Nel dibattito che si è svolto ieri alla Camera dei Deputati, in occasione della votazione sulla mozione di fiducia richiesta dal Governo con lo scopo di regolare i conti al proprio interno, sono intervenuti i leader di tutti i partiti.
Il segretario della principale formazione di "opposizione" Bersani del Partito Democratico, ha tenuto in quell’occasione un intervento di esemplare ambiguità, citando alcuni dei problemi sociali di oggi. Il tutto per procacciarsi consensi a buon mercato, guardandosi però bene dall’evitare qualsiasi analisi economica e rifugiandosi nella polemica politica/partitica. Bersani, analizzando la situazione, ha affermato: ”Il punto fondamentale è che nelle sue parole (del Presidente del Consiglio) non c’è comprensione della situazione di questo Paese. Non c’è l’Italia vera (?) Il punto che sta sotto a tutto questo, signor Presidente, ve lo diciamo da due anni: non c’è abbastanza lavoro. Ci vuole più lavoro in questo Paese” e ancora “l’economia è troppo bassa, i redditi e i risparmi si assottigliano. Ascoltate le piccole imprese, queste vi diranno che c’è meno lavoro, meno credito” e così via.
Secondo Bersani (che ancora sostiene di appartenere a un partito di centrosinistra) la crisi, che tra l’altro riguarda solo i soliti noti, non dipenderebbe da meditate scelte economiche e di classe del governo, ma dalla sua presunta difficoltà di comprensione della situazione del presente (Berlusconi tutto ha dimostrato, nel tutelare i suoi interessi, fuorché di non conoscere e capire il presente e di sfruttare a suo vantaggio ogni occasione utile prospettatasi). Esclusivamente a ciò andrebbe imputata, quindi, la crisi e tutte le sofferenze che procura ai discriminati. Inoltre, sempre secondo il campione del centro”sinistra”, le conseguenze della crisi avrebbero colpito indifferentemente redditi e risparmi (lavoratori e imprese). Sarebbero stati addirittura i proprietari delle piccole aziende (quelli che licenziano e delocalizzano), non i lavoratori e i disoccupati, che, se ascoltati, avrebbero denunciato che non c’è lavoro. Quelli cioè le cui scelte, unite a quelle della finanza e del Governo, hanno causato e favorito la disoccupazione e il taglio di salari e pensioni.
Secondo l’interclassista e il pacificatore sociale (a senso unico) Bersani anche i poveri ricchi imprenditori avrebbero pagato le conseguenze della “incapacità” del Governo, loro che l’hanno sempre sostenuto, non solo i soliti lavoratori.
Se si screma il “confronto politico” di questi anni dalla cortina fumogena creata ad arte per appannare le responsabilità, il centrodestra e il centro”sinistra” sulle politiche economiche hanno operato in perfetta sintonia e continuità, riversando sempre i costi scaricabili, al di là del colore del governo, solo sui lavoratori, precari, pensionati e disoccupati. A questa “sinistra”, di nome e non di fatto, non si può più rimproverare di non aver difeso i ceti più deboli, perché non ne difende le ragioni e perciò non li rappresenta.
A dimostrazione di ciò oggi, a Roma in piazza Farnese (alle ore 16,30, a fabbriche e uffici chiusi), è “sceso in piazza” quello che rimane della Cgil, per “dire no all’austerità (?) e per rivendicare (a chi?) misure che favoriscano il lavoro, la giustizia sociale e la solidarietà”. Queste “straordinarie” iniziative di “lotta” e di “mobilitazione” (chi ne era informato?), fatte nel tempo libero senza disturbare il manovratore, rappresentano l’ennesima operazione mistificatoria di un sindacato e di una “sinistra” che, invece di individuare i responsabili veri della crisi (capitalismo e padronato), né tantomeno da chi è messa in pericolo la “giustizia sociale “(?) e orientare la lotta verso di loro, danno il contentino ai lavoratori senza risolvere la loro situazione.
Il loro obiettivo, infatti, non è quello di cambiare la realtà attuale e i rapporti economici esistenti, ma quello di crearsi la strada per mettersi a tavola al posto di chi c’è ora.
Ed ecco uno dei fenomeni, un "imprenditorone" eletto nelle liste del Pd (che modernità, che interclassismo!) Uno di quelli che voleva unire "capitale e lavoro". Perché la "lotta di classe va superata". Si per arrivarci prima a tavola.
giovedì 30 settembre 2010
Il tempo necessario
Qual è il tempo necessario ad accorgersi che una cosa è una brutta cosa?
Dipende. Cambia da persona a persona.
Dedicato alla situazione politica, sociale, culturale ecc. ecc. ecc. italiana.
Dipende. Cambia da persona a persona.
Dedicato alla situazione politica, sociale, culturale ecc. ecc. ecc. italiana.
lunedì 27 settembre 2010
Al "tavolo delle trattative" per mangiarsi il futuro dei lavoratori
L'aumento dei prezzi e delle tariffe ha comportato per le famiglie italiane a reddito fisso, tra il 2002 e il 2009, rincari per 10.270 euro. Lo affermano Federconsumatori e Adusbef, aggiungendo che a tali oneri si andranno a sommare altri 1.118 euro nel 2010 (per una perdita totale a fine 2010 di 11.388 euro).
