sabato 24 settembre 2011

"Prima la pace, poi lo Stato. E solo attraverso negoziati diretti".

E’ quanto ha risposto il premier israeliano Benyamin Netanyahu alla richiesta avanzata dai dirigenti palestinesi all’Onu, tesa a ottenere il riconoscimento dello stato di Palestina entro i confini del 4 giugno del 1967 con Gerusalemme est capitale.
Netanyahu, pur facendo riferimento alla pace, con la sua frase sintetizza l’arroganza e la prepotenza della posizione israeliana. Di un paese cioè che contando sulla forza delle proprie armi e sull’appoggio perenne degli Stati Uniti, che hanno permesso e garantito la recente nascita dello stato d’Israele sulla terra di Palestina, pretende di dettare le condizioni per il riconoscimento del diritto all’esistenza di un altro popolo sul territorio su cui da sempre i palestinesi hanno vissuto.
Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo Benyamin Netanyahu, sarebbe condizionato, dal preventivo riconoscimento dello stato di Israele e dalla pace con esso. La strumentalità di questa posizione appare evidente: Quale entità nazionale, geografica e politica potrebbe e dovrebbe fare la pace con Israele se non ne esiste alcuna riconosciuta da parte palestinese?
Perché la nazione di Israele è uno stato riconosciuto anche in sede Onu, mentre la nazione palestinese no?
Perché e sulla base di quale ragione, Israele pretende di condizionare il riconoscimento del diritto all'esistenza in vita di una forma stato di un altro popolo, quello palestinese?
Dal 1967, anno della guerra dei sei giorni, Israele occupa buona parte dei territori palestinesi, e, con la scusa della sicurezza interna, porta avanti con la forza delle armi una politica aggressiva di colonizzazione di quel territorio, con consistenti e inarrestabili insediamenti abitativi armati cacciando ed espellendo dalla propria terra i palestinesi.
Tutto ciò non acuisce la crisi e rende sempre più improbabili le possibilità di pace?
La realtà dei fatti è che non conviene a Israele arrivare a una pace perché, nelle condizioni attuali, con il pretesto della propria sicurezza nazionale, riesce ad allargare con la forza ininterrottamente da più di quaranta anni i propri confini. Nel frattempo l’intero popolo palestinese è sottoposto a una feroce e aggressiva occupazione militare e umiliato sulla propria terra.
Il Presidente palestinese nel suo intervento di ieri alle Nazioni Unite ha attribuito la responsabilità per il fallimento dei negoziati di pace a Israele, che ha accusato di cimentarsi in una «politica colonialista» verso gli arabi che si somma «all'occupazione militarizzata» dei Territori palestinesi. «Israele continua la sua campagna demolitrice e la sua pulizia etnica verso i palestinesi» ha detto Abu Mazen, rilevando che tale aggressione non risparmia i «luoghi sacri» arabi. Il Presidente palestinese ha chiarito che il suo discorso non intende «isolare o a delegittimare Israele», ma «delegittimare la sistematica colonizzazione» dei Territori palestinesi.
«Dichiaro qui che l'Olp è pronto a tornare immediatamente al tavolo del negoziato» se cesseranno le «attività d’insediamento» nei Territori occupati.
Il consenso ricevuto dall’intervento all’Onu di Abu Mazen fa sperare che le giuste richieste palestinesi vengano accolte, superando il preannunciato veto americano che, grazie a regole ingiuste diventa determinante.
Il consenso ricevuto dall’intervento di Abu Mazen all’Onu fa sperare che quest’organismo dimostri, nonostante tutto, la sua autonomia contribuendo alla libertà e al diritto del popolo palestinese e non alimentando il sospetto di intervenire solo quando interessi agli Stati Uniti, alle banche e al mercato.

venerdì 9 settembre 2011

Linguaggi fumosi e negazione delle differenze sociali

Il Presidente della Repubblica, nel mentre in Parlamento si stanno prendendo decisioni che peggioreranno molto la vita dei cittadini italiani, in particolare quelli a reddito fisso (lavoratori e pensionati), interpretando il suo ruolo di garante e custode super partes della Costituzione e dei “valori” nazionali, tenta di rilanciare un discorso “unitario” o meglio interclassista, nel tentativo di convincere il popolo che sì, ci sono cose che non vanno ma che esistono tutte le condizioni per la rinascita del Paese e con essa per il superamento dei problemi esistenti, basta solo che, tutti insieme si lavori per risanare la finanza pubblica e si superi la crisi.
Il Presidente si riferisce subito all'ondata di antipolitica che scuote il Paese. Napolitano, in sintesi, invita a non generalizzare: "Oggi bisogna prestare qualche attenzione all'uso dilagante di certe espressioni come casta politica o si rischia di diventare come la notte in cui tutto è grigio e diventa nero. Non posso che parlare del Parlamento come di un’istituzione fondamentale, insostituibile, irrinunciabile e con una funzione pedagogica".

