E’ stato raggiunto nei giorni scorsi un accordo sindacale sottoscritto dalla Luxottica e da Cgil, Cisl e Uil, che per l’occasione hanno ritrovato l’unità.
Questa intesa azienda-sindacati ha prodotto, come ha scritto il Corriere della sera, la nascita della “prima Cassa sanitaria” aggiuntiva per i 7.300 dipendenti della Luxottica. La nuova Cassa coprirà le spese sostenute per le prestazioni odontoiatriche, le visite specialistiche, gli esami di alta diagnostica e i grandi interventi. Per ciascuna di queste tipologie i massimali di spesa sono stati concordati al tavolo delle trattative. In termini di incremento del valore reale delle retribuzioni si stima che una famiglia media possa risparmiare un minimo di 300 euro di spese l'anno e fino a 5mila euro in caso di grandi interventi ospedalieri. Per la maternità è previsto un ulteriore contributo di circa 350 euro (e vale la pena ricordare come la manodopera femminile sia circa il 60 per cento dei dipendenti Luxottica). L'accordo inizialmente durerà un anno ed è stato negoziato con Cgil, Cisl e Uil comma per comma. Il dipendente Luxottica ovviamente resterà in carico al Servizio sanitario nazionale ma per tutte le prestazioni aggiuntive (ma anche solo per accelerare i tempi di un esame specialistico) potrà accedere ai servizi della Cassa senza sborsare un euro.
Sicuramente questo è un accordo controcorrente che viene sottoscritto in un momento in cui i diritti dei lavoratori sono messi in discussione o annullati, anche in materia di sanità o più in generale di welfare. Invertire questa tendenza in sede di contrattazione articolata o decentrata può essere a prima vista considerato un successo che può segnare la strada per altri lavoratori di altre aziende, al fine di ottenere gli stessi risultati. Se non fosse per il fatto che purtroppo oggi nei posti di lavoro, vedi Pomigliano, si discute degli stessi argomenti ma su sponde ben diverse. La stragrande parte delle aziende poi oltre a costringere i lavoratori su una posizione di difesa del salario e dei diritti acquisiti, li pone troppo spesso a confrontarsi con la cassa integrazione, la mobilità e la disoccupazione.
Come valutare questo tipo di accordo allora? E’ l’inizio della riscossa dei lavoratori?
Tutt’altro. Le “conquiste”contenute nell’accordo lungi dall’intaccare lo stato generale della sanità (non potrebbe essere altrimenti) con ticket, lunghissime attese per prestazioni specialistiche, chiusura di ospedali, ecc. ecc. determina una situazione che si potrebbe definire di minor disagio relativo per i dipendenti Luxottica: questi ultimi infatti, pur restando come tutti i cittadini italiani all’interno del servizio sanitario nazionale, godrebbero di un trattamento “integrativo” rispetto a quello degli altri lavoratori italiani. Questo accordo “apre la strada” per tutti i dipendenti che potranno, avendo questo precedente, raggiungere intese sulla stessa materia e quindi sarebbe da considerarsi positivo e da imitare. Se non fosse per una considerazione tutt’altro che secondaria: è giusto e moralmente legittimo creare o meglio ricreare una nuova cassa malattia? E’ giusto frammentare, in relazione ai singoli posti di lavoro dove questo è possibile, il rapporto fra lavoratore, cittadino e sanità? In conclusione è giusto differenziare i trattamenti in una materia come la sanità che, in uno stato civile, dovrebbe essere la stessa per tutti i indipendentemente dalla condizione economica, lavorativa, occupazionale o di residenza? Oppure è preferibile ricreare tante casse sanitarie riproponendo lo stato di cose esistente prima della riforma del 1978 nella quale, oltretutto, i lavoratori e le loro famiglie avevano diritto alla assistenza sanitaria solo se occupati o fino a sei mesi dopo il licenziamento? Non si resusciterebbe la situazione incivile e ingiusta di sanità diverse legate non al diritto di ogni individuo, ma al reddito e alla condizione economica?
La risposta a questi quesiti l’ha data il sindacalista della Cgil che ha sottoscritto l’accordo: ”le questioni ideologiche si possono discutere fino alle 11.30, ma a mezzogiorno si deve mettere qualcosa in tavola e noi lo abbiamo fatto”. La volgarità e la brutalità di questa risposta ha il merito della sincerità su una posizione ideologica “liberale” cui anche la Cgil è approdata. E’ tempo cioè, per costoro e per la Cgil, di abbandonare anche in materia di sanità l’utopia “ideologica e sessantottina” dell’uguaglianza. Chi può si serva meglio! Evviva la “libertà” liberista che consente ai “migliori” il meglio e riserva ai “peggiori” il peggio.
