lunedì 29 aprile 2013
Capitalismo reale
Bangladesh MORTE NELLA FABBRICA DEI NOSTRI JEANS. Oltre 300 operaie uccise.
L'edificio formicaio chiamato Rana Plaza, secondo alcune fonti era omologato per cinque piani ( tre abusivi), dentro di esso operavano cinque ditte (in tutto 3.122 dipendenti, in gran parte donne) con produzione di 3 milioni di capi di abbigliamento all'anno per grandi (e piccoli) marchi occidentali, dall'Inghilterra agli Usa (dall'Italia Benetton ha smentito ogni rapporto con le ditte coinvolte nel crollo). In qualche modo la Phantom, una delle cinque ditte, e le sue migliaia di sorelle (il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di tessile dopo la Cina) sono davvero aziende «fantasma», di cui tutti (autorità, committenti, clienti) si dimenticano fino a quando non accade una nuova tragedia. Le fabbriche-formicaio sono spesso ricavate da palazzine pseudo-residenziali, con vie di uscita inadatte o chiuse dall'esterno per impedire l'allontanamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
Nel palazzo si producono le T-shirt e i jeans che troviamo nei nostri negozi o a prezzi scontati o magari con la griffe e prezzi altissimi, l'orario di lavoro può lievitare dalle 8 ore di contratto alle 18 a ridosso della consegna, con uno stipendio (talvolta di 30 euro) che non è certo ogni mese. Il giorno prima del crollo sulle pareti del Plaza erano apparse crepe minacciose, nonostante ciò i manager delle ditte di abbigliamento avevano diffuso messaggi rassicuranti: “Venite a lavorare, tutto a posto” aggiungendo però una minaccia più grande di una crepa: “Altrimenti vi lasciamo a casa e vi scordate gli arretrati”. Il risultato è che allo stato attuale si contano 381 morti e sono calcolati circa 600 dispersi in gran parte donne.
Le aziende occidentali che si riforniscono in Bangladesh a ogni tragedia rispondono lanciando proclami per condizioni di lavoro migliori. Anche questa volta dall'estero è arrivata una raffica di condoglianze e dinieghi che sembrano fatti apposta per non sporcarsi l'immagine e, passata l’emozione e lo sdegno del momento, tutto come prima per continuare a intascare i denari lucrati sulla pelle delle lavoratrici.
Lo scorso novembre un incendio bruciò vive 112 operaie che facevano golf e calzoncini per il mercato estero. Altri 41 «incidenti» si sono si sono susseguiti nel 2013. L'Europa è il maggior mercato del tessile prodotto in Bangladesh.
Quello che emerge da eventi di questo genere è che sono calpestate tutte le norme e precauzioni a difesa della salute e dell’incolumità di ci lavora. Per 18 ore di lavoro sono corrisposti circa 30 €, pari a circa 0,075 € l’ora, per produrre beni che poi sono venduti in occidente a prezzo di mercato, garantendo così agli “imprenditori” profitti altissimi.
Queste vicende fanno emergere con brutalità il vero volto del capitalismo e i mezzi che esso mette in piedi per aumentare i propri profitti. Essi sono quelli di sempre. Quelli che si manifestarono agli albori della prima rivoluzione industriale: Giornate di lavoro lunghissime ed estenuanti in condizioni inumane, anche per donne e bambini, salari di fame e, in conclusione schiavitù. In queste realtà la vita di chi lavora vale meno di niente.
Quali considerazioni possono essere fatte a questo punto: 1) Queste attività erano svolte prima nei paesi occidentali; 2) Sono state de localizzate in aree povere sfruttando manodopera affamata e disponibile; 3) Conseguenza a tutto ciò la chiusura progressiva e inesorabile, nei paesi “sviluppati” di aziende simili che hanno preferito trasferire le loro attività in aree a più basso costo di manodopera (delocalizzazioni selvagge operate dal padronato italiano con in testa la Fiat); 4) Incremento verticale della disoccupazione nelle aree abbandonate da queste ditte.
La risposta che a questa politica aggressiva dei pescecani padronali (altro che datori di lavoro) è stata data, nei paesi capitalisti e in Italia è stata esemplare: Mano libera, e quindi nessun ostacolo alle imprese per le delocalizzazioni e politica di riduzione drastica dei salari e degli oneri riflessi (contributi previdenziali, ecc.). I salari non sono stati ridotti in cifra ma in potere di acquisto. Questo è stato possibile grazie a sindacati concertativi e alla sinistra nostrana, che hanno cancellato e rinnegato gli interessi dei lavoratori e si sono schierati per il mercato e il profitto concordando e concedendo ai loro alleati padronali l’azzeramento del meccanismo di difesa delle retribuzioni davanti all’inflazione. La scala mobile o contingenza.
La politica di tradimento dei sindacati e dei partiti della cosiddetta sinistra è proseguita con la svendita dei contratti nazionali di lavoro e gli aumenti di salari irrisori, l’art. 18, le leggi Treu e Biagi, le controriforme previdenziali, ecc.
La ricetta che costoro hanno portato avanti, per compiacere il padronato, è stata solo quella di abbassare i salari e le condizioni di lavoro dei lavoratori italiani per renderle competitive con quelle di aree del terzo mondo dove i lavoratori sono totalmente privi di ogni tutela e ridotti allo stato di schiavitù.