L’Ires-Cgil (ufficio studi della Cgil) sostiene ancora, nel suo rapporto sulla crisi dei salari, che nel decennio 2000-2010 le retribuzioni hanno avuto, a causa dell'inflazione effettiva più alta di quella prevista, una perdita cumulata del potere di acquisto di 3.384 euro. A questi ultimi si devono aggiungere oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag (vale a dire dell'aumento effettivo della pressione fiscale, dovuto proprio ai fenomeni inflattivi che gonfiano il reddito solo nominale erodendo il potere d'acquisto), che portano a una perdita nel complesso di 5.453 euro.
I salari netti italiani, in ultimo, sono mediamente inferiori non solo a quelli di Paesi come Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, ma anche agli stipendi di altri Paesi europei che sembrerebbero in maggiori difficoltà economiche, come Grecia, Irlanda e Spagna. È quanto risulta dal Rapporto Ocse Taxing Wages, prendendo in considerazione la tabella sul salario medio di un singolo senza carichi di famiglia (calcolata in dollari e a parità di potere d'acquisto). Il salario annuale netto del lavoratore medio, secondo il rapporto, in Italia è di 22.027 dollari, contro i 26.395 della media Ocse, i 28.454 della Ue a 15 e i 25.253 della Ue a 19.
Questi dati economici denunciano una realtà fin troppo conosciuta dai lavoratori italiani: in questi ultimi anni sia per l’erosione dovuta all’inflazione (accentuata dall’entrata in vigore dell’euro), sia per l’aumento continuo del carico fiscale, i redditi dei lavoratori a busta paga si sono più che dimezzati rispetto a quelli percepiti quindici, venti anni prima.
Quello che nessun centro studi sindacale né alcun ufficio economico rileva, è che tutto ciò si è realizzato a parità di quantità di lavoro. I lavoratori hanno continuato a lavorare normalmente (e in condizioni di flessibilità e precarietà) la stessa quantità di ore, solo che hanno percepito (al di là del valore nominale) meno della metà della retribuzione percepita fino ad allora. Non c’è stata una diminuzione in cifra dei salari: i lavoratori hanno continuato a percepire e percepiscono oggi la stessa retribuzione, con la quale però è possibile acquistare meno della metà di quello che era possibile fare prima.
Il mancato recupero dell’erosione salariale causata dall’inflazione è un regalo non dovuto al caso o al destino cinico e baro, ma è il risultato di precise scelte economico-salariali che hanno portato ad accordi sindacali fra le Organizzazioni e il padronato, con l’apporto "costruttivo" dei vari governi succedutisi (di centrodestra e di centro"sinistra"), che hanno decretato la cancellazione dello strumento contrattuale che tutelava i salari dall’aumento dei prezzi, cioè della scala mobile o contingenza.
Oggi, a commento del rapporto dell’Ires Cgil che denuncia la triste (conosciuta) realtà, Epifani chiede solo “un intervento urgente che sgravi il lavoro dipendente” riequilibrando il peso del prelievo a favore dei salari. Questi ultimi, secondo Epifani, pagano al momento di più di altri redditi ed è necessaria una “svolta” che affronti il problema delle retribuzioni.
Quello del segretario sindacale sembra il pianto del coccodrillo. Era scontato che eliminando lo strumento di difesa dei salari si sarebbe realizzato ciò che puntualmente è accaduto: il dimezzamento degli stipendi. Innumerevoli sono state le iniziative dentro e fuori il sindacato e la Cgil, negli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta, per evitare la cancellazione della scala mobile prima e per il suo ripristino dopo. La Cgil e gli altri sindacati si sono sempre opposti, con i risultati che oggi denunciano. E sui quali si stracciano le (colpevoli) vesti.
Epifani da questi dati dovrebbe trarre lo spunto per una pesante autocritica: se i salari sono più che dimezzati questo è dovuto si a un pesante carico fiscale che grava solo sui redditi d’imposta, ma anche a un massiccio spostamento di ricchezza verso il capitale e il padronato che, grazie a questa “responsabile” condotta sindacale, hanno aumentato i loro guadagni incamerando la perdita di salario dei lavoratori e traducendola in profitti.
Dove è stato Epifani negli ultimi otto anni, coincidenti con il suo mandato di segretario della Cgil? Di cosa si è occupato? Quali interessi ha tutelato? La Cgil, insieme alle altre sigle sindacali, non avrebbe dovuto difendere i lavoratori e contrastare tutto ciò? Perché non l’ha fatto? Perché questi qualificati rappresentanti hanno sottoscritto accordi su accordi che tagliavano salari, pensioni e stato sociale e per di più precarizzavano il lavoro?