Questa “vittoria” sindacale lungi dal rappresentare un successo per i lavoratori rappresenta l’approdo, dopo la deriva del sindacato e della Cgil verso le teorie liberali-padronali, verso la privatizzazione oltre che della scuola, dei servizi, dell’informazione, delle risorse energetiche anche della sanità. Tutto ciò non può che passare attraverso il disorientamento e la frammentazione dei lavoratori e delle loro rivendicazioni.
mercoledì 30 giugno 2010
martedì 29 giugno 2010
Proletari e padroni di tutto il mondo, unitevi!
I lavoratori possono stare tranquilli: hanno dalla loro parte la Marcegaglia che si batte per i loro diritti e interessi che, secondo lei, sono gli stessi dei padroni. E' quanto emerge dalle due dichiarazioni sottostanti rilasciate nel tempo da questa novella paladina degli evidenti interessi comuni (?) di padroni e lavoratori.
Novembre 2008: "Secondo noi quello che serve in questo momento è un aiuto ai redditi più bassi e un supporto alle imprese perché continuino (?) a investire!"
29 giugno 2010: "Stiamo chiedendo al ministro Tremonti un tavolo sul problema del fisco (carico fiscale dati Istat 43,2 per cento; dati Cgia Mestre 52 per cento). Siamo consapevoli che il tema del rigore e dei debiti è un tema al centro dell'attenzione e quindi spazi nel brevissimo saranno difficili, però è importante parlarne, perché non possiamo andare avanti così con una pressione fiscale così alta per le imprese e per i lavoratori".
Chi l'avrebbe mai detto? Padroni e lavoratori uniti nello stesso destino!
Novembre 2008: "Secondo noi quello che serve in questo momento è un aiuto ai redditi più bassi e un supporto alle imprese perché continuino (?) a investire!"
29 giugno 2010: "Stiamo chiedendo al ministro Tremonti un tavolo sul problema del fisco (carico fiscale dati Istat 43,2 per cento; dati Cgia Mestre 52 per cento). Siamo consapevoli che il tema del rigore e dei debiti è un tema al centro dell'attenzione e quindi spazi nel brevissimo saranno difficili, però è importante parlarne, perché non possiamo andare avanti così con una pressione fiscale così alta per le imprese e per i lavoratori".
Chi l'avrebbe mai detto? Padroni e lavoratori uniti nello stesso destino!
lunedì 28 giugno 2010
Rigore ad personam
Il Capo del Governo, nonché imprenditore e capitalista fra i più ricchi al mondo, ha partecipato alla riunione dei cosiddetti G20 che si è tenuta a Toronto. In quella sede è stata affrontata l’eventualità di concordare una forma impositiva per le banche: tra le ipotesi possibili l’attenzione si è concentrata su un’eventuale tassazione delle transazioni finanziarie o sull’eventuale introduzione di una tassa globale. Com’era prevedibile su entrambe le proposte non è stato raggiunto alcun accordo, quindi le banche e i “poveri” finanzieri possono dormire sonni tranquilli. Del resto il padronato nostrano, pur in perenne “sofferenza” per l’alto costo del denaro imposto dalle banche, per voce della Presidente della Confindustria si era già schierata contro l’eventuale introduzione di una tassa, perché questa si sarebbe scaricata su imprese e “risparmiatori”.
Nel nostro Paese l’unica categoria o classe sociale che non può "scaricare" proprio nulla, ma sulla quale però si "scarica" sempre tutto, sono i redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati). Su costoro si scaglia il fisco, con un’imposizione diretta che non lascia scampo. Tutto questo attraverso il sostituto d’imposta il quale versa, quando lo fa, allo Stato l’Irpef dovuta (dal lavoratore o dal pensionato) senza farla nemmeno transitare nella busta paga. In quest’ultima sono visibili soltanto i numeri (ahinoi) delle somme trattenute. Per non parlare dell’imposizione indiretta che grava pesantemente sui redditi fissi, cui è pressoché negata la possibilità di rivalersi (aumentando i propri stipendi ad esempio) o di scaricare alcunché come fanno tutte le altre figure economiche.