Questo è il libero mercato. Libero per chi? Non certo per chi lavora, costretto a sottostare a salari di fame, contratti di lavoro capestro, licenziabile in ogni momento senza giusta causa, totalmente flessibile al profitto padronale, senza ferie, malattia, festività, maternità, disoccupazione, liquidazione, pensione a 70 anni, ecc. avendo come alternativa le delocalizzazioni e la disoccupazione.
A questo il sindacato e la sinistra asservita alle ragioni del profitto stanno lavorando da troppo tempo indisturbati. La libertà del mercato e del padrone corrisponde alla sottomissione e mancanza di libertà per chi è costretto a sottostare a questo meccanismo di sfruttamento, prepotenza e prevaricazione.
L’unica risposta che si può dare a tutto questo è acquisire la consapevolezza che il capitalismo significa, oggi come ieri, prepotenza, prevaricazione, discriminazione e sfruttamento per chi lavora dalla lotta di classe, questo è il mercato. Occorre pertanto ripartire da questa consapevolezza di classe perché gli interessi dei padroni, dei privilegiati e dei loro cortigiani non sono gli stessi di quelli dei discriminati ma configgono irriducibilmente con questi. Solo quando prenderemo coscienza di tutto ciò potremo finalmente iniziare una nuova stagione di lotta e di riscossa sociale.
domenica 28 aprile 2013
Ci siamo
Hanno fatto finta di litigare, hanno imbrogliato spudoratamente per vent’anni gli italiani fingendo di essere fra loro alternativi ma hanno sempre lavorato per le stesse politiche classiste e padronali che sono servite a depredare i lavoratori dei loro salari, i pensionati delle loro pensioni, i giovani del loro presente e del loro futuro e tutti dei loro diritti e delle loro libertà civili, sociali e del lavoro.
I partiti della cosiddetta sinistra italiana hanno collaborato con i partiti della destra per determinare l’impoverimento dei discriminati che sono sempre più strozzati da un fisco di classe agevolato dal sostituto di imposta, mentre hanno elargito, tutti insieme, finanziamenti a piene mani alle banche e a imprenditori privati cui hanno permesso esenzioni ed evasioni fiscali legalizzate, condoni, scudi e privilegi vari. Essi hanno sostituito indisturbati e incontrastati oltretutto, alle politiche sociali quelle militari e di guerra, proprie del capitalismo e dell’imperialismo.
E’ prosperata la corruzione che è insita e propria del sistema capitalista e del libero mercato. Essa riguarda in forme sempre più insultanti gli imprenditori ed i ricchi corruttori e i partiti dell’intera area governativa, sempre più impegnati a cancellare le residue forme di “democrazia”. Il voto popolare non conta nulla: I referendum sono ignorati ( energia nucleare, finanziamento ai partiti, acqua pubblica, ecc), e le “coalizioni” che si presentano alle elezioni, con i loro roboanti programmi elettorali, sono cancellate subito dopo. Le istituzioni sono umiliate ed i massimi rappresentanti delle istituzioni della Repubblica, nata dalla Resistenza sono piegati agli interessi e ai giochi speculativi di banche e imprenditori più o meno grandi.
La classe padronale ed i privilegiati di tutti i colori spadroneggiano e si arricchiscono mentre affamano il popolo e costringono gli sfruttati e gli oppressi alla fame, alla miseria gettandoli nella disperazione più nera perché negano loro qualsiasi prospettiva futura.
I ricchi, le banche, gli imprenditori ed i loro politici di ogni “colore” costituiscono la neo classe di privilegiati che opprime e discrimina tutti gli altri ceti e classi facendo passare per interessi generali e di tutti i loro comodi e le loro convenienze.
Oggi la classe dei privilegiati e dei padroni non ha più bisogno di partiti che fingano di litigare fra di loro, mentre invece vanno sottobraccio, perché sono riusciti a convincere i cittadini che alla situazione attuale e a questo quadro politico non c’è alternativa, perlomeno al momento. Quindi basta centrodestra e centro”sinistra”, non c’è più bisogno della maschera, del resto le politiche dei vari governi “tecnici” che si sono succeduti (Amato, Dini e Monti) e dei governi “politici” (Prodi, Berlusconi ed ora Letta)si sono alternati in perfetta identità, sintonia e continuità nelle loro politiche economiche e sociali, tutelando gli stessi interessi e gli stessi ceti sociali privilegiati a danno delle masse popolari.
Allo stato attuale non c’è alternativa. I partiti che ancora si definiscono di sinistra come Sel o fanno riferimento al comunismo, come Rifondazione ed il Partito dei comunisti italiani, non mettono in discussione il capitalismo, il mercato e la proprietà dai mezzi di produzione. In due decenni di restaurazione di classe padronale essi si sono confusi in dialoghi “unitari” col Pd cui hanno testardamente e colpevolmente continuato ad attribuire una collocazione a sinistra. Sel si è candidata alle elezioni con il Pd e Rifondazione ed il Pdci hanno dubitato fino all’ultimo se partecipare o meno alla demagogica farsa delle primarie.
Queste aggregazioni sono palesemente interclassiste e più arretrate dello stesso Partito socialista riformista di Nenni Esse hanno cancellato dal loro agire la lotta di classe ed hanno sostituito ad essa il politicismo esasperato. Al conflitto economico e sociale hanno sostituito generiche battaglie “progressiste” sui diritti sociali o sull’ambiente, senza dare loro una lettura classe.