Si potrebbe dire che il suo sforzo, teso a smorzare la rabbia crescente dei cittadini taglieggiati verso una classe politica intoccabile e privilegiata, è sovrumano, ma è destinato a fallire. Infatti, anche se non esistono, allo stato attuale dei fatti, aggregazioni politiche che denuncino l’esistenza conclamata e dilagante dell’ingiustizia e della discriminazione sociale è vero, però, che la maggior parte dei cittadini, che paga sulla propria pelle le scelte che governo e padronato stanno portando avanti da tempo, che vede diminuire i suoi diritti, peggiorare le proprie condizioni economiche, azzerare i servizi e cancellare il proprio futuro, un giudizio di fondo, che non è qualunquismo, sull’attuale classe dirigente: Governo, Parlamentari e imprenditori, l’ha definitivamente dato con una parola che oggi va molto di moda: Casta (coloro che condividono una medesima condizione sociale ed economica diversa e privilegiata rispetto quella di altri, la maggioranza, che di conseguenza sono discriminati).
La parola “casta” o privilegio sicuramente più “moderna” sostituisce quella che molti, compreso Napolitano usavano fino a pochi anni fa: Classe o discriminazione.
Denunciare l’esistenza di una casta o differenziazione di classe non può essere solo lo scoop di qualche avveduto giornalista che cerca di diffondere la convinzione per cui il privilegio è un’esclusiva dei soli parlamentari. Di questa realtà, si stanno convincendo masse crescenti di discriminati che, davanti al drammatico peggioramento delle loro condizioni di vita, vedono permanere, anzi aumentare il privilegio, la ricchezza di pochi e la disuguaglianza, in barba alla Costituzione.
Napolitano, dimenticandosi delle proprie convinzioni (?) giovanili, di quando da dirigente del Partito Comunista Italiano si schierava dalla parte dei deboli e dei discriminati contro l’ingiustizia e la prepotenza padronale, oggi cerca di far credere che sostenere le stesse analisi e denunciare l’esistenza del privilegio, sia far proprie tesi antipolitiche o qualunquiste, simili a quelle che determinarono l’avvento del fascismo in Italia e per questo siano un attacco alla politica (?) e, soprattutto alle istituzioni democratiche. Con l’occasione, Napolitano cita Antonio Gramsci e la sua riflessione sulla responsabilità della sinistra nella genesi del fascismo, facendo un improbabile parallelo con la situazione attuale e tentando di accreditare la tesi per cui, fra le tante responsabilità dei comunisti "fummo anche noi senza volerlo parte della dissoluzione generale della società italiana", dove "quel noi si riferiva alla parte che Gramsci rappresentava", ci sia anche quella di aver facilitato l'avvento del fascismo.
Napolitano fa, oggi, tali considerazioni, si appella al suo passato per disconoscerne, ancora una volta, le ragioni e taccia per antipolitica e attacco alle istituzioni il comportamento di chi, anche davanti alla realtà, oggi si ostina a parlare di casta e di privilegio.
Se esiste la casta e il privilegio, allora esiste l’ingiustizia e la discriminazione. Del resto come non definire privilegio quello di cui godono i parlamentari che tagliano pensioni e stipendi e, mentre aumentano le tasse per i cittadini e chiudono ospedali, mantengono intatte, al di la del fumo, le proprie condizioni e il proprio privilegio?
Come non definire casta quella della Confindustria e del padronato che incamera profitti enormi, di cui non è nemmeno possibile stabilire l’entità, che evade le tasse rifugiandosi nei paradisi fiscali, che de localizza le proprie aziende per risparmiare sulla manodopera (alla faccia dello spirito patriottico), che precarizza, che toglie il diritto di sciopero di malattia e che pretende di licenziare senza giusta causa ripristinando rapporti economici e sociali superati dal tempo e dalle lotte dei lavoratori?