Tornando da Toronto il Capo del Governo ha usato frasi che purtroppo conosciamo bene: ”La crisi è alle spalle, ma non significa che i sacrifici siano finiti”. Poi rivolto alle Regioni ha affermato: ”Tagliare è sempre difficile e doloroso, ma non si può andare avanti così a sprecare i soldi dei cittadini”. Infatti i servizi per i cittadini secondo i liberali - liberisti e padroni - rappresentano un costo improduttivo che determina il carico fiscale da tagliare. Tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, alla ricerca, ecc. ecc. ecc. Su tutto ciò le Regioni, pur tra qualche protesta di rito, si stanno già attivando o con la chiusura di ospedali, per esempio, o con l’ennesimo aumento dell’Irpef che naturalmente pagheranno solo i redditi da busta paga.
Anche gli stipendi dei lavoratori sono troppo alti e non permettono alle “povere” aziende italiane di competere a livello globale. Per non parlare del costo, non solo economico, dei diritti dei lavoratori (come quello alla salute e allo sciopero) che possono determinare addirittura l’espatrio clandestino definitivo della Fiat in Polonia o in America su un qualche barcone perennemente in procinto di affondare.
Rigore, rigore e ancora rigore dunque: ci dobbiamo dimenticare gli sprechi di questi ultimi anni. Ci siamo abituati a un tenore e a uno stile di vita troppo alto per le nostre possibilità!
Chissà se Berlusconi dopo Toronto è andato ad affrontare la sua parte di rigore sulla nuova imbarcazione superlusso da 37 metri del figlio del costo di 18 milioni di euro. La “Custom Line 124”, così si chiama la “barchetta”, sostituirà la “Suegno”, l’altro yacht acquistato solo tre anni fa da Piersilvio. Il “Suegno” però non era un sogno per il rampollo della famiglia Berlusconi, perché poverino stava troppo stretto in 30 metri. Oppure Il nostro rigorista andrà a meditare in “buen retiro” nella sua villa Gernetto a Lesmo, una delle tante, di appena 350mila metri quadri.
Del resto Lui deve dare il buon esempio! Cribbio!
Nel nostro Paese l’unica categoria o classe sociale che non può "scaricare" proprio nulla, ma sulla quale però si "scarica" sempre tutto, sono i redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati). Su costoro si scaglia il fisco, con un’imposizione diretta che non lascia scampo. Tutto questo attraverso il sostituto d’imposta il quale versa, quando lo fa, allo Stato l’Irpef dovuta (dal lavoratore o dal pensionato) senza farla nemmeno transitare nella busta paga. In quest’ultima sono visibili soltanto i numeri (ahinoi) delle somme trattenute. Per non parlare dell’imposizione indiretta che grava pesantemente sui redditi fissi, cui è pressoché negata la possibilità di rivalersi (aumentando i propri stipendi ad esempio) o di scaricare alcunché come fanno tutte le altre figure economiche.
Tornando da Toronto il Capo del Governo ha usato frasi che purtroppo conosciamo bene: ”La crisi è alle spalle, ma non significa che i sacrifici siano finiti”. Poi rivolto alle Regioni ha affermato: ”Tagliare è sempre difficile e doloroso, ma non si può andare avanti così a sprecare i soldi dei cittadini”. Infatti i servizi per i cittadini secondo i liberali - liberisti e padroni - rappresentano un costo improduttivo che determina il carico fiscale da tagliare. Tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, alla ricerca, ecc. ecc. ecc. Su tutto ciò le Regioni, pur tra qualche protesta di rito, si stanno già attivando o con la chiusura di ospedali, per esempio, o con l’ennesimo aumento dell’Irpef che naturalmente pagheranno solo i redditi da busta paga.
Anche gli stipendi dei lavoratori sono troppo alti e non permettono alle “povere” aziende italiane di competere a livello globale. Per non parlare del costo, non solo economico, dei diritti dei lavoratori (come quello alla salute e allo sciopero) che possono determinare addirittura l’espatrio clandestino definitivo della Fiat in Polonia o in America su un qualche barcone perennemente in procinto di affondare.
Rigore, rigore e ancora rigore dunque: ci dobbiamo dimenticare gli sprechi di questi ultimi anni. Ci siamo abituati a un tenore e a uno stile di vita troppo alto per le nostre possibilità!
