giovedì 29 novembre 2012
Esiste, oggi, la disuguaglianza sociale? Come si manifesta? Chi riguarda?
Articolo 3 della Costituzione italiana:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese.”.
La Costituzione riconosce che esistono differenze di condizioni sociali e ostacoli di ordine economico e che questi vanno rimossi, perché limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Quali possono essere gli ostacoli economici e sociali di cui si parla?
Uno dei primi, sicuramente, il reddito.
Com’è distribuito il reddito in Italia?
Tutti i dati statistici rilevano che in vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore della crisi sono state le famiglie dei redditi fissi che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, del 15 per cento. Questi non considerano gli effetti devastanti e drammatici dell’attuale fase economica.
Nello stesso periodo si è verificato da una parte un impoverimento delle famiglie operaie e impiegatizie e dall’altra un aumento di ricchi pari a sette volte di più rispetto al 1965.
Si sono registrati da esplosione di reddito: fasce ristrette di cittadini si sono appropriate di quote crescenti del reddito complessivo.
Le misure e le “riforme” (pensioni, welfare e fisco) adottate dai vari governi negli ultimi venticinque anni inoltre, lungi da modificare o invertire hanno accentuato questa tendenza contribuendo ad allargare la forbice fra poveri e ricchi.
Gli ultimi dati statistici dicono che, in Italia, oramai il dato della povertà raggiunge l’11,1% della popolazione.
È considerato povero quel nucleo familiare, composto di due persone, che percepisce un reddito inferiore a 970 € mensili, pari a 485 € pro-capite. In questa situazione si trovano, circa, 7,5 milioni di cittadini italiani.
Questo dato è impressionante ma non dice tutto.
Va rilevato che il reddito mensile di 970 €, corrisponde alla media dei redditi mensili percepiti in Italia, questo significa che se esistono molti italiani che percepiscono di meno, ne esistono altri che percepiscono molto di più.
A percepire meno sono i pensionati al minimo, i lavoratori precari e quelli a part-time.
Fra quelli che percepiscono di più, c’è la gran massa di lavoratori dipendenti, operai e impiegati, che hanno stipendi mensili però di poco superiori alla soglia di povertà, pari cioè a 1.000 – 1.200 € mensili.
Se si considera che questi redditi, di solito, servono per sostenere nuclei familiari di 3 – 4 persone, consegue che il reddito pro-capite diventa, di 4-300 € (nuclei di 3 o 4 persone) mensili per un reddito familiare complessivo di 1.200 €.
Se questo è vero, la fascia di povertà, in Italia, non è più di 7,5 milioni di persone, ma di un’entità molto più grande. Questa entità è difficilmente quantificabile se si tiene conto che gli unici redditi certi sono solo quelli da busta paga o da pensione.
Esiste perciò una grande massa di cittadini che vive in condizioni di povertà (questo si traduce in peggiore qualità della vita, sanità, cultura, ecc.).
Completa il quadro, il reddito di altri cittadini italiani che si trovano su una sponda ben diversa, con redditi dell’ordine dei milioni o miliardi di euro. C’è chi dichiara 7, 8, 28, 130, 180 milioni di euro annui, o oltre. Tali redditi sono dichiarati al fisco.
Questi redditi annui presuppongono l’esistenza di patrimoni enormi di miliardi di euro di cui, per la maggior parte dei cittadini è difficile, persino, rendersi conto.
Il “rigore” necessario per “salvare l’Italia” non ha riguardato, tutti perché ha colpito una parte dei cittadini, quelli cioè che hanno perso reddito e ha gratificato gli altri che l’hanno incrementato.
Tutto questo è dovuto al caso, a errore o è la conseguenza di volontà politico-economiche? In questo caso, da parte di chi? I Governi hanno sbagliato o hanno scientemente tutelato alcuni interessi e discriminato altri?
Esiste differenza fra lo stile di vita di chi guadagna milioni di euro e quello di chi ne guadagna 10.000, oppure 20.000 annui o non ne guadagna per niente?
Esiste differenza fra la libertà di un milionario o un miliardario e quella di un lavoratore dipendente, di un pensionato, un precario o un disoccupato?
Un milionario è un privilegiato? A quale casta o classe appartiene? Un lavoratore dipendente o un precario appartengono alla stessa casta del milionario?
Un milionario o un lavoratore dipendente o un pensionato sono cittadini uguali? Vivono in condizioni simili? Si possono permettere lo stesso stile di vita? Condividono i medesimi problemi economici? Pagano le stesse tasse? Hanno la stessa convenienza a pagare le tasse? A tagliare la spesa pubblica? A far funzionare la macchina dello Stato (Sanità, scuola, e i servizi)? A Trovare il lavoro? Ad arrivare alla fine del mese? Sono liberi allo stesso modo? In conclusione appartengono alla stessa casta o classe?
Oppure appartengono a caste o classi differenti a ciascuna delle quali sono riconosciuti o vietati diritti differenti?
I vocabolari riportano il significato della parola “casta”: Ciascuno dei gruppi sociali che, rigidamente separati tra loro in base a leggi religiose o civili, inquadrano in un sistema sociale fisso i vari strati della popolazione. Gruppi di persone che caratterizzato da elementi comuni, hanno o pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti o privilegi.