"Per restare in Europa è necessario un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni ottanta e tanto meno negli anni settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa". E’ quanto sostiene il Presidente della Repubblica. Occorrerebbe che spiegasse cosa significa però oggi restare in Europa, a quale prezzo e perché mai i lavoratori, i pensionati e i precari dovrebbero desiderare di stare in Europa?
Ancora cosa significa esame di coscienza collettivo anche dei comportamenti individuali, a chi ci si riferisce? Quali sono i soggetti sociali che devono cambiare i propri comportamenti e le proprie aspettative e soprattutto in che modo, per mantenere una nostra prospettiva in Europa?
Sarebbe necessario forse un linguaggio più chiaro e diretto in una situazione come l’attuale. Sarebbe soprattutto necessario che il crescente malcontento dei lavoratori contro l’attuale evoluzione politico-economica trovasse adeguate voci e rappresentanza nel Paese e in tutti quei luoghi dove si decide sulla loro pelle.

lunedì 5 settembre 2011

Le “riforme” del Governo e lo sciopero generale.

La “crisi economica” che colpisce come sempre i lavoratori sta fornendo, al Governo e ai suoi sostenitori Cisl, Uil, Confindustria e partiti politici, il pretesto per l’assalto finale a quello che resta dei diritti di quei cittadini che per necessità sono costrettti a diventare lavoratori dipendenti.
L’enormità di quanto sta accadendo appare evidente nella norma (art. 8) della manovra economica del Governo. Questo articolo da il diritto e la libertà ai “datori di lavoro” di licenziare un lavoratore dipendente o di derogare a leggi e contratti di lavoro, quando questo sia deciso in accordo con sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale o aziendale. Questi sindacati, in base all’art. 8 possono sottoscrivere accordi con le aziende in deroga che privano i lavoratori di tutele e diritti compresi quelli previsti dalla Costituzione. L’ultima modifica all'articolo del decreto stabilisce che possono sottoscrivere le intese in questo senso non solo le "associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale", ma anche le "loro rappresentanze sindacali operanti nelle aziende"; le intese avranno, però, "efficacia per tutti i lavoratori”.
I diritti fondamentali dei cittadini, quelli sanciti dalla prima parte della Costituzione, e i contratti di lavoro diventano, per chi lavora sotto padrone, carta straccia.
Molte considerazioni possono essere fatte in proposito. Due in particolare: E’ sufficiente un accordo territoriale o addirittura aziendale, fra imprenditori e sindacati “rappresentativi” per privare un lavoratore dei diritti di libertà e uguaglianza fondamentali. Il lavoratore, in base a ciò, non è più titolare di tali diritti a prescindere, come cittadino della Repubblica, perché questi gli possono essere tolti e revocati da altri soggetti quali il padrone e il sindacato che hanno, loro, il potere di farli diventare cittadini detentori di diritti di serie b.
Quale democrazia è mai quella che permette a soggetti terzi sulla base di valutazioni economiche di privare altri cittadini di diritti inalienabili e primari, previsti dalla legge fondamentale, nata dalla lotta partigiana, sulla quale è costruito il patto fondante del Paese e del Popolo italiano?
Il diritto all’uguaglianza dei cittadini è definitivamente compromesso perché, anche formalmente, i cittadini sono titolari di diritti diversi legati alla loro condizione economica e al loro stato sociale che li costringe a diventare lavoratori dipendenti.
La contrattazione decentrata a livello territoriale e aziendale non è un’invenzione di questo governo, da sempre è stato possibile sottoscrivere, laddove ve ne erano le condizioni e la forza, contratti migliorativi di quelli esistenti e mai intaccare o far venire meno leggi. A differenza del passato, però, ora il sindacato, in particolare quei sindacati disponibili e collaterali al padronato e ai suoi interessi, potranno, in base alle “ innovazioni” firmare e validare accordi peggiorativi di leggi e contratti che possono negare diritti consolidati e irrinunciabili.
Il sindacato inoltre cessa, anche formalmente, di essere uno strumento di organizzazione e difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori perché diventa uno strumento istituzionale di gestione dei rapporti di lavoro oppure, addirittura, uno strumento delle aziende e del padronato acquisendo il potere e il diritto (sulla base di quale mandato?) di privarne, chi dovrebbe tutelare nei suoi diritti di cittadino, quando diventa lavoratore. Non sono questioni da poco.
In questo contesto occorre sostenere quelle forze sindacali alternative che sono dalla parte dei lavoratori e che resistono all’attacco padronale. A partire dalla Fiom che è il vero motore dello sciopero generale del 6 settembre unitamente ai sindacati di base, per rafforzare la sua battaglia contro il padronato e le componenti concertative e liberiste presenti nella Cgil che hanno prodotto la deriva compatibilista e flessibilista con gli interessi del mercato del più grande sindacato italiano e che fanno diventare portavoce delle forze sociali la Marcegaglia, per fare il modo che il 6 settembre sia l’inizio di una stagione di ripresa delle lotte e di riscossa dei lavoratori e non solo un sistema per accontentare le frange più combattive del mondo del lavoro e poi far passare, come fino ad oggi è stato fatto, anche questa ennesima manovra antipopolare e liberticida.