Chissà se Berlusconi dopo Toronto è andato ad affrontare la sua parte di rigore sulla nuova imbarcazione superlusso da 37 metri del figlio del costo di 18 milioni di euro. La “Custom Line 124”, così si chiama la “barchetta”, sostituirà la “Suegno”, l’altro yacht acquistato solo tre anni fa da Piersilvio. Il “Suegno” però non era un sogno per il rampollo della famiglia Berlusconi, perché poverino stava troppo stretto in 30 metri. Oppure Il nostro rigorista andrà a meditare in “buen retiro” nella sua villa Gernetto a Lesmo, una delle tante, di appena 350mila metri quadri.
Del resto Lui deve dare il buon esempio! Cribbio!
sabato 26 giugno 2010
Moltheni
Moltheni è Umberto Giardini. Giovedì scorso il suo ultimo concerto a Roma, al Circolo degli Artisti. Poi il ritiro dalle scene. Dopo oltre dieci anni di attività lo stop nel luglio di quest'anno, con la fine del tour. Dieci anni di canzoni, di parole e melodie mai banali, lontane dalla musica standardizzata delle radio nazionali o dal supermarket dei reality. Uno stop per protestare contro tutto questo. E di fronte a un Paese rozzo nei confronti della cultura e nel suo insieme, alla fatica di dover essere artista e contabile allo stesso tempo, all'omologazione imperante, alla "fine della discografia italiana". Lo stop di Moltheni ma, speriamo, non della musica di Umberto Giardini.
"Ah, dimmelo ancora
che non è vero
che tutto adesso è così poco sincero
L'Italia che affonda,
l'Italia che galleggia sopra un'onda
in un mare di volgarità
L'Italia che da ciò che non occorre
L'Italia inquinata,
l'Italia che apparentemente reagisce
che poi finisce in un TG al tasto 4 del mio telecomando
L'Italia che urlando pare ce la faccia
puttana di un governo come carta straccia
che mi indispone e mi convince che non va bene
L'Italia degli sguardi
l'Italia dei partiti ingordi, che mangia tutto e non digerisce
l'Italia che impedisce a chi vuol fare
L'Italia in cancrena,
come befana incurvata in avanti con al schiena
divisa in due, proprio come noi due
L'Italia nei tuoi occhi
di ciò che provochi quando mi tocchi
quando non c'è da fare niente,
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore
Io sono l'Italia che muore,
l'Italia che muore"
(Moltheni, "Per carità di Stato")
"Ah, dimmelo ancora
che non è vero
che tutto adesso è così poco sincero
L'Italia che affonda,
l'Italia che galleggia sopra un'onda
in un mare di volgarità
L'Italia che da ciò che non occorre
L'Italia inquinata,
l'Italia che apparentemente reagisce
che poi finisce in un TG al tasto 4 del mio telecomando
L'Italia che urlando pare ce la faccia
puttana di un governo come carta straccia
che mi indispone e mi convince che non va bene
L'Italia degli sguardi
l'Italia dei partiti ingordi, che mangia tutto e non digerisce
l'Italia che impedisce a chi vuol fare
L'Italia in cancrena,
come befana incurvata in avanti con al schiena
divisa in due, proprio come noi due
L'Italia nei tuoi occhi
di ciò che provochi quando mi tocchi
quando non c'è da fare niente,
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore, che come vedi,
non è apparente
nell'immondizia del mio cuore
Io sono l'Italia che muore,
l'Italia che muore"
(Moltheni, "Per carità di Stato")
venerdì 25 giugno 2010
L’Unità e il comunista su misura
E’ comparso, un paio di giorni or sono sull’Unità on line, un articolo dedicato a un operaio della Fiat di Pomigliano nel quale quest’ultimo si definisce “orgogliosamente e testardamente comunista”. L’operaio dichiara di essere iscritto alla Fim Cisl e di non essere più militante del Partito della Rifondazione comunista da due anni. Con riferimento al referendum di Pomigliano afferma: ”Se chiude la fabbrica consegniamo 17mila persone alla camorra” non solo, in questo caso si “farebbe crollare del 20 per cento il Pil (prodotto interno lordo) della Campania”. Conclude poi: ”Autoconfinarsi nella ridotta massimalista significa, per una parte del sindacato, favorire il disegno di questo Governo e di questa maggioranza, teso a eliminare dalla scena politica e sindacale ogni forma di dissenso organizzato" (favorendo il consenso organizzato?) "Così veramente nessuno disturberà più il manovratore" (allora meglio firmare l’accordo come hanno fatto Cisl, Uil e Ugl?) "Siamo già fuori dal Parlamento (?), vogliamo farci cacciare anche dalla fabbrica? Io con Marchionne voglio continuare ad averci a che fare, voglio continuare a contrappormi a lui su tutto" (meno che sull’accordo sottoscritto che a causa della mancata firma della Fiom ha reso necessario il referendum) "sugli orari, gli scioperi, le malattie, i turni, le condizioni di lavoro”. E’ per questi motivi che il nostro testardo comunista all’Unità dichiara di aver “votato sì a testa alta” al referendum".