Davanti a questa situazione un sindacato dalla parte dei lavoratori e dei discriminati dovrebbe proclamare un’immediata, incisiva e prolungata azione di lotta, con l'obiettivo dell'abbattimento del carico fiscale per i redditi fissi (salvaguardando lo stato sociale) e per la redistribuzione della ricchezza. Parallelamente favorirebbe il lancio di un'iniziativa forte per ottenere aumenti salariali adeguati, con la riconquista della scala mobile e per l’occupazione, costringendo il padronato a reinvestire le enormi ricchezze accumulate in questi anni sulle spalle dei lavoratori.
Invece di tutto questo il sindacato continua a sottoscrivere accordi come quello di Pomigliano e a elemosinare un posto a tavola (delle trattative) dal quale non potrà che derivare un peggioraramento, come è avvenuto negli ultimi venticinque, trenta anni, delle condizioni dei lavoratori, dei precari, dei pensionati e dei disoccupati.
E a proposito di "classe dirigente" e "mangiare", ecco un'opinione molto condivisa tra i lavoratori italiani.
L’Ires-Cgil (ufficio studi della Cgil) sostiene ancora, nel suo rapporto sulla crisi dei salari, che nel decennio 2000-2010 le retribuzioni hanno avuto, a causa dell'inflazione effettiva più alta di quella prevista, una perdita cumulata del potere di acquisto di 3.384 euro. A questi ultimi si devono aggiungere oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag (vale a dire dell'aumento effettivo della pressione fiscale, dovuto proprio ai fenomeni inflattivi che gonfiano il reddito solo nominale erodendo il potere d'acquisto), che portano a una perdita nel complesso di 5.453 euro.
I salari netti italiani, in ultimo, sono mediamente inferiori non solo a quelli di Paesi come Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, ma anche agli stipendi di altri Paesi europei che sembrerebbero in maggiori difficoltà economiche, come Grecia, Irlanda e Spagna. È quanto risulta dal Rapporto Ocse Taxing Wages, prendendo in considerazione la tabella sul salario medio di un singolo senza carichi di famiglia (calcolata in dollari e a parità di potere d'acquisto). Il salario annuale netto del lavoratore medio, secondo il rapporto, in Italia è di 22.027 dollari, contro i 26.395 della media Ocse, i 28.454 della Ue a 15 e i 25.253 della Ue a 19.
Questi dati economici denunciano una realtà fin troppo conosciuta dai lavoratori italiani: in questi ultimi anni sia per l’erosione dovuta all’inflazione (accentuata dall’entrata in vigore dell’euro), sia per l’aumento continuo del carico fiscale, i redditi dei lavoratori a busta paga si sono più che dimezzati rispetto a quelli percepiti quindici, venti anni prima.
Quello che nessun centro studi sindacale né alcun ufficio economico rileva, è che tutto ciò si è realizzato a parità di quantità di lavoro. I lavoratori hanno continuato a lavorare normalmente (e in condizioni di flessibilità e precarietà) la stessa quantità di ore, solo che hanno percepito (al di là del valore nominale) meno della metà della retribuzione percepita fino ad allora. Non c’è stata una diminuzione in cifra dei salari: i lavoratori hanno continuato a percepire e percepiscono oggi la stessa retribuzione, con la quale però è possibile acquistare meno della metà di quello che era possibile fare prima.
Il mancato recupero dell’erosione salariale causata dall’inflazione è un regalo non dovuto al caso o al destino cinico e baro, ma è il risultato di precise scelte economico-salariali che hanno portato ad accordi sindacali fra le Organizzazioni e il padronato, con l’apporto "costruttivo" dei vari governi succedutisi (di centrodestra e di centro"sinistra"), che hanno decretato la cancellazione dello strumento contrattuale che tutelava i salari dall’aumento dei prezzi, cioè della scala mobile o contingenza.
Oggi, a commento del rapporto dell’Ires Cgil che denuncia la triste (conosciuta) realtà, Epifani chiede solo “un intervento urgente che sgravi il lavoro dipendente” riequilibrando il peso del prelievo a favore dei salari. Questi ultimi, secondo Epifani, pagano al momento di più di altri redditi ed è necessaria una “svolta” che affronti il problema delle retribuzioni.
Quello del segretario sindacale sembra il pianto del coccodrillo. Era scontato che eliminando lo strumento di difesa dei salari si sarebbe realizzato ciò che puntualmente è accaduto: il dimezzamento degli stipendi. Innumerevoli sono state le iniziative dentro e fuori il sindacato e la Cgil, negli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta, per evitare la cancellazione della scala mobile prima e per il suo ripristino dopo. La Cgil e gli altri sindacati si sono sempre opposti, con i risultati che oggi denunciano. E sui quali si stracciano le (colpevoli) vesti.
Epifani da questi dati dovrebbe trarre lo spunto per una pesante autocritica: se i salari sono più che dimezzati questo è dovuto si a un pesante carico fiscale che grava solo sui redditi d’imposta, ma anche a un massiccio spostamento di ricchezza verso il capitale e il padronato che, grazie a questa “responsabile” condotta sindacale, hanno aumentato i loro guadagni incamerando la perdita di salario dei lavoratori e traducendola in profitti.