mercoledì 10 agosto 2011

La “crisi economica” è il pretesto per incrementare la discriminazione sociale e il privilegio.

La prima crisi del petrolio si verificò quaranta anni fa, agli inizi degli anni ’70, dopo le lotte e le vittorie del movimento operaio e studentesco. Lotte che produssero un notevole passo in avanti per i lavoratori, sia sul piano economico, sia sul piano sociale sia dei diritti.
Da allora, in maniera palese o attraverso logge massoniche segrete è ripreso, con ogni mezzo, il lavorio per togliere ai discriminati quelle conquiste che erano riusciti a strappare al padronato, ai ricchi e ai privilegiati.
Questo è stato possibile a seguito della cancellazione e dalla scomparsa dallo scenario politico italiano di qualsiasi partito o sindacato che avesse, utilizzando lo strumento dell'analisi dei rapporti di classe, l’obiettivo di battersi contro l’ingiustizia e la discriminazione in rapporto all’appartenenza sociale. Non esiste più, infatti, una forza politica o sindacale credibile, tantomeno in Parlamento, che non basi la sua azione politica sul liberismo e sul mercato e che non abbia ricorso o quantomeno permesso, in queste “crisi interminabili” lo sterminio sociale dei discriminati, favorendo, nei fatti, il privilegio dei ricchi e dei potenti e le differenza sociali che sono tornate a crescere con la ripresa e l'aumento dell’ingiustizia sociale e della discriminazione.
Fare l’ennesimo elenco delle conquiste rubate sarebbe ripetitivo e avvilente. E’ un fatto però che non s’intravvede la fine di questa fase di aggressione sociale dei privilegiati e di sconfitta e di arretramento sociale per i lavoratori e per chi condivide, con loro, la medesima condizione sociale.
Il padronato e le forze politiche che portavoce dei loro interessi, continuano ancora a discutere su cosa altro togliere ai lavoratori (non soltanto sul piano economico e le pensioni, su cui stanno “lavorando” ormai da più di venti anni, ma anche su quello dei diritti per “salvare l’economia” naturalmente. Stanno, proprio in questi giorni studiando come cancellare definitivamente lo Statuto dei Diritti dei lavoratori), mentre nulla prevedono verso le ricchezze e i patrimoni.
Costoro hanno spogliato i lavoratori ed i discriminati di ogni conquista e di ogni diritto. Dove vogliono arrivare? Non basta, per “salvare” questa economia, togliere diritti fondamentali di libertà e dignità ai cittadini lavoratori, decurtare stipendi e pensioni e cancellare qualsiasi accettabile prospettiva futura alle giovani generazioni? Credono forse, che per rilanciare l’economia, occorra tornare alla servitù della gleba? Ma in quel caso quale economia si salverebbe? Quella di chi ha incrementato il loro privilegio ed ha continuato ad arricchirsi non certamente quella dei discriminati che non vedono la fine delle rinunce e del peggioramento delle loro condizioni.
Occorre prendere conoscenza e coscienza che non siamo tutti sulla stessa barca. Che la crisi non colpisce tutti. Che in questa Repubblica, contrariamente ai giuramenti ed alle dichiarazioni solenni, non siamo tutti uguali perché non siamo detentori tutti degli stessi doveri e degli stessi diritti, non condividiamo lo stesso destino.
Avere coscienza di ciò è la condizione per far cessare l’attuale andazzo politico ed economico e tentare di cominciare ad invertire la situazione avendo la consapevolezza della difficoltà, dei tempi e delle lotte necessari.

