè del padrone; l'assoggettamento completo alla volontà di quest'ultimo.
Quale individuo, oggi, potrebbe tollerare un simile stato di cose?
Lo stato di schiavitù è, nella mente di ogni uomo libero, inaccettabile e insopportabile e, nel tempo, lo schiavismo è stato considerato un crimine odioso lesivo della dignità e libertà di coloro verso il quale è rivolto.
Per lo schiavo salariato la condizione cambia poco. Lo schiavo salariato (o proletario) non è più soggetto a vendita diretta, ma è costretto a autovendere la propria forza-lavoro a un altro soggetto per avere la possibilità, non avendo altro modo, di procurarsi da vivere. Nelle ore di lavoro, lo schiavo salariato, rinuncia alla propria libertà e mette a disposizione di un altro individuo le proprie capacità e la propria autonomia, per poterne trarre da vivere. Egli non è quasi mai nelle condizioni di imporre un prezzo equo alla propria prestazione a causa della mancanza di posti di lavoro e il padrone ne approfitta per imporre le sue condizioni e i suoi interessi. Lo schiavo salariato viene assunto e tenuto al lavoro a condizione che garantisca al padrone un profitto: l'utile è la condizione in assenza della quale, il padrone, non dà nessun lavoro o lo tronca se già esistente.
Mai si è potuto vedere un “datore di lavoro” dare lavoro se ci rimette. E’ la legge del nuovo dio: il mercato! Il padrone ti dà l'opportunità di procurargli profitto. Se non lo fai, non ti dà proprio nulla.
E’, quindi, lo schiavo salariato che dà nel rapporto di lavoro, non il contrario! Egli prima deve garantire un utile o profitto al “datore di lavoro”, poi può lavorare, se gli viene concesso, per procurarsi da vivere. Se però manca l’utile ed il profitto, il padrone non consente allo schiavo salariato di guadagnarsi la paga. Datore di lavoro quindi o usurpatore di profitto e "ladro" del sudore e della libertà altrui.
Modificare l’appellativo da padrone a “datore di lavoro” ha quindi permesso di mistificare su chi veramente dà qualcosa in un rapporto di lavoro dipendente. Una manovra esemplare per cancellare, nell'immaginario collettivo, la consapevolezza che chi è subordinato in un rapporto di lavoro è quasi sempre oggetto di una odiosa, preistorica e incivile sottomissione di classe.
Tutto questo vale solo come provocazione?
Certamente è più "moderno" parlare di datore di lavoro che non di padrone.
Padrone è un termine forte, non gradevole. Padrone è il proprietario di un cane, di un oggetto, di un terreno o di una abitazione. Di tutto questo dispone a suo piacimento, secondo le regole certo, ma in maniera insindacabile e a suo esclusivo vantaggio.
Anche gli schiavi, i servi della gleba avevano un padrone. Essi sapevano bene che, su di loro, il padrone aveva diritto di vita e di morte. Quest'ultimo poteva usufruire dei loro servigi senza essere obbligato a retribuirli in alcuna maniera: in sostanza disponeva di loro, esseri inferiori privi di diritti, a proprio piacimento. Tale status era garantito dalle leggi, fatte da governanti assoluti che intervenivano per il rispetto e il mantenimento dell’ordine basato sul dominio di una classe superiore, detentrice di tutti i diritti, su una inferiore che, invece, ne era completamente priva. Lo schiavo era una persona completamente e involontariamente assoggettata a un'altra. Caratteristiche costitutive della schiavitù erano: la coercizione a svolgere un compito o a prestare un servizio; la riduzione a proprietà esclusiva di un altro essere umano, cioè del padrone; l'assoggettamento completo alla volontà di quest'ultimo.
Quale individuo, oggi, potrebbe tollerare un simile stato di cose?
Lo stato di schiavitù è, nella mente di ogni uomo libero, inaccettabile e insopportabile e, nel tempo, lo schiavismo è stato considerato un crimine odioso lesivo della dignità e libertà di coloro verso il quale è rivolto.