Dove è stato Epifani negli ultimi otto anni, coincidenti con il suo mandato di segretario della Cgil? Di cosa si è occupato? Quali interessi ha tutelato? La Cgil, insieme alle altre sigle sindacali, non avrebbe dovuto difendere i lavoratori e contrastare tutto ciò? Perché non l’ha fatto? Perché questi qualificati rappresentanti hanno sottoscritto accordi su accordi che tagliavano salari, pensioni e stato sociale e per di più precarizzavano il lavoro?
Davanti a questa situazione un sindacato dalla parte dei lavoratori e dei discriminati dovrebbe proclamare un’immediata, incisiva e prolungata azione di lotta, con l'obiettivo dell'abbattimento del carico fiscale per i redditi fissi (salvaguardando lo stato sociale) e per la redistribuzione della ricchezza. Parallelamente favorirebbe il lancio di un'iniziativa forte per ottenere aumenti salariali adeguati, con la riconquista della scala mobile e per l’occupazione, costringendo il padronato a reinvestire le enormi ricchezze accumulate in questi anni sulle spalle dei lavoratori.
Invece di tutto questo il sindacato continua a sottoscrivere accordi come quello di Pomigliano e a elemosinare un posto a tavola (delle trattative) dal quale non potrà che derivare un peggioraramento, come è avvenuto negli ultimi venticinque, trenta anni, delle condizioni dei lavoratori, dei precari, dei pensionati e dei disoccupati.
E a proposito di "classe dirigente" e "mangiare", ecco un'opinione molto condivisa tra i lavoratori italiani.
mercoledì 22 settembre 2010
Profitto, precariato e delocalizzazioni tolgono il diritto al lavoro e a un’esistenza dignitosa e libera
Non passa giorno che non si senta annunciare dai mass media la chiusura o la delocalizzazione di qualche azienda. L’ultima di queste, in ordine di tempo, è la Fincantieri.
Queste operazioni sono condotte da "liberi" imprenditori che "liberamente" decidono di trasferire la propria azienda all’estero perché più conveniente, per loro. Tutto ciò nonostante la possibilità di ricorrere al precariato o al lavoro interinale, che rappresentano il massimo dell’arbitrio e dell’egoismo, cancellando per soldi il diritto al lavoro ed elevando a variabile assoluta e indipendente il profitto padronale che diventa priorità.
Il diritto di ogni cittadino ad avere gli strumenti che gli consentano di essere libero e non condizionato dal bisogno, pur riconosciuto dalla Costituzione, è subordinato alla libertà assoluta di un imprenditore che, solo se ha interesse, investe e crea opportunità di lavoro. La libertà dell’investitore, al di là di ogni altra considerazione, è garantita e viene prima di quella di ogni altro cittadino che non abbia risorse economiche sufficienti per assicurare a sé e alla sua famiglia il necessario per vivere.
La decantata funzione “sociale” del capitale non si attiva quindi a prescindere, ma solo in presenza di un profitto la cui entità dipende dal giudizio insindacabile dell’investitore, il quale determina o meno, in base ai suoi esclusivi interessi, la libertà di altri individui. Costui detiene un potere enorme, quello di rendere liberi o meno suoi simili che questa possibilità non hanno, in barba ai principi teorici (pur validi) enunciati dalla Costituzione. I disoccupati e i lavoratori, in tale contesto, sono liberi solo di contenere i propri bisogni e necessità (stipendi e diritti), all’interno di compatibilità che sono determinate esclusivamente dall’ingordigia del padrone-investitore e dal mercato.
I diritti civili e sociali che dovrebbero essere garantiti, in base agli enunciati della Costituzione, sono totalmente condizionati dai desideri dell’investitore a favore del quale il padronato e le forze politiche, che rappresentano i suoi interessi, fanno leggi e accordi sindacali che abbassano i salari, le pensioni e annullano diritti consolidati, degli altri.
La delocalizzazione di un’attività produttiva, consentita dalle "libere" leggi e dal "libero" mercato, nel riconoscere e garantire le libertà del capitale e del padronato, nega quelle del lavoro e dei lavoratori, costringendoli a una condizione di subalternità e oppressione. A prevalere non è il diritto al lavoro ma il diritto al guadagno e al profitto.
Questa logica è stata fatta propria dai sindacati e dalla Cgil che, accettando in pieno tutto ciò, a differenza del passato, non mettono più in discussione il sistema costringendo i lavoratori ad accettare condizioni lavorative, salariali, normative, pensionistiche e di diritti civili che siano "compatibili" e "adeguate", anche se non sufficienti ad assicurare un’esistenza dignitosa.
E’ questa l’unica e immodificabile realtà sociale realizzabile? Oppure, un altro orizzonte è necessario e possibile?
Queste operazioni sono condotte da "liberi" imprenditori che "liberamente" decidono di trasferire la propria azienda all’estero perché più conveniente, per loro. Tutto ciò nonostante la possibilità di ricorrere al precariato o al lavoro interinale, che rappresentano il massimo dell’arbitrio e dell’egoismo, cancellando per soldi il diritto al lavoro ed elevando a variabile assoluta e indipendente il profitto padronale che diventa priorità.