Era da molto tempo che sull’Unità, giornale che porta ancora la dicitura “fondato da Antonio Gramsci”, non veniva dato così grande risalto a una persona che si autodefinisce comunista (perlomeno venti anni). Dopo tutto questo tempo il quotidiano è riuscito a trovare un comunista che ha la stessa posizione del Pd sulla vicenda Pomigliano e in generale sulle “strategie sindacali”. Sorge il sospetto che questo comunista sia su misura per il Pd (e forse proprio per questo ha trovato spazio su quel giornale). Non si contesta la legittimità delle posizioni di ciascuno, quanto la correttezza dell’uso che se ne fa. L’Unità, infatti, dopo aver smesso anche formalmente di essere un giornale comunista, vuole accreditare l’opinione verso i suoi lettori di essere ancora punto di riferimento anche per chi si ostina a dichiararsi comunista. Un’operazione spregiudicata e patetica per catturare consensi che dà la misura della disperazione politica di un giornale che non ha il coraggio delle sue idee politiche, come il Pd del resto.
Nel merito delle posizioni, il nostro orgoglioso e testardo operaio comunista è preoccupato per il Pil della Campania, del pericolo della crescita dei consensi per la camorra, si dichiara iscritto alla Cisl e si dice pronto a continuare a contrapporsi a Marchionne su orari, ecc. ecc. Partendo proprio da queste ultime considerazioni, non mi pare che la Cisl abbia una storia di contrapposizioni né con il padronato, né col Governo negli ultimi anni. In particolare: ha sottoscritto, insieme alla consorella Uil e senza la Cgil (che poi, però, si è accodata) ogni sorta di accordo patriottico (senza alcuna verifica referendaria tra i lavoratori, cui si è opposta) sulla politica dei redditi e della concertazione (con l'eliminazione della scala mobile), sulle pensioni, sulla precarizzazione e flessibilità del lavoro, sulla manovra economica del Governo che ha di fatto condiviso. Inoltre a Pomigliano ha concesso di tutto di più su orari, scioperi, malattia, turni e condizioni di lavoro.
Il Pil lasciamolo alla Confindustria e al padronato, loro se ne intendono di più, noi parliamo di occupazione e di salari. I dati macroeconomici ci dimostrano, infatti, che se il Pil cala a pagare sono i lavoratori, se cresce a guadagnarsi sono i padroni. La camorra e la mafia fioriscono soprattutto nelle aree in cui non è garantito il diritto al lavoro dallo Stato cui si sostituisce la malavita organizzata nel “fornire” lavoro ai disoccupati, perché un’intera classe politica e padronale per decenni ha elargito a pioggia i finanziamenti della defunta Cassa del Mezzogiorno. Finanziamenti che erano destinati allo sviluppo di quelle aree per creare occupazione e non per finanziare imprenditori pescecani e speculatori che hanno realizzato cattedrali nel deserto e sono poi tornati al nord col malloppo.
Caro compagno (si può dire ancora compagno per un comunista che rilascia le sue dichiarazioni sull’Unità?) rifletti! Il tentativo del padronato è di scambiare un misero e schiavizzato posto di lavoro con diritti fondamentali di civiltà, salari taglieggiati e condizioni di lavoro barbare: non ritieni che un comunista a tutto ciò si dovrebbe opporre? In questo caso non ti potrebbe sorgere il legittimo sospetto di essere stato usato da Marchionne e dall’Unità come uno specchietto per le allodole?