Questi partiti non sono stati capaci di difendere minimamente gli interessi degli sfruttati, che hanno condannato, con le loro analisi ed il loro agire, ad una serie ininterrotta di sconfitte e di arretramenti. Esse hanno la responsabilità di non aver saputo o voluto affrontare lo scontro di classe in atto su basi marxiste impedendo così ai discriminati di disporre di uno strumento di analisi diverso e alternativo su basi sociali.
Tutto questo è avvenuto in momento in cui lo scontro di classe si è accentuato ed in cui avrebbe dovuto essere più semplice la denuncia. La crisi di questi anni avrebbe dovuto far crescere consensi ed adesioni verso di loro. Questo non è avvenuto perché ne Rifondazione, ne il Pdci e ne tantomeno Sel sono stati percepiti come diversi dal sistema, come è invece avvenuto, a torto o a ragione, con il Movimento cinque stelle che almeno oggi e con tutte le sue contraddizioni è percettibilmente alternativo al sistema ed ai suoi giochetti.
I gruppi dirigenti di queste formazioni si sono completamente inglobati nel meccanismo politico parlamentare ed ai meccanismi di potere di classe a questo collegati.
Sostituire, a questo punto, ai loro fallimenti ed alle loro responsabilità, una neo politica “unitaria” che porti ad unire le debolezze di Sel, Rifondazione e Pdci servirebbe solo a prorogare l’agonia.
Oggi più che mai c’è bisogno di un partito Comunista che stia veramente dalla parte dei discriminati e della loro classe e che alle analisi fumose ed interclassiste, di salotto o pseudointellettuali sostituisca la lotta di classe e gli interessi dei discriminati schierandosi contro l’ingiustizia, la discriminazione sociale e il privilegio insita nel mercato e nel sistema capitalista.
Nel momento in cui sparisce, anche formalmente, ogni differenza fra false sinistre e destra si possono creare le condizioni per las ricostruzione della lotta e della vera alternativa sociale e di classe.
domenica 31 marzo 2013
Scelta di campo
Gli ultimi anni sono stati dominati da politiche finanziarie e di mercato che hanno demolito le condizioni economiche e i diritti sociali e civili dei discriminati. Il collocamento e la scala mobile sono stati cancellati, i rinnovi dei contratti di lavoro sono stati trasformati da strumento di redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori a fasi di scambi sindacali in perdita e cedimenti; il lavoro è stato precarizzato con l’abolizione dell’art. 18, le leggi Treu e Biagi, con i contratti “atipici”, la flessibilità, le delocalizzazioni; i sindacati più combattivi, la Fiom e le organizzazioni di base sono stati emarginati con i contratti separati. Le contro”riforme” delle pensioni, la cancellazione del diritto alla salute e all’istruzione, ecc. sono tutte fasi di un’operazione trentennale condotta da governi di ogni colore ma sotto la dettatura del padronato, unico beneficiario delle “riforme”. Tutto questo è stato possibile grazie all’apporto costruttivo delle confederazioni sindacali che hanno consentito questo scempio annullando le lotte e smorzando qualsiasi velleità di protesta emergesse, spianando la strada alla sconfitta dei lavoratori.
Il risultato prodotto è la totale dipendenza degli interessi e delle condizioni di vita dei lavoratori dallo spread e dai mercati. I loro salari e pensioni, il lavoro, i loro diritti sono diventati man mano una variabile condizionata e dipendente da interessi economici sovranazionali accettati quasi come sovrannaturali e inevitabili. Questo ha determinato il progressivo e inarrestabile peggiorare delle loro condizioni di vita e dei loro diritti. La disoccupazione, la povertà e la sfiducia sul futuro gettano in uno stato di disperazione, masse crescenti di cittadini e di giovani che non riescono a intravvedere alcuna via di uscita. I sacrifici imposti non hanno dato risultati e gli indici economici continuano a essere negativi: è inarrestabile la crescita della disoccupazione, dell’inflazione e lo spread e a calare i redditi e i consumi. Nuovi sacrifici vengono imposti e le nubi all’orizzonte sono sempre più nere.
Non vengono però individuate, da nessuna forza politica, le responsabilità chiare e certe della crescente sofferenza cui sono condannate senza speranza le masse sempre più vaste di lavoratori, giovani e pensionati. L’unico nemico individuato è il ceto politico contemporaneo, colpevole di prebende, vitalizi, corruzioni, amoralità, leggi ad personam e persino di mafia. Verso costoro non sono sufficienti i peggiori epiteti immaginabili. Oltre a loro, però, non sono individuate altre responsabilità.
In questo modo è naturale che al massimo si verifichi solo una protesta generica e qualunquista, pur sacrosanta: Sono tutti uguali, mangiano tutti, si arricchiscono alle nostre spalle.
E’ stato impedito volutamente e scientificamente alle masse di discriminati di utilizzare la chiave di lettura del conflitto di classe per analizzare la realtà attuale.
Non sono individuate ad esempio, anzi si sono nascoste le responsabilità del padronato. Addirittura c’è pure chi in questo lavoro di confusione e di mistificazione, pur dichiarandosi comunista, ha messo nel suo programma elettorale insieme ad altri che ” Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato” (Rivoluzione Civile). Cioè vanno destinati alle imprese “meritorie” finanziamenti derivati dalle tasse che solo i redditi fissi pagano. E’ proprio il colmo.