Il diritto di ogni cittadino ad avere gli strumenti che gli consentano di essere libero e non condizionato dal bisogno, pur riconosciuto dalla Costituzione, è subordinato alla libertà assoluta di un imprenditore che, solo se ha interesse, investe e crea opportunità di lavoro. La libertà dell’investitore, al di là di ogni altra considerazione, è garantita e viene prima di quella di ogni altro cittadino che non abbia risorse economiche sufficienti per assicurare a sé e alla sua famiglia il necessario per vivere.
La decantata funzione “sociale” del capitale non si attiva quindi a prescindere, ma solo in presenza di un profitto la cui entità dipende dal giudizio insindacabile dell’investitore, il quale determina o meno, in base ai suoi esclusivi interessi, la libertà di altri individui. Costui detiene un potere enorme, quello di rendere liberi o meno suoi simili che questa possibilità non hanno, in barba ai principi teorici (pur validi) enunciati dalla Costituzione. I disoccupati e i lavoratori, in tale contesto, sono liberi solo di contenere i propri bisogni e necessità (stipendi e diritti), all’interno di compatibilità che sono determinate esclusivamente dall’ingordigia del padrone-investitore e dal mercato.
I diritti civili e sociali che dovrebbero essere garantiti, in base agli enunciati della Costituzione, sono totalmente condizionati dai desideri dell’investitore a favore del quale il padronato e le forze politiche, che rappresentano i suoi interessi, fanno leggi e accordi sindacali che abbassano i salari, le pensioni e annullano diritti consolidati, degli altri.
La delocalizzazione di un’attività produttiva, consentita dalle "libere" leggi e dal "libero" mercato, nel riconoscere e garantire le libertà del capitale e del padronato, nega quelle del lavoro e dei lavoratori, costringendoli a una condizione di subalternità e oppressione. A prevalere non è il diritto al lavoro ma il diritto al guadagno e al profitto.
Questa logica è stata fatta propria dai sindacati e dalla Cgil che, accettando in pieno tutto ciò, a differenza del passato, non mettono più in discussione il sistema costringendo i lavoratori ad accettare condizioni lavorative, salariali, normative, pensionistiche e di diritti civili che siano "compatibili" e "adeguate", anche se non sufficienti ad assicurare un’esistenza dignitosa.
E’ questa l’unica e immodificabile realtà sociale realizzabile? Oppure, un altro orizzonte è necessario e possibile?
sabato 18 settembre 2010
Il sindacato dei sindacalisti
“Una Cgil che si è battuta e malgrado la crisi è riuscita ad aumentare propri iscritti”. E'questo il sindacato che il segretario Guglielmo Epifani ha dichiarato di lasciare al suo successore Susanna Camusso. Rispondendo a una domanda a margine di un incontro nell'ambito della festa del Pd, ieri a Milano, Epifani ha descritto la "sua" Cgil come un sindacato che "ha una sua autonomia, una sua forza, che può guardare al futuro con fiducia ed è naturalmente preoccupata di un Paese che attraversa una fase di grande declino".
Era, fino a qualche tempo fa, consuetudine costante che un sindacalista, al momento di lasciare il proprio incarico, tracciasse un bilancio della propria azione, evidenziando aspetti positivi o negativi del proprio lavoro e perciò conquiste e sconfitte. Quello che emerge dalle dichiarazioni di Epifani è un bilancio esclusivamente organizzativo. La sua organizzazione sarebbe cresciuta in termini d’iscritti, nonostante la crisi, sarebbe aumentata la sua autonomia e la sua forza. Egli quindi lascia una Cgil che, dopo otto anni di durata del suo mandato di segretario generale, può guardare al futuro con fiducia ed è naturalmente preoccupata di una Paese che attraversa una fase di grande declino. Queste considerazioni sono di una disarmante desolazione.
Quello che costituisce motivo di vanto per Epifani è la dichiarata crescita d’iscritti, poco importa se questa si riferisce a una crescita d’iscritti burocratica, finta, fatta attraverso le pratiche del patronato sindacale. Che non testimonia un aumento di consenso tra i lavoratori, ma di pratiche espletate. Il distacco fra i lavoratori e i vertici sindacali ai vari livelli è oramai incolmabile. Gruppi dirigenti che si alternano nelle varie cariche sindacali; linee e strategie che non passano mai attraverso il coinvolgimento e il consenso dei lavoratori e dei quadri di posto di lavoro; lotte fra strutture e fra componenti dei partiti; una burocratizzazione crescente e desolante che determina non la vita di un sindacato dei lavoratori, ma quella di un sindacato per i lavoratori. Gli iscritti in questa situazione contano sempre meno e non sono coinvolti e consultati nemmeno in grandi occasioni, come quelle delle ripetute “riforme delle pensioni”.