Per lo schiavo salariato la condizione cambia poco. Lo schiavo salariato (o proletario) non è più soggetto a vendita diretta, ma è costretto a autovendere la propria forza-lavoro a un altro soggetto per avere la possibilità, non avendo altro modo, di procurarsi da vivere. Nelle ore di lavoro, lo schiavo salariato, rinuncia alla propria libertà e mette a disposizione di un altro individuo le proprie capacità e la propria autonomia, per poterne trarre da vivere. Egli non è quasi mai nelle condizioni di imporre un prezzo equo alla propria prestazione a causa della mancanza di posti di lavoro e il padrone ne approfitta per imporre le sue condizioni e i suoi interessi. Lo schiavo salariato viene assunto e tenuto al lavoro a condizione che garantisca al padrone un profitto: l'utile è la condizione in assenza della quale, il padrone, non dà nessun lavoro o lo tronca se già esistente.
Mai si è potuto vedere un “datore di lavoro” dare lavoro se ci rimette. E’ la legge del nuovo dio: il mercato! Il padrone ti dà l'opportunità di procurargli profitto. Se non lo fai, non ti dà proprio nulla.
E’, quindi, lo schiavo salariato che dà nel rapporto di lavoro, non il contrario! Egli prima deve garantire un utile o profitto al “datore di lavoro”, poi può lavorare, se gli viene concesso, per procurarsi da vivere. Se però manca l’utile ed il profitto, il padrone non consente allo schiavo salariato di guadagnarsi la paga. Datore di lavoro quindi o usurpatore di profitto e "ladro" del sudore e della libertà altrui.
Modificare l’appellativo da padrone a “datore di lavoro” ha quindi permesso di mistificare su chi veramente dà qualcosa in un rapporto di lavoro dipendente. Una manovra esemplare per cancellare, nell'immaginario collettivo, la consapevolezza che chi è subordinato in un rapporto di lavoro è quasi sempre oggetto di una odiosa, preistorica e incivile sottomissione di classe.
Tutto questo vale solo come provocazione?
venerdì 28 maggio 2010
I padroni della Confindustra
Nel corso dell’ultima assemblea della Confindustria, la presidente dei padroni italiani si è lanciata in una serie di affermazioni e richieste di chiaro stampo classista: 1) taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici; 2) aumento dell’età pensionabile; 3) tagli alla sanità; 4) diminuzione delle tasse a imprese e lavoro; 5 ) liberalizzazioni. Soprattutto, la presidente di Confindustria ha chiesto al governo che la politica di “rigore” nella spesa pubblica sia resa strutturale, cioè permanente e non per soli due anni come previsto dalla manovra varata.
Le richieste padronali sono di fatto già state esaudite dal governo, attraverso la “manovra”: i lavoratori del pubblico impiego avranno gli stipendi congelati (anche quelli a redditi prossimi alla soglia di povertà), tutti i lavoratori dipendenti andranno in pensione più tardi, avremo meno ospedali e più ticket sanitari, è stata tolta l’irap per le imprese del sud, mentre non è stata tolta nessuna tassa per i lavoratori e nulla è previsto per l’occupazione. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, il padronato italiano è completamente libero di fare o non fare a suo piacimento. Infatti le imprese italiane, ad esempio, pur utilizzando denaro pubblico trasferiscono le proprie attività all’estero. Prendiamo il caso della Fiat, che mette in cassa integrazione migliaia di lavoratori italiani e trasferisce in Canada e altrove parte della sua produzione realizzando, in questo modo, l'esemplare operazione di classe della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti: pago la manodopera quando mi dà utile e la scarico sulla collettività quando ciò non avviene. Tantissime aziende italiane seguono l’esempio, delocalizzando le proprie attività in aree del mondo dove la manodopera costa ancora meno, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori con paghe da fame e chiudendo stabilimenti in Italia, con il licenziamento dei lavoratori.
Oppure approfittano di situazioni di crisi, come quella dell’Alitalia, per prendersi a prezzo stracciato la parte di società “sana” che produce profitto (good company) e scaricando sulle spalle della collettività la parte di società improduttiva (bad company).
Nel 2009, in Italia sono stati persi 700mila posti di lavoro e il ricorso alla cassa integrazione è aumentato di sei volte, anche se la produzione è aumentata del sette per cento, dice la presidente di Confindutria. Sorvola su un aspetto importante: se la produzione aumenta e la manodopera diminuisce, vuole dire che meno lavoratori hanno prodotto anche per i licenziati, con verticale abbassamento dei costi per gli imprenditori che continuano a lucrare profitto anche mentre licenziano o mettono in cassa integrazione i dipendenti. Questi ultimi, oltre tutto ciò, debbono pagare anche la politica di “rigore” nella spesa pubblica invocata dalla Confindustria e fatta propria dal governo(!) Ma ciò non basta. Il governo deve rendere permanente la “manovra” attraverso una “riforma”. Evviva i padroni sono diventati riformisti! O controriformisti?