Non basta più il profitto.
Sono invece le aziende capitaliste e i padroni che hanno richiesto e preteso le “riforme” di cui sopra. Imprese che hanno potuto usufruire così di manodopera a basso costo, senza diritti e licenziabile in ogni momento anche senza giustificato motivo, sottoscrivere accordi con sindacati di comodo, licenziare lavoratori e discriminare sindacati combattivi, precarizzare e delocalizare, godere dei cunei e scudi fiscali, condoni, sanatorie ecc., ecc., ecc. Esse attraverso tutto questo hanno accumulato ricchezze e ingrossato i loro capitali concentrando nelle mani dei loro proprietari quanto tolto alla stragrande maggioranza di cittadini e giovani.
Nessun partito della pseudo sinistra o sindacato riconosce o denuncia le responsabilità del padronato. Tutti costoro vogliono dare ad intendere che la crisi non dipenda da loro e dal loro sistema. Hanno impedito così di far capire chi ha la vera responsabilità della crisi: il mercato liberista e la finanza internazionale di speculatori senza scrupoli.
Per far digerire le loro “riforme” hanno dato ad intendere che la crisi tocchi tutti allo stesso modo, poveri e ricchi e che il privilegio riguardi unicamente il ceto politico e istituzionale.
Sappiamo invece che la crisi è servita a produrre un gigantesco spostamento di ricchezza a favore dei più ricchi. Ricchi che con la crisi hanno fatto enormi affari, imponendo una lettura dei dati economici a loro conveniente.
Questo attacco di classe è stato facilitato dalla totale mancanza di qualsiasi denuncia sulla natura di classe della crisi e sull’uso che se ne è fatto. Del fatto cioè che se molti con la crisi hanno pagato sia in termini economici che di diritti e libertà, altri si sono serviti di essa per arricchirsi di più e aumentare il proprio potere politico e sociale.
La speculazione capitalista e finanziaria nazionale e internazionale, messa in atto da chi detiene capitali e banche, è riuscita a imporre i propri interessi a tutti. Interessi che determinano la vita e la morte di aree nazionali e di interi popoli (vedi la Grecia e Cipro, per il momento).
Alle visioni economiche, monetarie e di speculazione finanziaria non si è contrapposta alcuna visione alternativa e diversa su basi di classe. Le lotte, pur giuste contro l’abolizione dell’art. 18, se non inquadrate in un’analisi di classe sono incomprensibili. Quello che è successo a questo proposito sarebbe dipeso solo dalla “cattiveria” di una ministra piagnucolosa e non da un padronato prepotente e arrogante che così riprende saldamente il comando nei posti di lavoro e può finalmente liberarsi o minacciare di farlo dei lavoratori più combattivi che pretendono i loro diritti, dei malati, degli invalidi, delle donne in maternità, ecc.
Nessuno mette in discussione il capitalismo e le forme sociali a esso connesse. A partire da quelle formazioni politiche che continuano a definirsi comuniste.
Le comuni enciclopedie alla parola comunismo danno questo significato: “insieme di dottrine e movimenti politici le cui basi sono la parità civile e sociale, l'abolizione della proprietà privata, la comunanza dei mezzi di produzione. Condizione unica e indispensabile per l’ottenimento di parità civile e sociale, per un comunista, è l’abolizione della proprietà privata e dei mezzi di produzione”.
Sono nate e si sono moltiplicate formazioni “comuniste” che hanno abbandonato ogni riferimento o analisi scientifica di classe sui processi in atto. Hanno più o meno volutamente confuso i ruoli e le responsabilità e impedito la nascita di una coscienza di classe fra i discriminati disorientandoli perché hanno cancellato col loro agire il metodo di analisi e di lettura dei processi economici e sociali su base di classe. Esse, pur rivendicando la matrice comunista hanno dimenticato, rinunciato o addirittura rinnegato l’opzione economica a essa collegata: La socializzazione dei mezzi di produzione. Esse sono responsabili del disorientamento e della confusione e hanno contribuito all’arretramento economico e sociale proprio dei discriminati. La conseguenza di questa impostazione è stata la disgregazione sociale e di classe dei discriminati cui non è rimasto altro che affidarsi a movimenti di protesta generici o, peggio, accettare il mercato come unica forma sociale possibile. Altro risultato è stato il crescente scollamento e consenso dei comunisti dai discriminati e la quasi totale scomparsa dei comunisti dallo scenario politico italiano.
La socializzazione dei mezzi di produzione è un principio che si può condividere o no. Se si condivide, si è comunisti altrimenti no. Non si tratta di un approccio ideologico o dogmatico. Si tratta invece di chiamare le cose con il loro vero nome. Del resto la stessa cosa avviene per chi si colloca nel campo del mercato e del capitale. Costui è liberale, non vede discriminazioni su basi sociali e di classe per questo motivo non può essere favorevole alla socializzazione dei mezzi di produzione.
Si può essere comunisti senza mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione?
E’ quanto avvenuto però negli ultimi decenni. Tanti partiti o personaggi politici hanno fatto fortune politiche e carriere istituzionali, usurpando l’appellativo di comunista. Essi si sono appropriati di questo termine svuotandolo di tutti i suoi contenuti.