Il bilancio che traccia Epifani tralascia di toccare, però, la parte più importante. Quella cioè di valutare se le condizioni di vita di lavoratori, pensionati, disoccupati e precari siano migliorate o peggiorate negli otto anni del suo mandato. Se la Cgil cioè abbia in questo periodo ottenuto risultati per i lavoratori strappando diritti e soldi al padronato o se, invece, sia accaduto l’esatto contrario. Se il peso contrattuale della Cgil inoltre sia cresciuto o no, se il suo ruolo sia stato determinante nelle contrattazioni col padronato o col governo o se, com’è accaduto, abbia permesso accordi che la escludevano senza organizzare alcuna forma di lotta, indebolendo i lavoratori e perdendo di rappresentatività (vedi i vari accordi interconfederali e col governo sulla contrattazione e gli accordi aziendali come quello di Pomigliano).
La risposta a queste questioni è purtroppo evidente e scontata.
Quale sarà la futura occupazione di Epifani? Certamente il padronato sarà riconoscente a Epifani dei suoi (involontari?) "servigi" e un posto da economista, in qualche partito, da dirigente del CNEL, del ministero del lavoro, delle imposte, qualche incarico amministrativo da presidente di regione o altro saprà trovarglielo.
Ai lavoratori, dopo la cura Epifani, non resterà che sperare che con la nuova segretaria Susanna Camusso le cose cambino e che la Cgil ricordi le proprie origini. Tornando finalmente a rappresentare i lavoratori nella sacrosanta lotta per i diritti e per l’emancipazione del lavoro: la speranza è sempre l’ultima a morire.
Era, fino a qualche tempo fa, consuetudine costante che un sindacalista, al momento di lasciare il proprio incarico, tracciasse un bilancio della propria azione, evidenziando aspetti positivi o negativi del proprio lavoro e perciò conquiste e sconfitte. Quello che emerge dalle dichiarazioni di Epifani è un bilancio esclusivamente organizzativo. La sua organizzazione sarebbe cresciuta in termini d’iscritti, nonostante la crisi, sarebbe aumentata la sua autonomia e la sua forza. Egli quindi lascia una Cgil che, dopo otto anni di durata del suo mandato di segretario generale, può guardare al futuro con fiducia ed è naturalmente preoccupata di una Paese che attraversa una fase di grande declino. Queste considerazioni sono di una disarmante desolazione.
Quello che costituisce motivo di vanto per Epifani è la dichiarata crescita d’iscritti, poco importa se questa si riferisce a una crescita d’iscritti burocratica, finta, fatta attraverso le pratiche del patronato sindacale. Che non testimonia un aumento di consenso tra i lavoratori, ma di pratiche espletate. Il distacco fra i lavoratori e i vertici sindacali ai vari livelli è oramai incolmabile. Gruppi dirigenti che si alternano nelle varie cariche sindacali; linee e strategie che non passano mai attraverso il coinvolgimento e il consenso dei lavoratori e dei quadri di posto di lavoro; lotte fra strutture e fra componenti dei partiti; una burocratizzazione crescente e desolante che determina non la vita di un sindacato dei lavoratori, ma quella di un sindacato per i lavoratori. Gli iscritti in questa situazione contano sempre meno e non sono coinvolti e consultati nemmeno in grandi occasioni, come quelle delle ripetute “riforme delle pensioni”.
Il bilancio che traccia Epifani tralascia di toccare, però, la parte più importante. Quella cioè di valutare se le condizioni di vita di lavoratori, pensionati, disoccupati e precari siano migliorate o peggiorate negli otto anni del suo mandato. Se la Cgil cioè abbia in questo periodo ottenuto risultati per i lavoratori strappando diritti e soldi al padronato o se, invece, sia accaduto l’esatto contrario. Se il peso contrattuale della Cgil inoltre sia cresciuto o no, se il suo ruolo sia stato determinante nelle contrattazioni col padronato o col governo o se, com’è accaduto, abbia permesso accordi che la escludevano senza organizzare alcuna forma di lotta, indebolendo i lavoratori e perdendo di rappresentatività (vedi i vari accordi interconfederali e col governo sulla contrattazione e gli accordi aziendali come quello di Pomigliano).
La risposta a queste questioni è purtroppo evidente e scontata.
Quale sarà la futura occupazione di Epifani? Certamente il padronato sarà riconoscente a Epifani dei suoi (involontari?) "servigi" e un posto da economista, in qualche partito, da dirigente del CNEL, del ministero del lavoro, delle imposte, qualche incarico amministrativo da presidente di regione o altro saprà trovarglielo.
Ai lavoratori, dopo la cura Epifani, non resterà che sperare che con la nuova segretaria Susanna Camusso le cose cambino e che la Cgil ricordi le proprie origini. Tornando finalmente a rappresentare i lavoratori nella sacrosanta lotta per i diritti e per l’emancipazione del lavoro: la speranza è sempre l’ultima a morire.
mercoledì 15 settembre 2010
L’ultima di Bonanni: scioperare nel tempo libero
“Finché perdurerà una situazione di crisi, via libera agli scioperi solo di sabato o di sera”. E’ l’ultima trovata del campione dei diritti dei lavoratori Bonanni, che per non far più perdere soldi ai lavoratori (cosi dice) afferma: “faremo (lo sciopero) solo di sabato o di sera, ma dipenderà dalla situazione”.