Era da molto tempo che sull’Unità, giornale che porta ancora la dicitura “fondato da Antonio Gramsci”, non veniva dato così grande risalto a una persona che si autodefinisce comunista (perlomeno venti anni). Dopo tutto questo tempo il quotidiano è riuscito a trovare un comunista che ha la stessa posizione del Pd sulla vicenda Pomigliano e in generale sulle “strategie sindacali”. Sorge il sospetto che questo comunista sia su misura per il Pd (e forse proprio per questo ha trovato spazio su quel giornale). Non si contesta la legittimità delle posizioni di ciascuno, quanto la correttezza dell’uso che se ne fa. L’Unità, infatti, dopo aver smesso anche formalmente di essere un giornale comunista, vuole accreditare l’opinione verso i suoi lettori di essere ancora punto di riferimento anche per chi si ostina a dichiararsi comunista. Un’operazione spregiudicata e patetica per catturare consensi che dà la misura della disperazione politica di un giornale che non ha il coraggio delle sue idee politiche, come il Pd del resto.
Nel merito delle posizioni, il nostro orgoglioso e testardo operaio comunista è preoccupato per il Pil della Campania, del pericolo della crescita dei consensi per la camorra, si dichiara iscritto alla Cisl e si dice pronto a continuare a contrapporsi a Marchionne su orari, ecc. ecc. Partendo proprio da queste ultime considerazioni, non mi pare che la Cisl abbia una storia di contrapposizioni né con il padronato, né col Governo negli ultimi anni. In particolare: ha sottoscritto, insieme alla consorella Uil e senza la Cgil (che poi, però, si è accodata) ogni sorta di accordo patriottico (senza alcuna verifica referendaria tra i lavoratori, cui si è opposta) sulla politica dei redditi e della concertazione (con l'eliminazione della scala mobile), sulle pensioni, sulla precarizzazione e flessibilità del lavoro, sulla manovra economica del Governo che ha di fatto condiviso. Inoltre a Pomigliano ha concesso di tutto di più su orari, scioperi, malattia, turni e condizioni di lavoro.
Il Pil lasciamolo alla Confindustria e al padronato, loro se ne intendono di più, noi parliamo di occupazione e di salari. I dati macroeconomici ci dimostrano, infatti, che se il Pil cala a pagare sono i lavoratori, se cresce a guadagnarsi sono i padroni. La camorra e la mafia fioriscono soprattutto nelle aree in cui non è garantito il diritto al lavoro dallo Stato cui si sostituisce la malavita organizzata nel “fornire” lavoro ai disoccupati, perché un’intera classe politica e padronale per decenni ha elargito a pioggia i finanziamenti della defunta Cassa del Mezzogiorno. Finanziamenti che erano destinati allo sviluppo di quelle aree per creare occupazione e non per finanziare imprenditori pescecani e speculatori che hanno realizzato cattedrali nel deserto e sono poi tornati al nord col malloppo.
Caro compagno (si può dire ancora compagno per un comunista che rilascia le sue dichiarazioni sull’Unità?) rifletti! Il tentativo del padronato è di scambiare un misero e schiavizzato posto di lavoro con diritti fondamentali di civiltà, salari taglieggiati e condizioni di lavoro barbare: non ritieni che un comunista a tutto ciò si dovrebbe opporre? In questo caso non ti potrebbe sorgere il legittimo sospetto di essere stato usato da Marchionne e dall’Unità come uno specchietto per le allodole?
giovedì 24 giugno 2010
Fratelli d’Italia
Il Centro studi della Confindustria (Csc) ha pubblicato uno studio sulla situazione macroeconomica del nostro Paese. Il giudizio che emerge dai dati (sempre secondo il Csc) è riassunto nelle seguenti valutazioni: l’Italia è fuori dalla recessione; il Pil (prodotto interno lordo) si attesterà a fine 2010 su un più 1,1 per cento e nel 2011 arriverà a più 1,6 per cento. Queste cifre positive sussistono nonostante l’impatto restrittivo (meno 0,4 per cento) dovuto agli effetti della manovra economica “correttiva” del Governo. A sostenere la crescita, prosegue il Csc, c’è il deprezzamento dell’euro che “migliora la competitività dei prezzi delle merci italiane”. In ultimo lo studio annota che in due anni (fino a tutto il 2009) si sono persi 528mila posti di lavoro.
La prima considerazione che si può fare su tutto ciò è la seguente: se il Pil cresce vuole dire che c’è una ripresa economica e le aziende producono, vendono e incassano; contemporaneamente, però, si verifica un calo nell’occupazione pari a più di 500mila lavoratori, calo che non sembra arrestarsi. Ciò sta a significare che i benefici di questa contingenza economica favorevole sono tradotti e lo saranno anche per il futuro solo in aumento dei guadagni e dei profitti imprenditoriali. Lavoratori, disoccupati e precari infatti non hanno avuto, proprio in base ai dati del Centro studi della Confindustria, alcun beneficio o miglioramento né in termini di occupazione (gli occupati sono calati) né in termini di aumenti salariali (vedi Pomigliano e il pubblico impiego grazie alle recenti decisioni assunte dal Governo con il blocco dei salari). Le aziende con meno occupati oltretutto hanno prodotto, venduto e incassato di più. Questo significa che si è verificato un aumento della “produttività” (o dello sfruttamento) per gli occupati che hanno lavorato anche per gli espulsi dai cicli produttivi.