Se questo è vero, è vero che la condizione sociale determina lo stile di vita dei cittadini in tutti i suoi dettagli, quelli primari, le aspirazioni, i bisogni, lo stile di vita, la cultura, la salute.
Mentre alcuni cittadini sono liberi, perché liberi dal bisogno, e la loro libertà non è condizionata da alcun altro fattore, tutti gli altri cittadini possono essere liberi se hanno un lavoro. Il lavoro che diventa l’elemento fondante e indispensabile per l’affermazione e la realizzazione della libertà dell’individuo.
venerdì 23 novembre 2012
L’ultima svendita dei lavoratori
Il rito si ripete ormai da più di venticinque anni: Cisl e Uil firmano accordi capestro. La Cgil non firma ma poi si adegua, nel tempo, senza clamore. In troppe occasioni si è consumata la ridicola messinscena di questi servi sindacali che si fanno interpreti dei desideri dei padroni con il loro complice, il Governo, per svendere i diritti di chi lavora. Tutto queste trattative e “accordi” si sono conclusi senza che i lavoratori, diretti interessati, siano stati coinvolti e abbiano dato il benché minimo mandato a trattare ne tantomeno abbiano potuto esprimersi sui suoi contenuti conclusivi.
Ogni e qualsiasi simulacro di democrazia è calpestato da questi sindacalisti che con l’obiettivo di aumentare la produttività e di servire gli interessi dei capitalisti, cancellano i contratti nazionali di lavoro, gli inquadramenti professionali, la certezza dei livelli salariali e ogni forma di tutela del diritto di chi lavora.
Il padronato italiano, con l’aiuto dei sindacati di comodo e del Governo, è riuscito nell’intento di aumentare i suoi utili e profitti. L’unico aumento della produttività che intendono loro passa solo per la riduzione dei salari, l’aumento dei ritmi di lavoro e la compressione dei diritti e della libertà di chi lavora.
Alla luce dei fatti è dimostrato che le logiche del padronato dei nostri giorni sono le stesse di quelle del padronato di fine ottocento e che la lotta di classe non è sparita con il muro di Berlino: Nessun diritto per chi lavora (flessibilità), salari ridotti e legati al cottimo, se si lavora di più e l’azienda guadagna poi, forse, qualcosa va a chi lavora altrimenti no, controllo spionistico dei lavoratori, libertà per il padrone di de localizzare, precarizzare, di assumere o licenziare, anche in base all’adesione o meno del lavoratore a un sindacato ritenuto scomodo, a prescindere dal diritto, ecc. La prossima mossa sarà ripristinare il medico aziendale per controllare direttamente le malattie del personale.
Al padrone e imprenditore spetta ogni libertà al lavoratore invece ogni dovere e nessun diritto.
Ancora oggi c’è chi si ostina a definire “datori di lavoro” questi pescecani che invece sono ladri di libertà, di sudore e prenditori di profitto.
Com’è stata possibile in Italia questa immensa opera di restaurazione capitalista della disuguaglianza? Come mai la classe padronale ha potuto ripristinare i suoi privilegi senza trovare opposizione degna di nota? Dove erano le organizzazioni dei lavoratori? Per quale falso ed erroneo interesse generale hanno permesso tutto ciò, senza denunciare la quantità e la qualità dell’attacco di classe attuale? Com’è possibile che di fronte a questo inedito e intollerabile massacro sociale, la classe operaia sia politicamente succube e piagata sugli interessi e ragioni delle banche e dello spread?
Padronato e Governo, con il valido aiuto dei sindacati hanno usato la crisi che hanno generato, per spostare ancora di più a loro vantaggio la ricchezza e i privilegi. E’ finita qui?
L’assenza di analisi basate su metodi scientifici degli interessi di classe dei vari soggetti sociali in campo ha permesso la vittoria del padronato e la sconfitta attuale dei lavoratori, perché essi sono privi degli strumenti di analisi e organizzativi per contrastare l’attacco del padronato e dei suoi servi.
E’ ora di denunciare con forza che, quello in atto, è un vero e proprio attacco sociale e di classe, dove gli sfruttatori vogliono far passare per interessi di tutti i loro comodi. Tutte le misure economiche, politiche e sindacali adottate dal Governo dei padroni e delle banche, non hanno lo scopo di “salvare l’Italia”, ma di arricchire ancora di più la classe dei ricchi, dei privilegiati e degli speculatori finanziari a danno della classe lavoratrice, dei pensionati, dei disoccupati e di tutti i discriminati.
I lavoratori devono prendere coscienza della differenza degli interessi fra le classi sociali, solo così potranno difendere i loro diritti e libertà e contrastare le logiche padronali. La consapevolezza cioè dell’inconciliabilità e conflitto esistenti fra i loro interessi e quelli di chi li vuole solo sfruttare per continuare ad arricchirsi.
L’ignoranza e la sottovalutazione di questo elementare principio, ha permesso e permette che si scambiassero i comodi di Marchionne e della Fiat con gli interessi generali e di chi lavora.
mercoledì 31 ottobre 2012
Serve votare?
Le elezioni siciliane confermano la costante crescita della disaffezione che i cittadini italiani hanno verso la politica e le forme di “partecipazione popolare” perché non se ne servono nella maggior parte dei casi.