Non hanno bisogno gli industriali di entrare direttamente nel governo, perché centrodestra e centro"sinistra" si contendono i loro favori. Già perché davanti ad una manovra così penalizzante per i lavoratori, pensionati, precari, l’opposizione di centro"sinistra" balbetta e propone misure diverse, che siano però ben in linea con le richieste della Confindustria, della quale contende al centrodestra il consenso e la rappresentatività. Il tutto, naturalmente in un sano e rinato spirito patriottico, cui tutti debbono collaborare accettando anche licenziamenti e tasse. Lo stesso sindacato, se non è addirittura d’accordo con la "manovra", indice uno sciopero generale di quattro ore non subito, ma tra un mese, con manifestazioni territoriali e spezzettate, come suggerisce la Cgil. Impedendo, in questo modo, una risposta adeguata e di massa alla manovra e al governo della Confindustria, nel tentativo di accreditarsi comunque a paladina dei lavoratori, con una iniziativa di “lotta” di facciata che non modificherà nulla.
Centrodestra e centro"sinistra" si rivelano ogni giorno di più schieramenti omologhi e intercambiabili nel gestire queste politiche di “riforma” antipopolari, liberiste e di chiaro stampo classista.
L’operazione del taglio delle province con meno di 220mila abitanti e il taglio delle spese della “politica” (la loro), ben lungi dal far calare la spesa alimentata da raccomandazioni, clientele e favoritismi, serve loro da specchio per le allodole. Il tentativo è quello di strumentalizzare il malcontento verso un ceto politico asservito e troppe volte corrotto e verso un livello di tassazione esorbitante per i redditi fissi, offuscando la realtà: tutto rimarrà come prima, solo che diminuiranno i servizi e si produrrà quella operazione di consenso, cui lavorava la P2, di taglio dei livelli democratici di partecipazione e controllo con l'assenso del popolo.
Occorre smascherare tali disegni e i loro sostenitori, di centrodestra o di centro”sinistra”. Occorre ricostruire un progetto e un modo di pensare diverso e alternativo a quello classista, liberale e padronale che, oggi, prevale nel Paese.
Le richieste padronali sono di fatto già state esaudite dal governo, attraverso la “manovra”: i lavoratori del pubblico impiego avranno gli stipendi congelati (anche quelli a redditi prossimi alla soglia di povertà), tutti i lavoratori dipendenti andranno in pensione più tardi, avremo meno ospedali e più ticket sanitari, è stata tolta l’irap per le imprese del sud, mentre non è stata tolta nessuna tassa per i lavoratori e nulla è previsto per l’occupazione. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, il padronato italiano è completamente libero di fare o non fare a suo piacimento. Infatti le imprese italiane, ad esempio, pur utilizzando denaro pubblico trasferiscono le proprie attività all’estero. Prendiamo il caso della Fiat, che mette in cassa integrazione migliaia di lavoratori italiani e trasferisce in Canada e altrove parte della sua produzione realizzando, in questo modo, l'esemplare operazione di classe della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti: pago la manodopera quando mi dà utile e la scarico sulla collettività quando ciò non avviene. Tantissime aziende italiane seguono l’esempio, delocalizzando le proprie attività in aree del mondo dove la manodopera costa ancora meno, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori con paghe da fame e chiudendo stabilimenti in Italia, con il licenziamento dei lavoratori.
Oppure approfittano di situazioni di crisi, come quella dell’Alitalia, per prendersi a prezzo stracciato la parte di società “sana” che produce profitto (good company) e scaricando sulle spalle della collettività la parte di società improduttiva (bad company).
Nel 2009, in Italia sono stati persi 700mila posti di lavoro e il ricorso alla cassa integrazione è aumentato di sei volte, anche se la produzione è aumentata del sette per cento, dice la presidente di Confindutria. Sorvola su un aspetto importante: se la produzione aumenta e la manodopera diminuisce, vuole dire che meno lavoratori hanno prodotto anche per i licenziati, con verticale abbassamento dei costi per gli imprenditori che continuano a lucrare profitto anche mentre licenziano o mettono in cassa integrazione i dipendenti. Questi ultimi, oltre tutto ciò, debbono pagare anche la politica di “rigore” nella spesa pubblica invocata dalla Confindustria e fatta propria dal governo(!) Ma ciò non basta. Il governo deve rendere permanente la “manovra” attraverso una “riforma”. Evviva i padroni sono diventati riformisti! O controriformisti?