La verità dei fatti ci dice che esistono due “sistemi Italia” i cui destini sono totalmente differenti: uno, quello imprenditoriale, i cui affari vanno avanti sempre, in crisi e non, che guadagna comunque e che cerca di imporre i propri interessi come vantaggio per tutti e come bene supremo della Nazione; l’altro “sistema Italia”, cui va sempre male, sia con dati economici positivi che negativi. Su quest’ultimo vengono scaricati tutti i costi della crisi: nella società sul piano dei diritti sociali ed economici e nel posto di lavoro col calo dei diritti normativi e salariali.
E questa Italia è tuttora in piena recessione.
La prima considerazione che si può fare su tutto ciò è la seguente: se il Pil cresce vuole dire che c’è una ripresa economica e le aziende producono, vendono e incassano; contemporaneamente, però, si verifica un calo nell’occupazione pari a più di 500mila lavoratori, calo che non sembra arrestarsi. Ciò sta a significare che i benefici di questa contingenza economica favorevole sono tradotti e lo saranno anche per il futuro solo in aumento dei guadagni e dei profitti imprenditoriali. Lavoratori, disoccupati e precari infatti non hanno avuto, proprio in base ai dati del Centro studi della Confindustria, alcun beneficio o miglioramento né in termini di occupazione (gli occupati sono calati) né in termini di aumenti salariali (vedi Pomigliano e il pubblico impiego grazie alle recenti decisioni assunte dal Governo con il blocco dei salari). Le aziende con meno occupati oltretutto hanno prodotto, venduto e incassato di più. Questo significa che si è verificato un aumento della “produttività” (o dello sfruttamento) per gli occupati che hanno lavorato anche per gli espulsi dai cicli produttivi.
La verità dei fatti ci dice che esistono due “sistemi Italia” i cui destini sono totalmente differenti: uno, quello imprenditoriale, i cui affari vanno avanti sempre, in crisi e non, che guadagna comunque e che cerca di imporre i propri interessi come vantaggio per tutti e come bene supremo della Nazione; l’altro “sistema Italia”, cui va sempre male, sia con dati economici positivi che negativi. Su quest’ultimo vengono scaricati tutti i costi della crisi: nella società sul piano dei diritti sociali ed economici e nel posto di lavoro col calo dei diritti normativi e salariali.
E questa Italia è tuttora in piena recessione.
mercoledì 23 giugno 2010
Pomigliano, il padrone è nudo
L’esito del referendum era scontato. Era naturale che tra la scelta della certezza della disoccupazione e quella di iniziare una dura e difficile battaglia in difesa dei diritti consolidati, dagli esiti incerti, ben pochi avrebbero avuto dubbi (sì al 62 per cento). Non c’è stato però il plebiscito, anzi una larga fetta di lavoratori (no per il 36 per cento) non ha ceduto al ricatto, nonostante la maggior parte delle sigle sindacali “ragionevoli” e tutti i partiti del Parlamento, se si esclude l’Italia dei valori, si fossero schierati per il sì. Fuori il Parlamento hanno appoggiato la posizione del no i partiti della Federazione di sinistra e la formazione di Vendola.
Che non si trattasse di un semplice scontro contrattuale lo si era capito subito, dallo schieramento a favore dell’accordo capeggiato dalla Fiat e dalla Confindustria e dagli stravolgimenti contenuti nell’ipotesi di accordo. Il padronato e i suoi sodali però, pur avendo vinto, non hanno stravinto. Il silenzio della Fiat dopo la chiusura delle urne lascia chiaramente intendere come l'azienda non sia per niente soddisfatta della percentuale di consensi ottenuta. L’affermazione poi della volontà dichiarata dalla Fiat che "l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri" sta a dimostrare che i giochi sono tutt’altro che conclusi.