Questa tendenza alla crescita dell’astensione è iniziata circa venti anni fa, ed è coincisa con la campagna politica sulla cosiddetta caduta delle ideologie. Essa è stata certificata a partire dalle elezioni dei primi anni ’90 effettuate con il nuovo sistema elettorale di tipo maggioritario.
La caduta del muro di Berlino e dei sistemi dei paesi del cosiddetto socialismo reale furono il pretesto per negare la validità e la necessità del confronto, politico ed elettorale, su grandi progetti utopici e alternativi essendo, così fu sostenuto, falliti tutti con la sola esclusione del liberismo.
Il sistema maggioritario e la personalizzazione della politica, a questo punto hanno sostituito il confronto e lo scontro delle idee e dei progetti. Assegnando tutti i difetti dell’ideologismo solo al marxismo. Il liberismo diventa l’ideologia dominante incontrastata cui tutti i partiti, anche quelli che continuano a dichiararsi di sinistra, fanno riferimento e si adeguano.
Da questo punto in poi l’elettore ha solo la possibilità di scegliere fra due o più candidati, di partiti diversi ma tutti ispirati al liberismo. Rimane la solo la scelta sul possesso presunto o meno della dote dell’onestà di cui i vari candidati e partiti rivendicano l’esclusiva.
Poco importa se a sostenere ciò è un sistema politico screditato e compromesso. La cronaca di tutti i giorni dimostra che il tasso di onestà è crollato perché tutti i partiti presenti in Parlamento, chi più chi meno, sono coinvolti e travolti da scandali e forme di corruzione.
A far tracollare la partecipazione è stato però un altro grave fenomeno: La vanificazione non solo sostanziale ma anche formale dei pronunciamenti elettorali. Ciò a partire dai referendum. 1) Referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari (8-9 novembre 1987, vinsero i sì con l’80,6%); 2) referendum sul finanziamento pubblico ai partiti e dei ministeri dell’agricoltura e turismo e spettacolo (18- 19 aprile 1993 vinse il si con il70,2 e 802,3%); 3) Referendum sull’abrogazione della norma che impedisce la liberalizzazione degli orari nel commercio (11 giugno 1995 vinse il no con il 62,5%); 4) Affidamento della gestione di servizi pubblici locali di rilevanza economica (privatizzazione dell’acqua bene comune 12 e 13 giugno 2011, il si raggiunse il 95,35%); 5) Di nuovo abrogazione norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia nucleare (12 e 13 giugno 2011, il si ottenne il 94,05%).
Degli esiti di questi pronunciamenti referendari non si è tenuto conto alcuno. Nonostante due referendum ancora, si sta tentando il nucleare in Italia, il finanziamento pubblico ai partiti è stato sostituito dal rimborso elettorale, i ministeri hanno solo cambiato nome e la privatizzazione dei servizi e dell’acqua è tuttora in cantiere e in attesa di tempi più propizi.
Il dato più indicativo però è che tutti i partiti che hanno governato in questi ultimi venti anni, sia di centrodestra sia di centrosinistra, hanno legiferato a prescindere dal mandato richiesto agli elettori. Essi hanno cancellato o stravolto leggi e diritti fondamentali frutto di anni di lotte e sacrifici, senza averne nemmeno richiesto il mandato. Stesso discorso per il governo “tecnico” che, anch’esso, senza alcun mandato ha scardinato e contro riformato le conquiste dei lavoratori e assestato un colpo mortale allo stato sociale intero.
Nessuno fra i partiti presenti in parlamento, tantomeno Monti che nemmeno è stato eletto, ha chiesto e ne ottenuto voti per cancellare le pensioni di anzianità o il sistema di calcolo delle pensioni, l’aggancio al costo della vita o, tantomeno l’elevazione dell’età pensionabile; Nessun partito è stato autorizzato dagli elettori a privatizzare scuola e sanità pubblica; Nessun partito ha chiesto e ottenuto un mandato per precarizzare i rapporti di lavoro, né per tartassare i redditi fissi e graziare tutti gli altri; Nessuno ha chiesto il consenso elettorale per mantenere le cosiddette “missioni militari di pace”.
In questi giorni Bersani saluta il risultato siciliano con un roboante: ” Vi do una bella notizia, abbiamo vinto in Sicilia. Cose da pazzi”, poi ha aggiunto: ”È la prima volta dal dopoguerra che c'è la possibilità di una svolta vera” e in merito alla politica generale ha finito: ”però preservando sempre quelle linee di rigore e di credibilità che Monti ha portato. Questo lo garantiremo”. Il Partito Democratico ha ottenuto insieme all'Unione di Centro di Casini e Toto Cuffaro il 30,5% dei voti di chi si è recato alle urne in Sicilia, cioè il 47,42% degli aventi diritto. Il 30,5% del 47,42% corrisponde al 14,46% (Pd + Udc) del totale dei votanti. Bella rivoluzione. Nonostante un consenso così esiguo se non minimale si sente autorizzato a giurare fedeltà eterna alla linea di “rigore” del Governo Monti e a “governare” la Sicilia. Bel concetto di democrazia.
Questo per fare alcuni esempi.
I vari governi succedutisi in questi anni, di centrosinistra, centrodestra o i “tecnici” hanno operato, sulle questioni fondamentali autoritariamente e senza un mandato, anche perché erano coscienti che se lo avessero chiesto all’elettorato non l’avrebbero ottenuto.