Avere chiaro quali errori sono stati commessi serve per individuare la strada da intraprendere per tentare di ricominciare il cammino e lottare con forza e determinazione per costruire una realtà di liberi e uguali.
giovedì 28 febbraio 2013
Il voto di protesta che i comunisti non hanno saputo intercettare
E’ innegabile che chi ha votato la lista Cinque stelle di Grillo, abbia voluto esprimere un radicale dissenso dalla politica attuale. Questa domanda che saliva dal popolo non è stata capita dirigenti della cosiddetta “sinistra radicale”, perché troppo occupati a costruire alleanze anche nell’illusione di garantirsi un posto al sole. Essi hanno assunto verso il fenomeno Grillo, atteggiamenti di superiorità e di snobismo parlando sempre solo di fascismo e di matite ciucciate senza tentare di analizzare seriamente il programma di quel movimento i cui punti, per la stragrande maggioranza, potevano essere condivisi: 1) Legge anticorruzione; 2) Reddito di cittadinanza; 3) Abolizione della legge Biagi; 4) Riduzione dell’orario di lavoro fino a 30 ore settimanali con la conseguente redistribuzione del lavoro garantito a tutti; 5) Pensione a 60 anni e taglio delle pensioni sopra 4-5 mila euro; 6) Ritiro immediato delle missioni “di pace” nel mondo; 7) Introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e di quelle con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato e abolizione delle stock option; 8) Abolizione dei contributi pubblici ai partiti e ai giornali; 9) Verifica degli arricchimenti illeciti da parte della classe politica negli ultimi venti anni; 10) Massimo due mandati elettivi; 6) Legge sul conflitto d’interessi; 11) Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla scuola pubblica con tagli alle grandi opere inutili come la Tav; 12) Accesso gratuito alla rete per cittadinanza; 13) Abolizione Imu sulla prima casa.
Questo solo per citarne alcuni. Certo erano presenti alcuni punti meno condivisibili per i comunisti, fra questi la richiesta di sostenere le società no profit per creare occupazione. Del resto sullo stesso argomento Rivoluzione civile avanzava una proposta peggiorativa considerando da incentivare anche imprese profit: ” Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato”.
E’ proprio la richiesta di finanziamenti alle aziende, anche a quelle cosiddette “meritorie” che determina la contraddizione discriminante per i comunisti: Considerare cioè positiva e finanziabile con i soldi pubblici, delle tasse, l’attività di quelle imprese private a patto che rispondono a determinati requisiti. Non basta il profitto? Sparisce o meglio si cancellano così le differenze e le discriminazioni sociali e con esse la lotta di classe perché si riconosce implicitamente che l’imprenditore non è più padrone e soggetto di sfruttamento e di profitto sulla pelle di chi lavora ma è un benefattore sociale e “datore di lavoro” da premiare e incentivare, dimenticando appunto il profitto che trae a tutti i costi compreso quello di discriminare i lavoratori che aderiscono alla Fiom.
L’imprenditore lucra sul lavoro dipendente e per questo diminuisce i salari, precarizza, licenzia, de localizza, riduce le libertà dei lavoratori (art. 18) e quelle sindacali, è così che aumenta i propri utili in maniera spropositata infischiandosi della richiesta di lavoro dei disoccupati e della disperazione dei suoi dipendenti licenziati o de localizzati per risparmiare sulla manodopera. Niente di tutto questo, l’imprenditore viene trasformato da padrone sfruttatore a “datore di lavoro” che deve essere finanziato con i soldi delle tasse sui redditi fissi che sono gli unici a pagare, e non deve essere tassato per la sua opera “sociale e benemerita”.
Si cancella così il conflitto e si da ad intendere, questa volta insieme a Grillo, che il privilegio riguardi i soli parlamentari super pagati davanti ai quali non esistono differenze sociali perché il loro privilegio penalizzerebbe allo stesso modo lavoratori e padroni. Un’assurdità.
Il movimento cinque stelle ha posto al centro della sua battaglia dei punti condivisibili. L’ha fatto però al di fuori di una visione dei rapporti sociali e di classe. La discriminazione sociale non è messa in atto dal solo ceto politico ma soprattutto da quello economico e padronale che per arricchirsi affama i lavoratori e le loro famiglie e condanna alla disoccupazione e alla disperazione i giovani, mentre taglia le pensioni.
Visti gli esiti elettorali la segreteria nazionale di Rifondazione Comunista nel rassegnare le proprie dimissioni afferma: ”Al di là di ogni altra considerazione, l’insuccesso della lista (Rivoluzione Civile) ha quindi una precisa ragione politica nell’incapacità di interpretare e intercettare il forte disagio sociale e il largo dissenso verso le politiche di austerità.”
Il forte disagio sociale che Rc non è stato capace di intercettare, nella vicenda politica attuale, non è causato dal largo dissenso verso le politiche di austerità, che di per se possono anche essere un valore, ma dal fatto che tutte le misure economiche di “rigore” adottate colpiscono a senso unico i discriminati, lavoratori, giovani e pensionati, facendo tracollare i loro redditi e le loro condizioni di vita e cancellano anche i loro diritti come quello alla sanità e all’istruzione.