Non hanno bisogno gli industriali di entrare direttamente nel governo, perché centrodestra e centro"sinistra" si contendono i loro favori. Già perché davanti ad una manovra così penalizzante per i lavoratori, pensionati, precari, l’opposizione di centro"sinistra" balbetta e propone misure diverse, che siano però ben in linea con le richieste della Confindustria, della quale contende al centrodestra il consenso e la rappresentatività. Il tutto, naturalmente in un sano e rinato spirito patriottico, cui tutti debbono collaborare accettando anche licenziamenti e tasse. Lo stesso sindacato, se non è addirittura d’accordo con la "manovra", indice uno sciopero generale di quattro ore non subito, ma tra un mese, con manifestazioni territoriali e spezzettate, come suggerisce la Cgil. Impedendo, in questo modo, una risposta adeguata e di massa alla manovra e al governo della Confindustria, nel tentativo di accreditarsi comunque a paladina dei lavoratori, con una iniziativa di “lotta” di facciata che non modificherà nulla.
Centrodestra e centro"sinistra" si rivelano ogni giorno di più schieramenti omologhi e intercambiabili nel gestire queste politiche di “riforma” antipopolari, liberiste e di chiaro stampo classista.
L’operazione del taglio delle province con meno di 220mila abitanti e il taglio delle spese della “politica” (la loro), ben lungi dal far calare la spesa alimentata da raccomandazioni, clientele e favoritismi, serve loro da specchio per le allodole. Il tentativo è quello di strumentalizzare il malcontento verso un ceto politico asservito e troppe volte corrotto e verso un livello di tassazione esorbitante per i redditi fissi, offuscando la realtà: tutto rimarrà come prima, solo che diminuiranno i servizi e si produrrà quella operazione di consenso, cui lavorava la P2, di taglio dei livelli democratici di partecipazione e controllo con l'assenso del popolo.
Occorre smascherare tali disegni e i loro sostenitori, di centrodestra o di centro”sinistra”. Occorre ricostruire un progetto e un modo di pensare diverso e alternativo a quello classista, liberale e padronale che, oggi, prevale nel Paese.
mercoledì 26 maggio 2010
La loro equità
Una delle parole più usate, in questi giorni in cui viene varata l'ennesima "manovra di risanamento dei conti dello Stato", è equità.
Se si va a cercare sul vocabolario il significato della parola equo troviamo due termini: giusto, imparziale.
Viene quindi considerato da chi governa giusto e imparziale, cioè senza privilegi o discriminazioni, un intervento finanziario che prevede, per quanto riguarda le pensioni da lavoro o di vecchiaia, si possa andare in pensione dodici mesi (contro gli attuali nove per effetto del sistema di finestre vigente) dopo la maturazione dei requisiti nel caso di lavoratori dipendenti pubblici e privati.
Con queste poche righe vengono sottratte ulteriori tre mensilità di pensione versate allo Stato. Per una pensione di vecchiaia ci sarà una perdita di circa 1.600 euro. Per una pensione da lavoro (di 1.200 euro mensili) la perdita sarà di circa 4.000 euro.
Ma non avevano detto che non avrebbero messo le mani in tasca agli italiani?
Quanto previsto poi in materia di tagli agli enti locali, con 13,2 miliardi in meno in due anni per regioni, province e comuni, molto probabilmente si trasformerà in riduzioni dei servizi e aumento di ticket sanitari o tariffe pubbliche per i cittadini. Con gravissimo danno per i redditi fissi.
Ancora il blocco dei contratti dei lavoratori del pubblico impiego, i tagli alle pensioni di invalidità, lo stop al turn over, sempre nella pubblica amministrazione (sostituzione di chi va in pensione), il congelamento dell'organico degli insegnanti di sostegno, i nuovi pedaggi sui raccordi per autostrade, ecc. Tutto questo, su quali redditi peserà? Naturalmente su quelli fissi privi di ogni tutela!