Ciò non ha impedito a Monti e a questi partiti “democratici” di “lavorare per salvare l’Italia”, e operare pressoché indisturbati la più gigantesca redistribuzione del reddito e della ricchezza a favore dei ricchi e a danno dei ceti popolari. Non ha impedito loro, inoltre, di cancellare col diritto del lavoro quello a un reddito, perlomeno a un reddito dignitoso, a una crescente fascia di cittadini e in particolare ai giovani.
Se ai partiti non serve la legittimazione di un mandato elettorale a cosa serve votare?
In questo caso quali sono i soggetti che decidono? Le banche e i centri del potere economico.
Una domanda, però, va posta a questo punto: Come mai i comunisti, davanti a questo massacro sociale classista, non riescono a essere individuati come oppositori alla linea liberista montante delle banche e del padronato e strumento di difesa sociale? Perché non riescono a coagulare il crescente malcontento di chi subisce le conseguenze della crisi? Perché questo malessere non si trasforma in consenso anche elettorale e i cittadini non votano le loro liste preferendo rinunciare al voto?
La causa di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che i comunisti e le loro organizzazioni o non sono percepiti come alternativi al sistema, ma parte di esso, peraltro, grazie anche alla campagna martellante dei mass media, sono considerati superati o residuali.
Questo perché, nonostante la presenza dei comunisti e di partiti e organizzazioni che tali si dichiarano, non si affermano ne il loro metodo di analisi, ne di interpretazione della società e dei rapporti economici e di classe. Non è chiarito cioè se la politica del “rigore” di Monti serve o meno a “salvare l’Italia?” tutta l’Italia o quale parte di essa?
La risposta che i comunisti possono dare deve essere basata sulla analisi degli interessi in campo e sulla conseguente denuncia degli interessi delle banche e dei padroni, che non hanno nulla a che vedere con quelli dei lavoratori, perché la crisi non tocca tutti ma affama i lavoratori e arricchisce padroni e banche.
Essere quindi alternativi al sistema liberista in maniera chiara, ripartendo da analisi e da iniziative poggiate su una forte e percepibile base classista di denuncia e di lotta alle ingiustizie sociali a difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori e dei discriminati.
Non fare questo significherebbe rendere inutile il ruolo dei comunisti e delle loro organizzazioni e la loro stessa esistenza. E’ l’assenza di un’impostazione di classe chiara e percepibile a livello di massa, infatti, a determinare lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati e a non permettere loro di individuare nei comunisti e nelle loro organizzazioni gli strumenti di cambiamento e di riscossa, costringendoli a preferire il qualunquismo e il non voto, con grande gioia dell’avversario di classe.
E’ questo l’unico modo che hanno i comunisti per combattere la politica antipopolare e classista del governo, dei padroni, delle banche e dei loro lacchè politici, denunciando l’inconciliabilità degli interessi in campo e opponendo agli interessi dei padroni quelli dei diseredati, degli oppressi e dei discriminati.
domenica 14 ottobre 2012
I “tecnici” contro i lavoratori
La situazione politica in Italia sembra ferma. I partiti presenti in Parlamento sembrano impegnati solo a contrabbandare la propria onestà e a denunciare l’altrui disonestà o a giurare la propria fedeltà al Governo Monti e alle sue “riforme”. Riforme che dicono indispensabili a “salvare l’Italia”, nel tentativo di conquistare nonostante tutto consensi dai cittadini e di accreditarsi come i migliori esecutori della politica economica voluta dalle banche e dai finanzieri.
In realtà la situazione si evolve rapidamente attorno alla politica neoliberista dei “tecnici” e se apparentemente “la politica” si occupa di screditare ulteriormente i partiti italiani, in realtà mira a tutt’altro.
I recenti odiosi scandali politici e il pretesto di ridurre le spese (la democrazia è un lusso che non ci possiamo più permettere) agevolati dal rigetto generale dei cittadini verso i partiti, consentono, in questi giorni, l’opera di demolizione dell’impianto amministrativo decentrato dello Stato, allontanando le istituzioni con i luoghi di decisione dai cittadini e riducendo ancora le residue forme di partecipazione alla vita amministrativa.
Stravolgere regole e prassi consolidate non è una novità. Lo stesso governo Monti è stato nominato, i suoi programmi e le sue “riforme” non hanno alcun mandato elettorale. Questo non ha impedito di modificare leggi fondamentali a prescindere da qualsiasi mandato popolare nel merito, ma solo in base a presunti costi contabili e grazie a un’opinione pubblica disgustata da tante ruberie e quindi indifferente.
Per il decentramento amministrativo, come per la presunta “riforma elettorale” sta avvenendo quello che è accaduto per la “riforma previdenziale” e per la “riforma del mercato del lavoro”.
Leggi e regole di civiltà sono state affrontate e demolite solo in base alla logica dei conti, del rigore e dell’austerity a senso unico. La loro cancellazione autoritaria è avvenuta con la collaborazione fattiva anche dell’ex opposizione.
Queste “operazioni politico-economiche” per “salvare” l’Italia stanno avvenendo senza alcuna partecipazione e coinvolgimento degli interessati. A un governo di tecnici nominato da partiti, che fingono di litigare fra loro e poi votano le stesse leggi antipopolari, fanno contorno sindacati ufficiali che, anche loro, fingono di contrastare la politica antipopolare in atto, mentre in realtà la agevolano e condannano i lavoratori a subire nei posti di lavoro e nel Paese mentre i padroni hanno mano libera.