Al di la di altri ragionamenti, come si può pensare di alzare l’età pensionabile fino a 70 anni con una disoccupazione giovanile al 37%? A quali logiche risponde tutto ciò? A quali interessi? Non certo quello di chi lavora e, nel rischiare il proprio posto di lavoro deve continuare a farlo fino a 67-70 anni, o di chi è disoccupato che, in questo modo, non ha alcuna possibilità di trovare lavoro.
La realtà è che mentre i discriminati sono ridotti sul lastrico dalla cosiddetta crisi, altri non sono stati toccati per niente, anzi hanno approfittato della crisi per imporre la loro egemonia sul piano economico incrementando a dismisura i propri patrimoni e questo è l’aspetto più odioso sostituendo al benessere dei cittadini quello dello spread.
Un’analisi di questo tipo non può essere pretesa da Grillo. Doveva essere pretesa da chi, come Rifondazione continua a definirsi Comunista. Non si tratta quindi solo di una questione di simbolo o di bandiera che i dirigenti si ostinano, per timore o per una convinzione sbagliata e perdente, a non mostrare nelle campagne elettorali.
Rivoluzione Civile ha perso perché, proseguendo una vecchia prassi, non ha dato, e non poteva farlo per la diversità delle sue componenti, una lettura ed interpretazione di classe, della classe degli sfruttati, delle vicende del Paese e delle cose da fare. Mancanza di visione che isola i discriminati, lasciandoli privi di tutela e disorientati.
Non vengono cioè più messe in discussione le basi di questa società capitalista, che difende i suoi valori e il liberismo più selvaggio ed impone i suoi modelli culturali unici e approfitta dell’assenza sostanziale di altri progetti forti da parte di chi si ostina ad accreditare come di sinistra, seppur moderata quella del Partito Democratico che invece ha votato tutte le misure antipopolari del Governo Monti e che, insieme a Sinistra ecologia e libertà si proponeva se eletta di proseguire su quella strada.
Negli ultimi anni ed alle elezioni l’avversario di classe ed il padronato senza alcun significativo contrasto hanno potuto far emergere egemonia culturale del capitalismo e delle classi dominanti, perché è mancata una forza politica apertamente alternativa su basi di classe ed anticapitalista.
E’ questo il motivo per cui gli italiani hanno scelto Grillo.
Per manifestare la propria avversione alle politiche economiche imposte si sono affidati a chi hanno ritenuto al di fuori dei giochi politici, riconoscendo Grillo e il suo movimento, non in altri o in Rivoluzione Civile, come gli unici veramente alternativi al sistema capaci credibilmente opporsi e lottare contro le ingiustizie attuali.
Occorre riconoscere onestamente questo, rimboccandosi, ancora una volta le maniche per ricostruire una forte iniziativa politica imperniata su una linea di classe alternativa non alla politica di austerità, ma alla politica del padronato che vuole, coadiuvato anche da falsi amici dei lavoratori, far credere ai discriminati che per salvarsi debbono morire.
martedì 5 febbraio 2013
FIAT, LANDINI: PRONTI A AZIONI LEGALI
"La scelta di Fiat di pagare 19 lavoratori purché non lavorino conferma come sia in atto un’esplicita politica di discriminazione nei confronti dei lavoratori che scelgono di iscriversi alla Fiom". Così il segretario Fiom Landini che parla di "schiaffo alla dignità dell'Italia".
Quello della Fiat, dice, è "un atto di arroganza inaccettabile di fronte al quale la Fiom pensa a azioni giuridiche e sindacali". Quello con la Fiat "non è più un problema sindacale, perché si violano le leggi e la Costituzione: governo e forze politiche intervengano, il silenzio non è più accettabile".E su Fabbrica Italia: "Non errore ma truffa".
Questo comunicato è presente sul Televideo Rai di oggi. Si riferisce alla volontà della Fiat di proseguire nella sua scelta padronale di estromettere da Pomigliano tutti coloro (lavoratori e sindacati) che ostacolano i suoi interessi e autorità.
E’ in atto una discriminazione nei confronti degli iscritti fiom, che sono stati reintegrati dal Giudice del lavoro, ma che, poi, non solo non sono stati ripresi al lavoro ma sono stati umiliati nella propria dignità dall’obbligo imposto dalla Fiat di dover ricevere il proprio salario senza lavorare.
Attraverso il suo comportamento, la Fiat, storico capofila del padronato italiano, vuole far capire chiaramente a tutti i lavoratori, chi veramente comanda in fabbrica e nel Paese.
La protervia e la prepotenza della Fiat ricordano quella del padronato precedente alla prima rivoluzione industriale. Quando cioè la legge non permetteva il diritto di associazione sindacale perché ai lavoratori non era consentito organizzarsi per difendere i propri interessi, pena il licenziamento e la galera.
Oggi il padronato tollera la presenza di sindacati in azienda ma solo di quelli asserviti e sottoposti alle sue volontà e interessi. Le leggi, sempre più sfavorevoli ai lavoratori, le sentenze e la stessa Costituzione sono per il padronato carta straccia e le istituzioni cui spetta il compito di intervenire, non lo fanno e tacciono. Per convenienza e complicità.
Finora non si è vista infatti alcuna “autorità” costituita intervenire a difesa dei discriminati nonostante masse crescenti di lavoratori e di giovani siano costretti alla disoccupazione, alla precarietà o a salari indecenti e indecorosi, per far applicare i dettami (teorici) previsti dalla Costituzione. L’art. 3 ad esempio recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, ancora l’art.4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, o l’art 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” per citarne alcuni senza poi parlare delle disposizioni Costituzionali in materia di “libertà” e diritto “libero” di associazione sindacale.