La "manovra economica", come al solito, non colpisce i profitti milionari o le rendite finanziarie o le grandi evasioni che, poi, sono alla base della crisi.
I miliardari, in euro, continueranno a godere della loro ricchezza, accumulata più o meno lecitamente. Loro non verranno toccati da questa manovra equa.
I precari, i disoccupati, i lavoratori o i pensionati, derubati del loro presente e del loro futuro, continueranno a essere precari o disoccupati (perché nella "manovra" non c'è nulla per l'occupazione), o a percepire redditi sempre più taglieggiati e servizi pubblici sempre più costosi e carenti.
Alla faccia dell'equità!
Che equità ci può essere fra il milionario che risiede a Montecarlo (e può tranquillamente continuare a farlo) per non pagare le tasse e la madre di famiglia costretta a rubare formaggio al supermercato, perché senza un reddito sufficiente per vivere non può dar da mangiare al proprio figlio malato?
La verità è che chi considera equa la "manovra" lo fa perché ritiene possibile e legittima l'esistenza contemporanea della ricchezza più sfrontata e della povertà più nera.
Se un termine va usato per questa "manovra economica", questo non è equa ma iniqua e classista.
Se si va a cercare sul vocabolario il significato della parola equo troviamo due termini: giusto, imparziale.
Viene quindi considerato da chi governa giusto e imparziale, cioè senza privilegi o discriminazioni, un intervento finanziario che prevede, per quanto riguarda le pensioni da lavoro o di vecchiaia, si possa andare in pensione dodici mesi (contro gli attuali nove per effetto del sistema di finestre vigente) dopo la maturazione dei requisiti nel caso di lavoratori dipendenti pubblici e privati.
Con queste poche righe vengono sottratte ulteriori tre mensilità di pensione versate allo Stato. Per una pensione di vecchiaia ci sarà una perdita di circa 1.600 euro. Per una pensione da lavoro (di 1.200 euro mensili) la perdita sarà di circa 4.000 euro.
Ma non avevano detto che non avrebbero messo le mani in tasca agli italiani?
Quanto previsto poi in materia di tagli agli enti locali, con 13,2 miliardi in meno in due anni per regioni, province e comuni, molto probabilmente si trasformerà in riduzioni dei servizi e aumento di ticket sanitari o tariffe pubbliche per i cittadini. Con gravissimo danno per i redditi fissi.
Ancora il blocco dei contratti dei lavoratori del pubblico impiego, i tagli alle pensioni di invalidità, lo stop al turn over, sempre nella pubblica amministrazione (sostituzione di chi va in pensione), il congelamento dell'organico degli insegnanti di sostegno, i nuovi pedaggi sui raccordi per autostrade, ecc. Tutto questo, su quali redditi peserà? Naturalmente su quelli fissi privi di ogni tutela!
La "manovra economica", come al solito, non colpisce i profitti milionari o le rendite finanziarie o le grandi evasioni che, poi, sono alla base della crisi.
I miliardari, in euro, continueranno a godere della loro ricchezza, accumulata più o meno lecitamente. Loro non verranno toccati da questa manovra equa.
I precari, i disoccupati, i lavoratori o i pensionati, derubati del loro presente e del loro futuro, continueranno a essere precari o disoccupati (perché nella "manovra" non c'è nulla per l'occupazione), o a percepire redditi sempre più taglieggiati e servizi pubblici sempre più costosi e carenti.
Alla faccia dell'equità!
Che equità ci può essere fra il milionario che risiede a Montecarlo (e può tranquillamente continuare a farlo) per non pagare le tasse e la madre di famiglia costretta a rubare formaggio al supermercato, perché senza un reddito sufficiente per vivere non può dar da mangiare al proprio figlio malato?
La verità è che chi considera equa la "manovra" lo fa perché ritiene possibile e legittima l'esistenza contemporanea della ricchezza più sfrontata e della povertà più nera.
Se un termine va usato per questa "manovra economica", questo non è equa ma iniqua e classista.
martedì 25 maggio 2010
Sinistra
Chi si batteva per il superamento dell’organizzazione capitalista dell’economia della società, chi si batteva per l’emancipazione del lavoro dallo sfruttamento, chi si batteva per una società e un ambiente a misura d’uomo, chi si batteva per l’uguaglianza sociale delle persone a prescindere dalle condizioni economiche, dal sesso, dalle idee politiche e religiose, a prescindere dal colore della pelle. Chi faceva tutto ciò si trovava a sinistra nelle aule parlamentari, nei consigli comunali o provinciali (e in qualunque altro organo rappresentativo) ed era seduto alla sinistra del presidente dell’assemblea.