C’è da restare allibiti dalla rivoluzionaria proposta: scioperare a fabbriche e uffici chiusi, così i lavoratori che prendono salari da fame (per colpa di chi?) saranno contenti perché non saranno costretti a perdere altri soldi. Chissà come saranno infuriati gli imprenditori e la Confindustria per quest’originale e nuova forma di lotta! Certamente al primo sentore di uno sciopero di tale genere, che non arreca loro alcun danno, cederanno immediatamente agli scioperanti per la paura di subire danni irreparabili e inesistenti!
La realtà drammatica è, al di là di ogni sarcasmo, che proprio a costoro (Cgil, Cisl e Uil) è assegnato prevalentemente (speriamo per poco tempo ancora) il compito di rappresentare e tutelare i lavoratori. Nella realtà tutelano invece gli interessi delle aziende e dei padroni. Le affermazioni di Bonanni, lungi dal difendere gli stipendi di chi lavora, sono l'ennesimo assist in favore della produzione aziendale e il profitto dei padroni.
Lo sciopero è uno strumento di lotta sindacale che costa caro ai lavoratori (la perdita del salario per tutta la durata dell'iniziativa), considerati anche i bassi stipendi. Non vi si ricorre certo per capriccio, ma come ultima carta di pressione. Uno sciopero fatto ad impianti fermi però, se fa risparmiare i lavoratori, non arreca alcun "danno" e pressione all'impresa. Ed è quindi perfettamente inutile.
Bonanni non appare quindi soddisfatto “dell’accordo di Pomigliano” sottoscritto insieme ad Angeletti, con il quale già venivano create le condizioni per una pesante limitazione dell’unica (certamente costosa) arma che hanno i lavoratori per cercare di far valere i propri diritti e interessi: lo sciopero appunto. E tenta di dare a intendere che lo fa nel loro interesse.
Davanti a questa situazione, c’è da fare una sola cosa: togliere a questi “sindacalisti” la delega a rappresentare chi lavora e costruire poi istanze sindacali di base rafforzando quelle esistenti, per rilanciare una nuova stagione di iniziativa, di riscatto e riscossa degli sfruttati.
C’è da restare allibiti dalla rivoluzionaria proposta: scioperare a fabbriche e uffici chiusi, così i lavoratori che prendono salari da fame (per colpa di chi?) saranno contenti perché non saranno costretti a perdere altri soldi. Chissà come saranno infuriati gli imprenditori e la Confindustria per quest’originale e nuova forma di lotta! Certamente al primo sentore di uno sciopero di tale genere, che non arreca loro alcun danno, cederanno immediatamente agli scioperanti per la paura di subire danni irreparabili e inesistenti!
La realtà drammatica è, al di là di ogni sarcasmo, che proprio a costoro (Cgil, Cisl e Uil) è assegnato prevalentemente (speriamo per poco tempo ancora) il compito di rappresentare e tutelare i lavoratori. Nella realtà tutelano invece gli interessi delle aziende e dei padroni. Le affermazioni di Bonanni, lungi dal difendere gli stipendi di chi lavora, sono l'ennesimo assist in favore della produzione aziendale e il profitto dei padroni.
Lo sciopero è uno strumento di lotta sindacale che costa caro ai lavoratori (la perdita del salario per tutta la durata dell'iniziativa), considerati anche i bassi stipendi. Non vi si ricorre certo per capriccio, ma come ultima carta di pressione. Uno sciopero fatto ad impianti fermi però, se fa risparmiare i lavoratori, non arreca alcun "danno" e pressione all'impresa. Ed è quindi perfettamente inutile.
Bonanni non appare quindi soddisfatto “dell’accordo di Pomigliano” sottoscritto insieme ad Angeletti, con il quale già venivano create le condizioni per una pesante limitazione dell’unica (certamente costosa) arma che hanno i lavoratori per cercare di far valere i propri diritti e interessi: lo sciopero appunto. E tenta di dare a intendere che lo fa nel loro interesse.
Davanti a questa situazione, c’è da fare una sola cosa: togliere a questi “sindacalisti” la delega a rappresentare chi lavora e costruire poi istanze sindacali di base rafforzando quelle esistenti, per rilanciare una nuova stagione di iniziativa, di riscatto e riscossa degli sfruttati.
lunedì 13 settembre 2010
Meno lavoratori morti o più soldi in tasca?
Recentemente il ministro Tremonti, ha avuto modo di affermare che: “robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo”. Questa illuminante dichiarazione sintetizza il modo di pensare di tutta quella categoria di “economisti” e padroni che indicano mercato e competitività come nuovi totem, in nome dei quali sacrificare tutti i diritti di civiltà e di progresso conquistati dalle lotte dei lavoratori.
Secondo tali illuminati “pensatori” rendere sicuri i posti di lavoro costa troppo e questo riduce la possibilità per le aziende di competere nel mercato globale. Per questo se vogliamo mantenere e creare occupazione occorre risparmiare e abbattere i costi anche su questa voce.
Le conseguenze di questa “filosofia” appartengono purtroppo alla quotidianità. Ogni anno si verificano centinaia di migliaia di infortuni, troppi dei quali mortali. A questi devono aggiungersi le malattie professionali (contratte cioè sul lavoro), le cui quantità e conseguenze sono difficilmente quantificabili, perché spesso producono effetti solo nel tempo.