Mantenere i lavoratori, reintegrati dal Giudice, a casa rappresenta il manifesto politico e il messaggio sonoro del padronato in Italia che spiega a chiare note chi veramente comanda nel Paese, chi fa e applica le leggi.
Siamo arrivati a questo punto grazie a sindacati che hanno tradito il proprio ruolo e a una “sinistra” che ha mantenuto in qualche caso un riferimento nominativo alla vera sinistra storica, ma che ha poi accettato, in forma più o meno esplicita il mercato, il liberismo e l’interclassismo, ed ha dimenticato o cancellato dal suo orizzonte politico, la lotta di classe e il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, unico strumento per la costruzione di una società nuova di liberi e uguali.
giovedì 24 gennaio 2013
Confindustria presenta la sua piattaforma rivendicativa
Una volta erano le organizzazioni sindacali che presentavano al padronato e al Governo le rivendicazioni per migliorare le condizioni di lavoro e vita dei lavoratori: Richieste di miglioramenti economici e normativi, di lotta all’inflazione, conquista e miglioramento di un sistema d’indicizzazioni di salari e pensioni per tutelare i redditi di lavoratori e pensionati, lotta per l’occupazione per costringere il padronato a investire i capitali per creare lavoro, di lotta alla rendita parassitaria, di detassazione dei generi di prima necessità (contro aumenti di sole 10 lire il litro erano proclamati scioperi generali di 24 ore), di nuovi servizi e potenziamento della sanità pubblica, di riforme migliorative del sistema sociale, ecc.
Oggi, davanti alla connivente assenza e tradimento dei “sindacati ufficiali dei lavoratori” è il padronato, tramite Confindustria, che presenta le sue richieste e batte cassa.
Le richieste di Confindustria, contenute in un documento da un titolo altisonante e ammiccante ”Il progetto CONFINDUSTRIA per l’ITALIA: crescere si può, si deve” non rappresentano novità ma ricalcano sostanzialmente le posizioni tipiche che il padronato ha da sempre. Di queste i punti più rilevanti sono:
1) Trattamento agevolato per le imprese nei pagamenti dello Stato;
2) Detassazione Irap e taglio dell’8% del costo del lavoro (somme che le aziende versano all’Inps per ogni lavoratore occupato in base al tempo di lavoro). Questi soldi sono salario dei lavoratori differito e non delle imprese. Confindustria vuole ottenere, dal futuro Governo un 8% di risparmio, mentre dal Governo di centro “sinistra” Prodi ottenne un taglio del 5%. Dare alle imprese i risparmi ottenuti attraverso tagli del costo del lavoro significa togliere salario e soldi ai lavoratori per darli ai padroni;
3) Aumento dell’orario annuale di lavoro (40 ore);
4) Lo Stato con i soldi dei contribuenti deve aumentare del 50% gli investimenti per le infrastrutture (servizi per le imprese), finanziare le imprese per la ricerca e abbassare loro i costi dell’energia, dando soldi e incentivazioni pubbliche agli industriali (naturalmente l’utile e il profitto restano privati); ridurre il peso del fisco sulle imprese; ridurre le regole e gli “ostacoli” al fare impresa;
5) Rendere effettivamente flessibile il mercato del lavoro in entrata e in uscita;
Tutto questo in cinque anni porterebbe all’aumento dell’occupazione e dei salari, con ricadute positive sui consumi e sui dati economici dello Stato.
Il padronato presenta, con questo suo documento, ai partiti e ai suoi dirigenti candidati alle elezioni negli schieramenti di centrodestra, centro e centro”sinistra” i suoi desideri e chiede a gran voce che essi siano esauditi, non per i loro interessi e profitti ma per il bene dell’Italia, naturalmente.
Sembra di rileggere l’accordo sindacale “Sulla politica dei redditi, la lotta all'inflazione e il costo del lavoro” del 31/7/1992. Con questo accordo il sindacato accettava consentiva l’abolizione dello strumento di difesa dei salari, la scala mobile, e legava i redditi dei lavoratori non più alle condizioni di vita dei lavoratori, ma a una famigerata “politica dei redditi”. Politica che doveva essere di contenimento di tutti i redditi in base “all’inflazione programmata” ma che ha determinato, grazie anche all’euro e alle politiche di aggressione del padronato e di tradimento dei sindacati ufficiali, l’arretramento e il taglio dei salari (a oggi tornati ai livelli del 1986) con il conseguente impoverimento dei chi lavora e l’aumento dei profitti con la conseguente crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi peperoni.
Il nuovo vangelo liberale vincente finora grazie alle politiche di cedimento del sindacato e di una sinistra scopertasi liberale e mercantilistica si impone trionfalmente. Tutta la campagna elettorale sarà centrata sui diktat padronali.