Lo stare a sinistra era una scelta, visibile e inequivocabile.
I partiti interclassisti invece si ponevano al centro, mentre i partiti padronali e reazionari a destra: anche per costoro la collocazione nelle aule corrispondeva a una appartenenza politica ben precisa.
Sedersi a sinistra o destra aveva il significato di compiere una scelta di campo. A sinistra con i lavoratori e le loro istanze a destra con i padroni ed i loro interessi.
Non era un semplice schematismo.
Oggi, per quanto riguarda la sinistra, chi è seduto in quelle tradizionali postazioni non è più portatore degli stessi ideali e obiettivi. Pur mantenendo, per fini elettorali e di borsa, una ambiguità di fondo.
Non si tratta di sostenere tesi settarie, massimaliste o estremiste, o intolleranti o altro ancora. Non si tratta di tranciare giudizi sommari. Molto più semplicemente di chiamare le idee, le posizioni politiche dei partiti per quello che sono, con il loro vero nome e cognome, superando il valore, forse anche un po’ nostalgico e datato che la parola “sinistra” finora ha avuto e di cui, comunque, ancora oggi è spesso conveniente servirsi.
Occorre superare, quindi, l’ambiguità e la malafede di chi vuole far credere che il solo stare seduto a sinistra, negli organi rappresentativi, fa diventare di sinistra le proprie posizioni e scelte. Non si può pretendere, in base a ciò, il consenso e il voto, accantonando momentaneamente le tesi e posizioni politiche espresse e gli interessi reali rappresentati e difesi. O chiedere un consenso cui non si ha diritto, perché il soggetto sociale da rappresentare (la "classe" di riferimento) è diverso e con interessi contrapposti.
La responsabilità storica e politica di costoro, oltre al tradimento di valori e ideali, sta nel mantenere l’ambiguità, nel continuare a far credere di lavorare per un campo mentre si sguazza nell’altro.
La linea politica della "sinistra moderna e democratica”, negli ultimi decenni, ha contraddetto e si è sistematicamente contrapposta a quella sostenuta, dalla sua nascita in poi, dalla sinistra propriamente detta. Lo sforzo maggiore di questi “innovatori” sta nel tentare di presentare come una evoluzione la loro posizione attuale, spacciandola di sinistra e dalla parte dei lavoratori, mentre è quasi sempre sistematicamente il contrario.
L’appellativo di “sinistra” non è più, quindi, una discriminante. Non è più vero che dirsi di sinistra significa portare avanti i valori propri storicamente della sinistra e, quindi, stare dalla parte dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati. In poche parole degli oppressi. Non è più vero che chiamarsi socialista o comunista significa quello che tali appellativi hanno, storicamente, significato.
Non ci si può più accontentare delle dichiarazioni di principio: sinistra, comunisti, socialisti, oggi, sono definizioni prive di contenuto. E troppo spesso vengono utilizzate non nella direzione di costruire una società senza classi, ma per ritagliarsi spazi e costruirsi fortune politiche, anche personali. Tutto ciò nell'ipotesi più benevola. Assumendo, cioè, che il passaggio dalla sponda dei lavoratori e del progresso a quella del padronato e della conservazione non sia un processo appositamente studiato per addormentare le coscienze e far perdere la consapevolezza della realtà sociale attuale. Impostata dalle sue fondamenta sul privilegio e la discriminazione.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ai capovolgimenti più incredibili: partiti socialisti che governano con la destra nostalgica, conservatrice e reazionaria; partiti di “sinistra” essere in prima fila, sia sul piano politico che sindacale, a sostenere le politiche economiche più antipopolari, sullo stato sociale, sul fisco, sui contratti di lavoro e sui diritti, arrivando a condividere e sostenere interventi militari con uso della forza in varie aree del mondo.
Oggi, più che mai, deve contare la sostanza. Occorre denunciare e smascherare il tentativo di chi vuole negare che crescono sempre di più il privilegio e la discriminazione sociale di classe. Oggi più che mai c’è la necessità di forti aggregazioni politiche e sindacali che, con una chiara e determinata impostazione di classe, facciano chiarezza, agiscano e si battano per una società di liberi ed uguali. Occorre scongiurare il rischio di una perenne condizione di subalternità e di sfruttamento cui i lavoratori e i precari sembrano destinati.