lunedì 25 luglio 2011

Liberi speculatori

Rating, spread, default, mercati, competitività, borsa, speculazione finanziaria, debito pubblico, sono termini di cui sentiamo sempre più spesso parlare. Pochi conoscono il loro esatto significato.
Abbiamo tutti imparato però a nostre spese, che ogni volta se ne sente parlare arrivano tasse, tagli alla spesa pubblica, ai servizi, alla sanità, alla scuola, stipendi e pensioni, diritti sociali, uniti a un peggioramento delle condizioni di lavoro e disoccupazione.
Quando gli indici economici sono negativi, quando Piazza Affari "perde", i giornali e la tv danno enorme risalto alla notizia diffondendo ansia e angoscia. Se poi una delle agenzie che realizzano (Moody’s o Standar & Poor’s) ricerche finanziarie e analisi su titoli azionari e obbligazioni modifica in peggio il rating del Paese, arriva il panico. Quando gli indici economici sono negativi, (sempre) si crea nell’opinione pubblica una situazione da psicodramma. Non sono contestati i dati negativi. Non è contestata l’azione speculativa di chi, per proprio esclusivo vantaggio e guadagno è insensibile ai richiami patriottici (il denaro non ha nazionalità) e vince, incamerando privatamente una valanga di denaro, mentre quando perde a pagare è la collettività (ovvero i cittadini) non lui.
Il mercato, la speculazione e la competitività sono diventati i nuovi totem, la nuova dogmatica ideologia. Sono la “nuova” variabile indipendente, cui condizionare tutto il resto: occupazione, salari, diritti civili e sociali, servizi.
Se gli indici economici sono negativi, non è ricercato chi o coloro che, con azioni predatorie, costringe alla fame nazioni e popoli, tutt’altro. La speculazione e tutte le sue conseguenze negative sono considerati possibili e quindi legittimi, poco importa se produrranno lacrime e sangue per i redditi fissi e i disoccupati.
Quando gli indici economici sono negativi, il Presidente della Repubblica, il Governo, i partiti (tutti), la Confindustria e il sindacato cominciano a parlare di Patria e coesione nazionale, di politica di rigore e di sacrifici. Sacrifici che non faranno gli speculatori, né chi durante tutti questi anni ha continuato ad arricchirsi mentre tutti gli altri s’impoverivano. Personaggi che anzi potranno continuare tranquillamente a speculare. Non ci sarà alcuna forza dell’ordine che li perseguiterà o arresterà per le sofferenze che procureranno, per la semplice ragione che non esiste alcuna legge che vieti la speculazione. Ci mancherebbe altro. E’ il mercato bellezza. La legge e le leggi nostrane antepongono al diritto collettivo, a un’esistenza dignitosa e libera, il diritto privato all’arricchimento sfrenato, senza limiti, a qualunque costo.
Quando gli indici economici sono negativi (anche quando non lo sono, in realtà), gli speculatori possono continuare tranquillamente a esportare clandestinamente capitali all’estero e a ripulirli con lo scudo fiscale al cinque per cento (tanto saranno i salari a essere tartassati, togliendo perfino i trattamenti di famiglia); possono trasferire o de localizzare le loro aziende in altri paesi e licenziare i lavoratori; possono guadagnare utili o profitti senza limite alcuno, congelare stipendi e pensioni e costringere alla precarietà intere generazioni di lavoratori; possono incamerare stock option per milioni di euro annuali e fare new company tagliando pause e diritti; possono andare in pensione dopo soli due anni e mezzo se parlamentari e obbligare i cittadini a non andarci mai, o dopo quarantuno anni di lavoro; possono curarsi all’estero, avendone le risorse (a partire dai massimi rappresentanti del governo e del padronato) e costringere invece i cittadini a reddito fisso ad accontentarsi della chiusura di ospedali o di pagare ulteriori ticket per le prestazioni sanitarie (stesso discorso per la scuola).
Tutto ciò può tranquillamente continuare e non essere messo in discussione, fa parte della libertà (?). Agli speculatori non è chiesta alcuna coesione nazionale.
La coesione nazionale viene richiesta ai lavoratori, pensionati e precari per convincerli a rinunciare patriotticamente ai loro salari e pensioni, ai loro diritti e servizi in nome della libertà (per chi?) e della democrazia. Quale democrazia e quale libertà? Non certo quelle di chi ha sempre pagato. E sa che continuerà a pagare sempre di più.

lunedì 11 luglio 2011

Coesione, oggi più che mai (?)