La CGIL che non si è opposta alle “riforme” liberticide per i lavoratori, del Governo Monti, non chiede ne ha chiesto la cancellazione di nessuna delle controriforme del lavoro e delle pensioni di questi anni, ma solo qualche correzione e misure aggiuntive che però partono dall’accettazione di quanto sanzionato. Questo sindacato ha in programma una sua conferenza programmatica nel contesto della campagna e dei messaggi elettorali. A questa conferenza partecipano come invitati Bersani, segretario del Partito Democratico, Vendola, segretario di Sinistra ecologia e libertà e …. Giuliano Amato colui che ha varato da Presidente del Consiglio la “politica dei redditi” e la cancellazione della scala mobile, nonché pensionato di platino e futuro candidato alla presidenza della Repubblica.
E’ proprio un bel programma. I lavoratori possono stare tranquilli c’è chi pensa per loro e …. li sistema definitivamente.
mercoledì 5 dicembre 2012
La politica delle alleanze o l’annacquamento dell’alternativa.
L’attuale fase politica registra continue manovre antipopolari e discriminazioni sociali inedite negli ultimi sessanta anni. Esse passano senza suscitare lo sdegno, la rabbia o le risposte di massa che sarebbero naturali e adeguate, da parte di coloro che sono colpiti. Tutto questo perché quanto avviene non è percepito come il risultato di un feroce e prolungato attacco di classe da parte del padronato, qual è quello in atto ma sacrifici e “rigore” necessari, nonostante tutto, pur se dolorosi per allontanare dal Paese prospettive peggiori.
Il fatto che a pagare non siano tutti ma sempre i soliti non è percepito e inteso come il risultato di una cosciente strategia di classe perseguita con determinazione dal capitale, ma come conseguenza di corruzione e incapacità politiche di tutti i partiti che si scaricano su tutti, i lavoratori certo ma anche le aziende e gli imprenditori onesti.
Non c’è rabbia o protesta alcuna sul fatto che le sperequazioni e sugli impoverimenti di massa fanno il contrappeso ad arricchimenti spropositati di pochi e ingiustizie sociali crescenti. Non è avvertita la linearità e chiarezza dell’attacco di classe in atto.
Se questo è vero i comunisti e i loro partiti dovrebbero prenderne atto e interrogarsi sulle cause di tutto ciò.
Si parla in questi giorni di lista arancione o quarto polo, arricchendo il politicamente sfruttato pastello di colori, verde, viola e arancione, confondendoli con il rosso. Lo stesso discorso vale con le sigle politiche elettorali proliferate negli ultimi quindici-venti anni: Ulivi, progressisti, sinistra arcobaleno e quarto polo, annacquando fino a spegnere del tutto, il messaggio anticapitalista e antagonista su base di classe dei comunisti. Il risultato è stato non solo la fuoriuscita dei comunisti dal Parlamento ma soprattutto la perdita del consenso dei cittadini e l’immagine residuale che intorno ai comunisti si è andata costruendo.
L’unità con le altre forze antagoniste è una preoccupazione sempre presente ai comunisti. Questa però non deve prevalere sulla chiarezza del messaggio come da troppo tempo sta avvenendo.
Il Partito Comunista Italiano, nella sua storia, ha sempre tenuto in grande considerazione la politica delle alleanze con altre forze e movimenti della sinistra. Queste poggiavano però sulla presenza e forza di un partito di massa come era il Pci, radicato e riconosciuto, anche grazie alle lotte e al contributo dato nella lotta di Liberazione e della Resistenza, come alternativo al sistema e a schierato a difesa dei deboli e dei discriminati. Su queste basi il Pci costruiva alleanze e aggregazioni, a partire dagli indipendenti di sinistra, con chi si opponeva al sistema. Perlomeno fino a che il Pci, o meglio i suoi dirigenti hanno “scoperto” il liberismo.
Possiamo dire che oggi vi siano le stesse condizioni? Un’infima presenza in Parlamento, annacquata all’interno di una coalizione multicolore, pur se rispettabile, se può appagare le ambizioni di qualcuno, non farà ancora per molto tempo, emergere il messaggio alternativo e di classe dei comunisti e si allontanerà la prospettiva di una stagione di riscossa. Torneranno le logiche e le “opportunità” politiche delle alleanze anche con il Partito democratico nonostante sia stato il promotore e l’artefice del massacro sociale in atto e che promette e rivendica, se vincerà le elezioni, la perfetta continuità con la politica antipopolare del Governo Monti. Questo pronunciamento è alla base del patto elettorale del centrosinistra e ne costituisce vincolo. E’ assurdo solo immaginare che una vittoria elettorale del Pd riconquisterebbe quel partito alle ragioni dei discriminati o che sia possibile e credibile modificare, con quel partito, l’attuale politica economico-finanziaria a vantaggio dei lavoratori
Occorre invece che, pur in una logica di alleanze, i comunisti con forza e determinazione sollevino la loro bandiera, i loro simboli e il loro colore. Le loro analisi rappresentano l’unica credibile forza capace di ribaltare la situazione. Occorre crederci. Può certamente essere difficile e faticoso. Si può andare certamente incontro a sconfitte elettorali, ma è indispensabile se si vuole costruire un’alternativa etica, morale e politica al sistema attraverso il coinvolgimento e il consenso delle masse. I comunisti devono con coraggio e determinazione e contrapporre al liberismo galoppante e ora vincente dei padroni, un’altra utopia, quella degli sfruttati e degli oppressi: La lotta di classe e il Comunismo. I comunisti non rappresentano un’alternativa, ma l’alternativa al sistema capitalista e a tutte le ingiustizie che esso determina.
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