Il sindacato, da parte sua, ha assoggettato i lavoratori alle regole del mercato e della competitività capitalista, permettendo l’azzeramento dei loro diritti e delle loro libertà nei posti di lavoro e poi nella società, e quindi l’affermarsi della politica padronale.
Siamo alla democrazia del mercato, della competitività e delle banche, alla democrazia di lor padroni che con la loro prepotenza fanno diventare legge quello che loro interessa e conviene.
Quest’apparato padronale-finanziario-politico-sindacale che “tratta le masse come capre, tosando e macellando l’eccedenza”, nella sua arroganza, certo di non doverne mai rispondere, arriva nella sua tracotante sicurezza a deridere i discriminati. E’quello che sta avvenendo con la legge di stabilità, in base alla quale vogliono far credere di stare a diminuire le tasse mentre le aumentano e mentre tagliano ancora la sanità.
Non contenti di tutto ciò, oggi continuano imperterriti nella loro politica autoritaria di restaurazione per imporre più agevolmente la loro democrazia e la loro politica elitaria. Stesso discorso merita il tentativo in atto da parte di Confindustria e soci che “propone”, naturalmente per salvare l’Italia, una trattativa sulla produttività (non sull’occupazione) con il solo scopo di aumentare i ritmi di lavoro, e con essi i profitti padronali attraverso un accresciuto sfruttamento della manodopera.
Questo vuole dire, tanto per fare un esempio, che se un operaio della Fiat vuole continuare a lavorare deve accettare condizioni contrattuali uguali a quelle che l’azienda impone in Serbia: 320 euro al mese per 12 ore al giorno di lavoro e senza diritti. E la Fiat ha sempre tracciato la strada. Altro che datori di lavoro, sono invece prenditori di profitto e ladri di sudore.
Se questo è il quadro (seppure sommario), non si può negare che siamo di fronte ad un tentativo neoautoritario, liberista, questo si di destra, che ha lo scopo di imporre una “uscita dalla crisi” sulla strada del liberismo quella che più conviene a lor signori che in crisi non sono mai stati. I padroni e i finanzieri hanno così campo libero per mettere definitivamente al centro della vita economica, politica e sindacale, l’azienda e i suoi interessi.
Mente sapendo di mentire chi afferma che quella attuale è una politica di rigore che riguarda tutti. Mente perché il rigore è a senso unico, poi non riguarda tutti. Non riguarda i padroni e le banche che ricevono finanziamenti dalla Bce, dallo Stato, che de localizzano, che precarizzano, che cancellano contratti di lavoro e diritti dei lavoratori con il solo scopo di aumentare i propri profitti. Mente perché alla fase attuale di sacrifici, per i lavoratori, non seguirà un periodo migliore di sviluppo. Tutta la loro politica ha come obiettivo la riduzione delle libertà, dei diritti e dei salari di lavoratori e pensionati per affermare le libertà e i privilegi economici a finanzieri, speculatori e imprenditori.
Si tratta della loro politica di classe, nella quale i voleri, i desideri e gli interessi del mercato e dei suoi sodali, sono contrabbandati per generali e di tutti.
Va denunciata la natura classista di questa politica del Governo di tecnici e soci. Essi non sono super partes ma apertamente schierati a tutela degli interessi dei potenti e dei padroni.
E’ su una forte base classista che va rilanciata l’iniziativa e la lotta per gli interessi dei lavoratori e dei discriminati. Interessi che sono alternativi a quelli delle banche e dei padroni.
L’assenza di un’impostazione di classe, chiara, percepibile a livello di massa, determina lo stato di disorientamento e rassegnazione dei discriminati davanti a tutte le manovre in atto e rafforza l’opera dell’avversario di classe.
Le forze veramente di sinistra devono interpretare con questo metodo la fase in atto e il malessere esistente. E’ questo l’unico modo per contrastare e battere l’attuale politica antipopolare cui non si è ancora potuta contrapporre una cosciente e adeguata iniziativa popolare di massa.
Chi se non i comunisti può fare ciò?
sabato 4 agosto 2012
Le politiche liberiste e la finta sinistra
Ancora una volta Vendola si presta al ruolo illusionista per far credere che quella del liberismo non costituisce una ponderata e determinata scelta di campo e di classe, ma una politica temporanea che può e che deve essere adottata, come sta facendo l’attuale governo, solo in una situazione di emergenza. Tale politica dovrebbe essere abbandonata una volta superata tale emergenza.
La demagogia e la mistificazione di tale posizione sono evidenti. Come è possibile ragionevolmente sostenere che alla fase delle ripetute “riforme” che l’attuale governo ha prodotto, che hanno determinato l’aumento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale e di classe, si possa pacificamente e semplicemente invertire la rotta e restituire ai discriminati il maltolto. Tanto più se è individuato come causa scatenante della crisi, visto che solo su questo ha agito il Governo per “uscire dalla crisi”?