Occorre, quindi, ripartire dal metodo delle analisi dei rapporti sociali e di classe per comprendere la realtà e ricominciare a lottare per costruire una società non più basata sull’ingiustizia e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Occorre ripartire dalle idee, dalle analisi e dalla chiarezza degli interessi rappresentati.
lunedì 24 maggio 2010
Le mani in tasca
Ancora una volta si apprestano a varare una "manovra economica" per "salvare" l'economia del Paese.
Ancora una volta taglieranno stipendi e pensioni, ancora una volta si arricchiranno di più.
Il balletto che si scatena a ogni fase della "crisi economica" è osceno.
Hanno detto che non metteranno le mani in tasca agli italiani. Hanno ragione perchè non ne ce n'è bisogno, col sostituto di imposta basta modificare una aliquota e il gioco è fatto. In tasca ai redditi fissi, lavoratori, precari e pensionati, la parte di stipendio destinato al fisco, che le aziende sono tenute a trattenere e versare per conto degli interessati, non entrerà mai. Ci penserà il sostituto d'imposta a trattenerla e dirottarla all'erario. Se verrà poi usata per la collettività non è dato sapere. Ma la storia ci insegna che non sarà così.
Anche la prossima "manovra finanziaria" servirà per spostare reddito dalle buste paga dei tanti ai soliti noti, come già da tempo hanno imparato a fare.
D'altra parte, come ha detto il Presidente del Consiglio in carica, se le tasse sono troppo alte è giusto evadere.
Loro in ogni caso lo possono fare, non hanno il sostituto d'imposta!
Poveri milionari costretti perfino a diventare contrabbandieri per mantenere le loro lussuose barchette evadendo, in maniera sacrosanta, le tasse sul carburante che, invece, il ricco pendolare deve giustamente pagare per intero.
Occorre moralizzare! Ci siamo abituati, dicono, a un tenore di vita troppo alto per le nostre possibilità!
Lavoratori, precari e pensionati, basta con gli sprechi!
Però, già che ci siamo, per incrementare le entrate, senza naturalmente mettere le mani in tasca agli italiani, dopo uno scudo fiscale e innumerevoli sanatorie si potrà fare un nuovo condono sugli abusi edilizi. Tanto per difendere l'ambiente! Sperando che il popolo caprone non se ne accorga.
Ancora una volta taglieranno stipendi e pensioni, ancora una volta si arricchiranno di più.
Il balletto che si scatena a ogni fase della "crisi economica" è osceno.
Hanno detto che non metteranno le mani in tasca agli italiani. Hanno ragione perchè non ne ce n'è bisogno, col sostituto di imposta basta modificare una aliquota e il gioco è fatto. In tasca ai redditi fissi, lavoratori, precari e pensionati, la parte di stipendio destinato al fisco, che le aziende sono tenute a trattenere e versare per conto degli interessati, non entrerà mai. Ci penserà il sostituto d'imposta a trattenerla e dirottarla all'erario. Se verrà poi usata per la collettività non è dato sapere. Ma la storia ci insegna che non sarà così.
Anche la prossima "manovra finanziaria" servirà per spostare reddito dalle buste paga dei tanti ai soliti noti, come già da tempo hanno imparato a fare.
D'altra parte, come ha detto il Presidente del Consiglio in carica, se le tasse sono troppo alte è giusto evadere.
Loro in ogni caso lo possono fare, non hanno il sostituto d'imposta!
Poveri milionari costretti perfino a diventare contrabbandieri per mantenere le loro lussuose barchette evadendo, in maniera sacrosanta, le tasse sul carburante che, invece, il ricco pendolare deve giustamente pagare per intero.
Occorre moralizzare! Ci siamo abituati, dicono, a un tenore di vita troppo alto per le nostre possibilità!
Lavoratori, precari e pensionati, basta con gli sprechi!
Però, già che ci siamo, per incrementare le entrate, senza naturalmente mettere le mani in tasca agli italiani, dopo uno scudo fiscale e innumerevoli sanatorie si potrà fare un nuovo condono sugli abusi edilizi. Tanto per difendere l'ambiente! Sperando che il popolo caprone non se ne accorga.
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