E’ quanto ha affermato il Presidente della Repubblica davanti ai dati “preoccupanti” (per chi?) riguardanti l’andamento dei mercati finanziari. Ha solidarizzato subito la responsabile e patriottica presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ha sostenuto testualmente: ” "In un momento difficile come questo, dove tutti i Paesi europei, e anche l'Italia, sono chiamati a gestire situazioni complesse anche per le turbolenze dei mercati finanziari, credo sia opportuno riunirsi intorno ai simboli del nostro Paese e lavorare tutti assieme nella stessa direzione per difenderlo e costruire un futuro migliore per i nostri figli". Al coro di afflato nazionale si aggiunge in ultimo Bersani, segretario del Partito democratico, che rilancia: "Siamo di fronte a passaggi delicati che devono consigliare serietà e il rifiuto delle speculazioni. Invita la Ue e il governo italiano a occuparsi di crescita e lavoro, per un messaggio di solidità ai mercati. La manovra? Alla nostra disponibilità a collaborare il governo non risponde mai con i fatti".
Il quadro è completo, i nostri nazional-rappresentanti, ognuno per le sue responsabilità, chiamano il popolo italiano a lavorare tutto assieme e tutto unito in un medesimo destino e condizione, nella stessa direzione, per salvare il Paese e costruire un futuro migliore per i nostri figli.
I figli di chi? Dei capitalisti nostrani, forse, che non solo non hanno sentito alcuna crisi, ma anzi hanno continuato ad accumulare ricchezza proprio mentre impoverivano i redditi fissi e precarizzavano i giovani, derubandoli del loro futuro e depredandoli della libertà. O ancora delocalizzando aziende per risparmiare sui salari approfittando sulla fame di lavoro. Cancellando, grazie a sindacati compiacenti, diritti di civiltà e libertà consolidati costati lacrime e sangue.
Quale destino comune hanno dunque da spartire i loro figli con quelli degli operai, impiegati, pensionati, disoccupati e sottoccupati?
Oppure i figli dei parlamentari italiani che continuano, anche loro, a godere di trattamenti e privilegi scandalosi, che si guardano bene dal ridimensionare mentre, con le varie manovre economiche, tagliano a tutti gli altri cittadini pensioni, impongono tasse e ticket, chiudono ospedali da una parte e concedono scudi fiscali o si confezionano leggi su misura dall'altra?
Di quale Paese parlano? Di un paese dove continuano da sempre a convivere il privilegio e la discriminazione sociale, la ricchezza più sfrontata e la fame più nera, il lusso e il lavoro precario o la disoccupazione. E’ per salvare questo Paese che si chiamano a raccolta indifferentemente tutti a prescindere dalla collocazione sociale e dal proprio stato economico?
Qual è allora il senso di questi poco credibili e accorati appelli? Quello di costruire una linea di condotta comune tra maggioranza e “opposizione” parlamentare, padronato e sindacati concertativi, istituzioni e popolo che, senza intaccare il privilegio della loro condizione, faccia digerire ai cittadini una “nuova politica di rigore” (a senso unico) nuovi sacrifici, nuove tasse, nuovi tagli allo stato sociale e nuove politiche sindacali, più compatibili ancora con l’interesse superiore del Paese.
Di quale Paese? Il loro.