Il Governatore Vendola, e a Bersani non pare vero, tenta di far credere che anche la scelta del liberismo, decisa dal Partito democratico, non sia definitiva e strategica, ma sia dettata unicamente da una situazione contingente e tattica. Poco importa se questa scelta ha portato a privare la maggioranza degli italiani del diritto al lavoro o a una retribuzione dignitosa, unica condizione per un’esistenza libera, com’è teorizzato nella Costituzione italiana. Poco importa se la loro politica ha cancellato i diritti dei cittadini per renderli compatibili allo spread e all’insaziabile voracità degli speculatori finanziari.
Solo con la fiducia e la coesione sociale può esserci sviluppo. E’ quanto costoro, con l’insostituibile apporto del Presidente della Repubblica, stanno sostenendo da tempo. Coesione sociale che cercano di perseguire cercando di far credere che i “sacrifici” sono necessari per salvare il Paese nel quale siamo tutti sulla stessa barca e che è interesse di tutti nello stesso modo accettare sacrifici e rigore per uscire dalla crisi.
Tagliare però le pensioni, i salari, i diritti dei lavoratori, cancellare lo stato sociale, aumentare le tasse dirette e indirette che gravano solo sui redditi fissi di chi ha sempre pagato mentre si graziano i ricchi proprietari e gli speculatori finanziari, non è una necessità oggettiva e obbligata, ma una scelta di classe. Essa aumenta il privilegio e l’ingiustizia sociale perché, mentre consente ai chi è ricco di continuare ad arricchirsi, getta nella fame e nella disperazione masse crescenti di lavoratori e di giovani perché li priva del lavoro e di un reddito sufficiente e con essi della loro libertà.
La violenza di classe in atto è inaudita e il padronato capitalista e confindustriale che con la collaborazione di quei partiti e personaggi politici e sindacali che si fingono di sinistra, ha goduto in questi anni di una condizione di rendita insperata che lotterà con le unghie e con i denti per mantenere.
Il presidente della Puglia invece è impegnato in tutt’altre faccende, egli si dichiara pronto a partecipare a coalizioni che comprendano “tutti quelli che vogliono modernizzare l’Italia” e che abbiano al centro “i diritti sociali e civili delle persone, come i diritti delle coppie gay”.
Anche Vendola vuole dare ad intendere che davanti alla crisi spariscono differenze sociali e di classe e che occorra semplicemente “modernizzare il Paese” che, quindi il disoccupato, il precario, il lavoratore o il pensionato possono stare tranquilli, essi hanno gli stessi problemi del ricco e dello speculatore che determinano la crisi e che grazie a essa continuano ad arricchirsi.
Riferendosi al partito di Casini poi, dopo dichiarazioni e smentite su una possibile alleanza, Vendola sostiene di non porre veti ma fa una constatazione: ” Casini ha fatto un altro percorso e le sue posizioni, ad esempio sui diritti civili, sono sempre state antitetiche a quelle del campo progressista. Così anche per le politiche economiche, se la linea dei centristi è quella di austerity e liberismo da qui all'eternità, Casini potrà essere solo un nostro avversario, mai un alleato”.
La battaglia per i diritti civili è giusta e sacrosanta ma non rappresenta una discriminante politica. Essa, infatti, non è e non è mai stata un’esclusiva delle organizzazioni dei lavoratori e dei comunisti, ma è stata oggetto di battaglia e di iniziative anche di organizzazioni politiche laiche che però nulla hanno a che vedere con la lotta di classe contro l’ingiustizia sociale. I radicali e i liberali, in materia economica sostengono, infatti, le più agguerrite e antipopolari teorie liberiste, classiste e padronali.
Vendola volutamente sorvola sul fatto che il Pd e Bersani, con i quali l’alleanza elettorale non è in discussione hanno votato le stesse leggi liberiste che ha votato il partito di Casini. Leggi che hanno prodotto le politiche dell’austerity e del rigore a senso unico. Non è quindi il campo economico e sociale a costituire ostacolo a un patto elettorale con Casini e …. con Fini.
Vendola e Bersani, nel mentre col centrodestra cercano di confezionarsi una legge elettorale su misura, stanno con tutte le loro forze tentando di recuperare il consenso dei discriminati che hanno essi stessi colpito con il loro voto. Tentano di far credere di voler lavorare per una coalizione progressista (?) con la prospettiva, annunciata dal leader Pd, di un patto di legislatura con i moderati del centro subito dopo le elezioni.
Risultano giuste in proposito le parole di Di Pietro che ha definito Bersani e Vendola “furbacchioni politicanti in cerca di pubblicità” e naturalmente di voti.
Le scelte liberiste portate avanti, infatti, indifferentemente da governi di centrodestra e di centro”sinistra” sono le sole che essi conoscono. Essi non sono fra loro in contrapposizione, semplicemente competono per la sedia a capotavola rappresentando due variabili della stessa politica liberista del padronato.