Quest’ultima dichiarazione dimostra il concetto di democrazia che ha l’azienda e che si vorrebbe introdurre nel Paese: "tratto solo con chi è d’accordo con me!" (con chi accetta supinamente, cioè, la mia volontà e interesse, magari per rilanciare ancora più in alto). Ultimo esempio di un padronato arrogante, con un chiaro sapore di ritorsione verso chi si è espresso contro la sottomissione a un contratto polacco (quindi con minori garanzie e diritti e contrario alle leggi italiane) pur di poter lavorare.
Il ministro del lavoro nella sua “imparzialità” ha, dal canto suo, paragonato la vittoria del sì a quella ottenuta dal padronato nel referendum sui quattro punti di scala mobile del decreto di San Valentino. In quella occasione il governo Craxi, coadiuvato dai “rappresentanti dei lavoratori” Cisl e Uil, con l’astensione della Cgil di Lama, tolse per decreto, dagli stipendi di tutti i lavoratori italiani, 27mila e 200 lire per regalarli al padronato, con la scusa che questo avrebbe rilanciato l’occupazione. La storia e il ricatto si ripetono: l’occupazione in cambio dei diritti. Il segretario Cisl invece, nel dichiarare che hanno vinto le forze “propositive” su quelle dello “sfascio”, terrorizzato che il suo “contributo” al sì non determini comunque l’investimento promesso, invita la Fiat a non fare scherzi.
Il 36 per cento rappresenta un'opposizione molto superiore (tre volte alla normale rappresentanza) se lo rapportiamo agli iscritti Fiom e Cobas. Da questo 36 per cento occorre ripartire a Pomigliano e nel Paese per una nuova stagione di lotte sindacali contro chi, padronato, partiti e sindacati concertativi, considera il lavoro un regalo e non un diritto. E per chi pensa che la ricerca del profitto anteposta ai diritti delle persone sia un furto e alla base delle discriminazioni di classe e dell’ingiustizia sociale.
Che non si trattasse di un semplice scontro contrattuale lo si era capito subito, dallo schieramento a favore dell’accordo capeggiato dalla Fiat e dalla Confindustria e dagli stravolgimenti contenuti nell’ipotesi di accordo. Il padronato e i suoi sodali però, pur avendo vinto, non hanno stravinto. Il silenzio della Fiat dopo la chiusura delle urne lascia chiaramente intendere come l'azienda non sia per niente soddisfatta della percentuale di consensi ottenuta. L’affermazione poi della volontà dichiarata dalla Fiat che "l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri" sta a dimostrare che i giochi sono tutt’altro che conclusi.
Quest’ultima dichiarazione dimostra il concetto di democrazia che ha l’azienda e che si vorrebbe introdurre nel Paese: "tratto solo con chi è d’accordo con me!" (con chi accetta supinamente, cioè, la mia volontà e interesse, magari per rilanciare ancora più in alto). Ultimo esempio di un padronato arrogante, con un chiaro sapore di ritorsione verso chi si è espresso contro la sottomissione a un contratto polacco (quindi con minori garanzie e diritti e contrario alle leggi italiane) pur di poter lavorare.
Il ministro del lavoro nella sua “imparzialità” ha, dal canto suo, paragonato la vittoria del sì a quella ottenuta dal padronato nel referendum sui quattro punti di scala mobile del decreto di San Valentino. In quella occasione il governo Craxi, coadiuvato dai “rappresentanti dei lavoratori” Cisl e Uil, con l’astensione della Cgil di Lama, tolse per decreto, dagli stipendi di tutti i lavoratori italiani, 27mila e 200 lire per regalarli al padronato, con la scusa che questo avrebbe rilanciato l’occupazione. La storia e il ricatto si ripetono: l’occupazione in cambio dei diritti. Il segretario Cisl invece, nel dichiarare che hanno vinto le forze “propositive” su quelle dello “sfascio”, terrorizzato che il suo “contributo” al sì non determini comunque l’investimento promesso, invita la Fiat a non fare scherzi.
Il 36 per cento rappresenta un'opposizione molto superiore (tre volte alla normale rappresentanza) se lo rapportiamo agli iscritti Fiom e Cobas. Da questo 36 per cento occorre ripartire a Pomigliano e nel Paese per una nuova stagione di lotte sindacali contro chi, padronato, partiti e sindacati concertativi, considera il lavoro un regalo e non un diritto. E per chi pensa che la ricerca del profitto anteposta ai diritti delle persone sia un furto e alla base delle discriminazioni di classe e dell’ingiustizia sociale.
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