mercoledì 29 giugno 2011

Se lo dice lui

“Grazie per quello che hanno fatto oggi nell'interesse del nostro Paese", è stato il commento del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Basta quest’affermazione a far capire che tipo di “accordo” sia stato raggiunto tra i sindacati e la Confindustria. Quando Tremonti parla di paese, non si riferisce certo ai lavoratori della pubblica amministrazione, cui si appresta a bloccare gli stipendi e il turn over. Neanche ai pensionati, cui sta per regalare l’ennesimo innalzamento dell’età pensionabile a sessantacinque anni. Tanto meno ai contribuenti a reddito fisso cui regala l’ennesimo aumento dell’iva e. peggio ancora, la rivoltante tassa sulla salute (ticket) per chi è costretto a ricorrere al pronto soccorso o a fare ricorso a visite specialistiche.
Certamente non può riferirsi a profitti, capitali e patrimoni che rimangono intoccati. Come pure a tassare adeguatamente stock option e prebende per i vari Marchionne (12,5 per cento, mentre i lavoratori pagano il doppio). Di quale Paese parla Tremonti? Quello dei ricchi o quello dei discriminati e dei precari che vedono ancora una volta peggiorare le loro condizioni di vita. Perché il bene del Paese coincide sempre con tagli allo stato sociale e ai diritti economici e normativi dei lavoratori e mai a tasse e tagli per profitti, rendite e patrimoni? Di quale paese sta parlando?
Una trattativa segreta, su punti contrattuali e non solo, non legittimata da nessun mandato democratico, portata avanti dal padronato confindustriale e da una schiera di sindacalisti di professione “nominati” da organismi interni di altri “nominati”, sconosciuti e tanto meno eletti dai lavoratori, tutti preoccupati di dare, come ha detto Bonanni: ”In un momento di crisi, certezze alle imprese sulle intese che si fanno” (non ai lavoratori e ai precari). Infatti ha sottoscritto un “accordo” che ha ottenuto subito il consenso del governo di centrodestra e il sostanziale accordo del Partito democratico. L’unità titola oggi: ”Sindacati e imprese ci provano: accordo su contratti”.
L’intesa emargina volutamente, non solo la Fiom, ma tutte quelle sigle di base, già eliminate “democraticamente” dall’altro accordo capestro che imponeva dall’alto, grazie alla collaborazione (non disinteressata della Confindustria) a tutte le sigle sindacali, comprese quelle che non lo avevano sottoscritto, regole e metodi unilaterali.
L’accordo, che è bene approfondire, getta le basi, per deroghe aziendali ai contratti nazionali, e crea le condizioni perché sia respinto il ricorso presentato dalla Fiom sulle vicende Fiat di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco, sulla legittima rappresentanza aziendale a sottoscrivere intese.
L’ipocrisia di fondo, con l’intento di affossare i contratti nazionali, è rappresentata dal tentativo di presentare l'accordo come la carta vincente per “rimettere il valore del lavoro e la centralità della contrattazione al centro dell'attenzione del paese” come dice Camusso. Ipocrisia e tradimento, perché l’esperienza insegna che solo i contratti nazionali, in una situazione di debolezza dell’iniziativa dei lavoratori, danno un’adeguata e unificante tutela. Dare a intendere che sia possibile intavolare una contrattazione articolata vincente per i lavoratori, in aziende di precari, senza diritti e tutele, che è costretta a misurarsi con delocalizzazioni, cassa integrazione e licenziamenti è mentire sapendo di mentire e preparare la strada per altre firme capestro.
Gli stessi accordi della Fiat, firmati solo da Cisl e Uil, non prevedono forse l’annullamento di diritti fondamentali (malattia e sciopero), turni ininterrotti di otto ore? E’ questo il modo per rimettere il valore del lavoro e la centralità della contrattazione, Camusso? Camusso che sconfessa la Fiom e rinnega la sua non firma con la Fiat.
Ha ragione Cremaschi, presidente del Comitato centrale Fiom, quando afferma: "La Cgil ritiri la firma dall'intesa e Camusso si dimetta". Cremaschi definisce giustamente "liberticida" l'accordo sulla nuova regolamentazione della rappresentanza sindacale e della validità dei contratti sottoscritto ieri da Cgil, Cisl e Uil, perché "apre la via allo smantellamento del contratto nazionale". Firmandolo, la leader della Cgil, Camusso, ha "mancato ai suoi doveri di rappresentanza dell'organizzazione" sindacale.
Ha soprattutto permesso, va detto con forza, di creare le condizioni per nuovi accordi concertativi che faranno compiere altri passi indietro ai lavoratori su diritti, salario e occupazione, esponendoli al ricatto e lasciando indisturbati i padroni e intatti i loro interessi e profitti.