In Italia non trovano spazio, neanche nelle cosiddette sedi istituzionali, i comunisti e le forze che si collocano su un piano antagonista al sistema capitalista nella sostanza e non solo nelle apparenze. Avere chiaro tutto ciò è indispensabile per smascherare i tentativi di chi vuole ingabbiare definitivamente all’interno delle logiche liberiste e liberticide i discriminati. E’ questa una condizione indispensabile per affrontare le future lotte basando su un punto di vista di classe e di alternativa sociale l’iniziativa politica e le lotte che ci aspettano.
domenica 1 luglio 2012
Prosegue l’aggressione ai lavoratori da parte di Marchionne del Ministro Fornero e dei padroni
Marchionne in occasione della presentazione di una vettura interamente costruita in Cina dalla Fiat, davanti a dirigenti, segretari e responsabili ai vari livelli del Partito Comunista ( sarebbe più appropriato sostituire alla definizione di comunista, quella di capitalista) Cinese, dopo i convenevoli e reciproci riconoscimenti, ha colto al volo l’occasione per mostrare ancora una volta il vero volto suo e del padronato.
Davanti, infatti, alla sentenza che obbliga la Fiat a reintegrare a Pomigliano d'Arco 145 lavoratori discriminati per il solo fatto di essere iscritti alla Fiom, Marchionne ha brutalmente affermato:”Il nostro(?) paese ha un livello di complessità nell’ambito delle questioni industriali che non esiste in altre giurisdizioni. Le implicazioni di questa decisione sulla situazione del business sono abbastanza drastiche, perché tutto diventa tipicamente italiano e quindi molto difficile da gestire. Allo stesso tempo, nei miei viaggi in Cina, negli Usa o altrove non vedo nessuno veramente interessato a questa decisione, non c’è nessuno che fa la fila per venire a investire in Italia. Non credo che cambierà nulla, si renderà solo tutto più complesso”. Definendo esplicitamente “folcloristiche” le norme italiane che ancora tutelano chi lavora.
Marchionne non ha potuto fare a meno, inoltre, di affermare che un operaio cinese impiegato dalla Fiat prende cinque volte meno di un operaio italiano guadagnando circa 2mila yuan, al cambio attuale circa 250 euro il mese.
La grande contraddizione e ambiguità esistente in Cina è quella di essere un Paese governato da un partito che si ostina a definirsi comunista nonostante i dati economici che emergono e che vedono la Cina presentare un PIL (prodotto interno lordo) che, secondo il sole 24 ore, nel solo primo trimestre 2012 ha registrato un incremento dell'8,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nonostante ciò le retribuzioni dei lavoratori cinesi sono di appena 250 euro mensili.
Questi dati sarebbero più consoni per un paese non comunista ma dichiaratamente capitalista, dove vengono anteposti alle condizioni economiche e sociali dei lavoratori e dei cittadini il profitto di pochi e il mercato e dove si relegano i lavoratori al ruolo di sfruttati e sottopagati.
Proprio per questo i rampanti capitalisti nostrani (?), cogliendo l’aspetto sostanziale della situazione cinese non stanno a formalizzarsi su come politicamente si definisce il governo con cui fare affari, poco importa il colore della bandiera cinese, quello che conta è la situazione economica reale, quello che conta sono i loro utili.
I lavoratori devono adattarsi a questa verità, le loro condizioni economiche, la loro libertà, i loro diritti devono essere compatibili con il loro profitto.
Sarebbe utile approfondire quest’argomento e le sue implicazioni fra le quali, la prima: Non è sufficiente dichiararsi comunista per esserlo davvero, stesso discorso per la sinistra nostrana; La seconda non è vero che, in una realtà di mercato, a parametri economici positivi, e la Cina sta lì a dimostrarlo con il più alto PIL mondiale, corrispondano retribuzioni più alte e decenti e in migliori condizioni di vita per i discriminati.
La maggiore quantità di produzione, di PIL e di ricchezza in Cina, stando ai dati, non ha favorito un benessere diffuso ma si è concentrata nelle mani di pochi capitalisti che hanno approfittato della situazione del mercato. Altro che Paese comunista.
In Italia il PIL è negativo, ma anche qui la ricchezza disponibile è nelle mani di pochi capitalisti, come in Cina, e la pseudo sinistra italiana, insieme alla destra dichiarata, collabora a un governo che smantellando le conquiste dei lavoratori, favorisce, anche in una situazione di crisi, l’accumulazione solo a pochi privilegiati capitalisti e speculatori finanziari.
Per tornare a Marchionne, le sue ultime affermazioni, segnalano l’arroganza sua e della Fiat che snobbando e deridendo le stesse decisioni della Magistratura, in base alla sua logica economica, dietro la promessa illusoria e falsa di lavoro, lavora per peggiorare le condizioni dei lavoratori le loro libertà e ad aumentare le differenze sociali e di classe.
Non è stato sufficiente, per Marchionne, smantellare lo stato sociale italiano, demolire i diritti e le libertà dei lavoratori ( art. 18, collocamento, contratti collettivi, ecc.), precarizzare i rapporti di lavoro e condizionare l’assunzione all’adesione o meno a un sindacato amico, ora Marchionne e il padronato puntano ad attaccare i livelli salariali dei lavoratori italiani per ridurli drasticamente e per renderli competitivi con quelli di altri paesi, a partire dalla Cina, altrimenti, sostiene Marchionne non ci sarà nessun capitalista a fare la fila per investire in Italia.
In altre parole il ricatto del lavoro. Del resto quanto affermato da Marchionne fa il paio con le ultime esternazioni del Ministro del lavoro Fornero che ha testualmente dichiarato: ” Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”, corriere della sera del 27 giugno u.s.