Ormai le morti sul lavoro, gli infortuni con pesanti conseguenze invalidanti e le malattie professionali non fanno neanche notizia, a meno che non riguardino più persone contemporaneamente. E anche queste vengono dimenticate in fretta. Fra le cause più ricorrenti ci sono i ritmi e l’organizzazione del lavoro e l'assenza dei più elementari dispositivi di protezione individuale e collettivi. La mancanza cioè di tutte quegli strumenti, norme e consuetudini che servirebbero a contenere il fenomeno.
Gli infortuni sono dovuti perciò ai “risparmi” che le aziende fanno in questo campo, perché, a conti fatti, costa di meno l’incolumità e la vita di chi lavora che prevenire. Del resto con tutta la disoccupazione esistente è più facile e meno costoso rottamare e sostituire un lavoratore che si rompe che una macchina. La flessibilità e la precarietà del lavoro, realizzatesi nelle imprese con la complicità del sindacato, hanno accentuato il fenomeno. Non è un caso, infatti, che laddove c’è lavoro nero e precarietà, gli infortuni e la gravità di questi aumentano. I lavoratori, infatti, sono costretti ad accettare ogni tipo di condizione e di rischio, pena la perdita dell’unica fonte di reddito disponibile. Inoltre le ripetute leggi che continuano ad alzare l’età pensionabile e conseguentemente la vita lavorativa, costringono persone di età avanzata a esporsi a condizioni di rischio sempre più elevate.
E’ per far risparmiare le imprese e renderle competitive che va azzerata la prevenzione nei posti di lavoro, che si deve andare in pensione più tardi, con più anni di lavoro e con redditi da fame, che c’è disoccupazione o si e precarizza il lavoro, o si vogliono dare salari più bassi e senza indicizzazione, turni di lavoro di otto ore senza pausa, senza la malattia e il diritto di sciopero, abbattendo il sistema sociale, azzerando i contratti nazionali di lavoro, ecc. ecc. ecc.
Questo libero mercato, e questa competitività forse costano un po’ troppo in raffronto all’occupazione che producono. Non è il caso di cambiare sistema? Partiti e salvatori della "sinistra": voi cosa proponete?
Secondo tali illuminati “pensatori” rendere sicuri i posti di lavoro costa troppo e questo riduce la possibilità per le aziende di competere nel mercato globale. Per questo se vogliamo mantenere e creare occupazione occorre risparmiare e abbattere i costi anche su questa voce.
Le conseguenze di questa “filosofia” appartengono purtroppo alla quotidianità. Ogni anno si verificano centinaia di migliaia di infortuni, troppi dei quali mortali. A questi devono aggiungersi le malattie professionali (contratte cioè sul lavoro), le cui quantità e conseguenze sono difficilmente quantificabili, perché spesso producono effetti solo nel tempo.
Ormai le morti sul lavoro, gli infortuni con pesanti conseguenze invalidanti e le malattie professionali non fanno neanche notizia, a meno che non riguardino più persone contemporaneamente. E anche queste vengono dimenticate in fretta. Fra le cause più ricorrenti ci sono i ritmi e l’organizzazione del lavoro e l'assenza dei più elementari dispositivi di protezione individuale e collettivi. La mancanza cioè di tutte quegli strumenti, norme e consuetudini che servirebbero a contenere il fenomeno.
Gli infortuni sono dovuti perciò ai “risparmi” che le aziende fanno in questo campo, perché, a conti fatti, costa di meno l’incolumità e la vita di chi lavora che prevenire. Del resto con tutta la disoccupazione esistente è più facile e meno costoso rottamare e sostituire un lavoratore che si rompe che una macchina. La flessibilità e la precarietà del lavoro, realizzatesi nelle imprese con la complicità del sindacato, hanno accentuato il fenomeno. Non è un caso, infatti, che laddove c’è lavoro nero e precarietà, gli infortuni e la gravità di questi aumentano. I lavoratori, infatti, sono costretti ad accettare ogni tipo di condizione e di rischio, pena la perdita dell’unica fonte di reddito disponibile. Inoltre le ripetute leggi che continuano ad alzare l’età pensionabile e conseguentemente la vita lavorativa, costringono persone di età avanzata a esporsi a condizioni di rischio sempre più elevate.
E’ per far risparmiare le imprese e renderle competitive che va azzerata la prevenzione nei posti di lavoro, che si deve andare in pensione più tardi, con più anni di lavoro e con redditi da fame, che c’è disoccupazione o si e precarizza il lavoro, o si vogliono dare salari più bassi e senza indicizzazione, turni di lavoro di otto ore senza pausa, senza la malattia e il diritto di sciopero, abbattendo il sistema sociale, azzerando i contratti nazionali di lavoro, ecc. ecc. ecc.
Questo libero mercato, e questa competitività forse costano un po’ troppo in raffronto all’occupazione che producono. Non è il caso di cambiare sistema? Partiti e salvatori della "sinistra": voi cosa proponete?
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