La realtà è quindi quella di un determinato, feroce e finora inarrestabile attacco di classe del padronato, del Governo, dei partiti che lo sostengono (Pd, Pdl e Udc) e dei sindacati che, anche quando non sottoscrivono o approvano apertamente, fingono di opporsi e fanno passare tutto quello che vuole e conviene alla Confindustria e ai capitalisti italiani.
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martedì 12 giugno 2012
Libertà e diritti diversi su basi di classe
La legge 20 maggio 1970, n.300, fu chiamata, al momento della sua approvazione in maniera significativa: Statuto dei Diritti dei Lavoratori.
Con questa legge, fu detto, entrava la democrazia nei luoghi di lavoro e, il cittadino che diventava lavoratore dipendente, varcando la soglia del posto di lavoro, manteneva i diritti fondamentali di libertà sanciti dal Patto fondativo della Repubblica: La Costituzione.
“Norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, era questo il primo capoverso della legge che al Titolo 1 riportava le nuove regole a tutela “Della libertà e dignità del lavoratore”.
Fino allora al cittadino- lavoratore era impedito, manifestare, nel posto di lavoro, il proprio pensiero, le proprie convinzioni politiche e sindacali.
Qualora queste si fossero trovate a collidere con quelle dell’imprenditore, il cittadino-lavoratore sapeva che ne avrebbe pagato le conseguenze come non essere assunto (norme sul collocamento e la chiamata numerica), essere discriminato, nel lavoro o essere licenziato senza alcuna tutela.
Lo stesso “democratico” trattamento poteva toccare al cittadino-lavoratore qualora le sue opinioni religiose, colore della pelle, condizione sessuale o razziale, lingua e perfino condizioni personali e sociali, potevano non essere gradite sia al momento dell’assunzione che durante il rapporto di lavoro.
Con la legge 300 furono messe le basi per superare tutto ciò, furono aboliti gli impianti audiovisivi di controllo dei lavoratori, gli accertamenti sanitari sull’idoneità e sull’infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e le umilianti visite personali di controllo da parte di medici di fiducia del padrone.
Le sanzioni disciplinari, con l’art. 7, furono regolate in maniera da togliere dall’arbitrio e dalla prepotenza il cittadino-lavoratore.
Fu vietata qualsiasi indagine sulle opinioni personali dei lavoratori per evitare qualsiasi che da questa fossero condizionati l’assunzione e lo svolgimento del rapporto di lavoro. Furono istituite norme per la tutela fisica dei lavoratori,e per i lavoratori studenti. Con l’art. 13 s’impediva al padrone di assegnare qualifiche professionali a suo piacimento o in base alle sue esclusive convenienze e non alle capacità professionali possedute.
Con la legge 300 si consentiva per la prima volta l’attività sindacale nei luoghi di lavoro, le assemblee retribuite durante l’orario di lavoro e si vietava al padrone di mettere in atto comportamenti discriminatori a partire dai trattamenti economici o di costituire sindacati di comodo. Ecc.
La legge rispondeva alla realtà di arbitrio e prepotenza che esistevano allora, che il padrone metteva in atto per discriminare, punire, perseguitare o licenziare chiunque in qualsiasi modo ostacolasse la sua volontà, interesse o convenienza.
Con la legge 300 si toglieva dalle sue mani il ricatto del lavoro.
A garanzia e tutela dell’effettivo ingresso in fabbrica dei diritti dichiarati di libertà e democrazia anche nei posti di lavoro c’era l’art. 18. Questo articolo, imponeva al padrone l’obbligo alla riassunzione in tutti i casi in cui il giudice avesse riconosciuto l’illegittimità di un licenziamento operato, e rendeva, quindi, esigibile la legge e con esso i diritti di democrazia e libertà previsti.
Cancellare l’obbligo della riassunzione, in caso di licenziamento illegittimo, con l’istituzione pressoché generalizzata delle indennità sostitutive, salvo casi limitati, non ha l’obiettivo di rendere più facile le assunzioni e rilanciare l’occupazione (sempre più legata alla rinuncia di diritti e salario) come sostengono gli imprenditori e le forze politiche che si fanno partavoce dei loro interessi, ma di ridare forza, potere e arbitrio al padrone perché vengono tolte quelle tutele ai lavoratori per renderli più docili e sottomessi e sempre più esposti alla prepotenza e arroganza padronale.
Approvare con il voto, come ha fatto il Partito Democratico, che ancora demagogicamente da ad intendere di essere di sinistra, o imbrigliare le lotte e non mettere in campo tutte le energie necessarie, per contrastare questa manovra antidemocratica, come ha fatto la Cgil, prima ancora di un errore è un tradimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori che, essi dicono ancora di rappresentare e tutelare.
Tradimento fondato sulla negazione dell’esistenza della divisione economica e sociale esistente e della lotta di classe, che lungi dal creare alcun posto di lavoro, priverà ancora di più i lavoratori delle loro libertà e dei loro diritti.
La cancellazione dell’obbligo al reintegro ha, in ultimo, il fine di riaffermare e di sancire, nei fatti, l’esistenza di libertà e diritti diversi tra cittadini non solo nei posti di lavoro ma anche e soprattutto nella realtà sociale del Paese, per tutti quelli che a causa delle proprie condizioni economiche, sono o saranno costretti a cercare un lavoro o lavorare alle dipendenze di un padrone e possono godere solo di un diritto di livello inferiore.
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