Il dado è tratto e la “riforma” del mercato del lavoro è cosa fatta. Un governo composto da pasdaran del mercato e delle liberalizzazioni, coadiuvato dal padronato e da sindacati più realisti del re, cancella con un atto di forza l’ultimo strumento di libertà per i lavoratori, l’art. 18, che imponendo l’obbligo della riassunzione alle aziende, in caso di licenziamento operato senza giusta causa, permette ai lavoratori, nei posti di lavoro, di difendere i loro diritti senza il ricatto del licenziamento.
Marchionne e la Fiat, dopo aver negato ai tre delegati Fiom il ritorno al loro posto di lavoro, nonostante la sentenza della magistratura, salteranno di gioia. Hanno fatto scuola e tracciato la strada.
Quanto deciso dal Governo sulla spinta del padronato più arretrato e becero e dalle parti sociali, compresa la Confindustria, ma senza la Cgil, da la libertà al padrone di licenziare a suo piacimento, salvo poi un misero ed umiliante indennizzo.
Questo premia l’arroganza padronale e cancella il diritto calpestato di chi lavora e consentirà alle aziende di liberarsi comunque del personale scomodo (chi pretende i propri diritti, chi sciopera o aderisce a sindacati non graditi, chi si ammala, chi va in gravidanza, ecc.) con il pretesto di motivi economici, che ogni imprenditore potrà facilmente accampare, senza alcuna possibilità reale di controllo. La reintegra ci sarà nel solo caso in cui l’imprenditore dovesse dichiarare che licenzia una persona perché è nera o comunista o iscritta al sindacato. Cioè mai.
L’art. 18, dopo la cura Monti- Fornero, con la cancellazione dell’obbligo del reintegro toglie a chi lavora ogni tutela e lo piega alla volontà e all’interesse del padrone privandolo di ogni residua libertà.
Quanto successo è stato possibile dalla ritrovata aggressività del padronato ma soprattutto dal tradimento di quelle forze politiche e sindacali che hanno abbandonato l’obiettivo dell’emancipazione del lavoro dallo sfruttamento e dal profitto, e hanno fatto propri il liberismo, le compatibilità e il mercato.
I lavoratori si sono trovati, a seguito di ciò, senza rappresentanza in Parlamento e senza tutela sindacale e ne pagano le conseguenze.
La Cgil negli ultimi venti-trenta anni, dopo aver abbandonato la sua linea di classe in difesa dei lavoratori, ha sostenuto in prima persona, sottoscrivendo accordi, le ragioni delle imprese ed ha legato agli interessi del libero mercato e delle compatibilità capitaliste i diritti, l’occupazione, i salari, le condizioni di lavoro e lo stato sociale. Altre volte non ha sottoscritto furbescamente accordi. L’hanno fatto al posto suo Cisl e Uil con il successivo tacito e strumentale accodamento della Cgil.
Tutto questo è successo in più occasioni. I risultati li conosciamo: I lavoratori italiani hanno i salari più bassi d’Europa, la disoccupazione più alta, il sistema pensionistico più punitivo e sono colpiti dal più pesante carico fiscale del continente.
Di chi è la responsabilità di questo arretramento? Del padronato certo. Soprattutto però di un sindacato che ha mancato al suo ruolo anzi, che ha facilitato il processo facendo proprie le logiche di mercato delle aziende.
Quanto successo con l’ultima “riforma” delle pensioni lo chiarisce fin troppo.
Davanti alla prepotenza del Governo dei tecnici e dei miliardari che, con la manovra economica di fine anno, ha colpito lavoratori e pensionati e salvato i ricchi, il gruppo dirigente della Cgil ha in un primo tempo proclamato uno sciopero generale di … tre ore, preoccupato di una possibile protesta spontanea di massa dei lavoratori, da governare e imbrigliare. Siccome poi la protesta non c’è stata, la partita pensioni è stata chiusa in tutta fretta.
Oggi il gruppo dirigente della Cgil, quello che il 23 marzo 2002 organizzò la più grande manifestazione mai tenuta in Italia, contro la manomissione dell’art. 18, si trova nelle stesse condizioni in cui era per le pensioni, quella di non poter cioè approvare ma nemmeno contrastare l’operato del Governo, grazie anche al ruolo certamente non super partes svolto dal Presidente della Repubblica, l’ex comunista (?) Napolitano.
Solo una risposta largamente di massa alle iniziative di lotta che saranno fissate costringerà la Cgil e, con essa il Pd, ad agire veramente contro l’abolizione dell’art. 18: Entrambi sono ansiosi di collaborare col Governo Monti a salvare l’Italia dei ricchi, ma nello stesso tempo sono preoccupati di non perdere il consenso, soprattutto elettorale, dei lavoratori italiani dei quali senza meritarlo pretendono ancora la rappresentanza politica e sindacale.
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mercoledì 21 marzo 2012
martedì 13 marzo 2012
Dopo quella sulle pensioni la Cgil si appresta a una nuova sceneggiata sul “mercato del lavoro”
Il Corriere della sera di ieri 12 marzo riporta testualmente: ”Modello tedesco per i licenziamenti e un percorso negoziale che consenta alla Cgil di stare al tavolo fino all'ultimo momento”.
“L'articolo 18, così com'è, resterebbe solo per i licenziamenti discriminatori. Per i licenziamenti economici, secondo la proposta del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, è previsto un controllo da parte del giudice limitato alla verifica che non si tratti di un licenziamento discriminatorio. Ma il giudice non potrà sindacare sull'effettività del motivo economico-organizzativo. Il licenziamento seguirà una procedura sindacale e non ci sarà un diritto al reintegro ma solo a un congruo indennizzo”.
“Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso”.
“Il terzo tipo di licenziamento è quello chiesto dalle imprese e riguarda i motivi disciplinari: in questo caso oggi il lavoratore, se il giudice ritiene che non esista il giustificato motivo, ottiene reintegro e indennizzo. Con la riforma invece avrebbe diritto, a discrezione del giudice, al reintegro o all'indennizzo fino a 18 mensilità, secondo il modello tedesco. Ma le nuove norme varrebbero solo per i nuovi assunti? Si sta affacciando l'idea che possano valere senz'altro per i nuovi assunti e tra un paio d'anni, a crisi superata, anche per i vecchi. Un modo per evitare il doppio regime. Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso, in un'intervista al Corriere, ha comunque escluso”.
Che la posizione e il ruolo svolto dalla Cgil e dal Partito Democratico fossero solo apparentemente a favore dei lavoratori ma sostanzialmente contro le loro ragioni, si era capito benissimo.
La Cgil, sull’onda del liberismo, del mercato e delle compatibilità capitaliste trionfanti, ha reso possibile, con la sola resistenza di facciata di uno “sciopero generale” farsa di tre ore, insieme alle consocie cisl e uil, la controriforma sulla previdenza. Con questa controriforma l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri, uguale per uomini e donne dal 2020, come certificato dal Libro bianco sulle pensioni diffuso dal commissario per l'Occupazione e gli affari sociali.
La Cgil ha consentito, con la sua condotta, una manovra economica che, salvaguarda i patrimoni si scarica taglieggiandoli solo sui redditi fissi dei lavoratori e dei pensionati, ha consentito che non fossero prese misure alcune per contrastare la disoccupazione e le delocalizzazioni.
Ora si appresta a far passare l’attacco finale all’ultimo dei diritti dei lavoratori con la cancellazione dell’articolo 18. Tutto questo dopo aver fornito le più ampie garanzie che la Cgil, protesterà pubblicamente un po', ma non prenderà alcuna iniziativa "vera" contro “l’accordo sul mercato del lavoro” che non firmerà.
D’altra parte la segretaria Camusso ha fatto bene intendere da che parte sta, apertamente con la TAV, contro di cui la Fiom, oltre a un movimento che si va allargando a tutta Italia si è schierata.
Il Pd, da canto suo, collaborerà in quest’opera di tradimento e di doppiogiochismo, sostenendo anche col voto, insieme ai soci del centrodestra e terzo polo, come ha fatto sempre per tutte le misure “tecniche” e antipopolari che il Governo Monti ha preso per la “salvezza dell’Italia” (dei padroni).
L’analisi del Corriere della sera sul comportamento di Cgil e Pd, visti i precedenti pertanto, non è solo credibile, ma è la logica conseguenza dei comportamenti che questi hanno tenuto da una ventina d’anni a questa parte.
Cancellato quest’ultimo baluardo di difesa della dignità di chi lavora, il padrone avrà campo libero e potere indisturbato per licenziare, discriminare, perseguitare tutti quei lavoratori o lavoratrici che a suo insindacabile giudizio ostacolano i suoi piani di profitto per malattia, gravidanza, sciopero o lotta sindacale, adesione a un sindacato alternativo, ecc..
Che il padronato punti a privare i lavoratori dei loro diritti e della loro libertà, si è toccato con mano dopo che la Fiat, che ha assunto il ruolo di punta del padronato italiano, non ha rispettato la sentenza del tribunale di Potenza che prevedeva il reintegro al lavoro di tre lavoratori licenziati per sciopero, obbligandoli all’umiliante posizione di percepire il salario stando in casa e senza lavorare. Il padrone, ha riacquistato arroganza e prepotenza e sulla forza dei suoi soldi si può permettere anche di umiliare impunemente chi gli resiste, altro che articolo 18.
Occorre acquisire la consapevolezza che chi agevola i disegni padronali non è dalla parte dei discriminati.
Per questo occorre denunciare senza tentennamenti o posizioni possibiliste il tradimento, ricostruire e rafforzare una visione alternativa e di classe, ricostruire e rafforzare tutte quelle realtà politiche e sindacali che sono realmente a fianco degli oppressi e dei discriminati se vogliamo veramente contrastare i disegni padronali e gettare le basi per una nuova stagione di lotte e di conquiste.
“L'articolo 18, così com'è, resterebbe solo per i licenziamenti discriminatori. Per i licenziamenti economici, secondo la proposta del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, è previsto un controllo da parte del giudice limitato alla verifica che non si tratti di un licenziamento discriminatorio. Ma il giudice non potrà sindacare sull'effettività del motivo economico-organizzativo. Il licenziamento seguirà una procedura sindacale e non ci sarà un diritto al reintegro ma solo a un congruo indennizzo”.
“Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso”.
“Il terzo tipo di licenziamento è quello chiesto dalle imprese e riguarda i motivi disciplinari: in questo caso oggi il lavoratore, se il giudice ritiene che non esista il giustificato motivo, ottiene reintegro e indennizzo. Con la riforma invece avrebbe diritto, a discrezione del giudice, al reintegro o all'indennizzo fino a 18 mensilità, secondo il modello tedesco. Ma le nuove norme varrebbero solo per i nuovi assunti? Si sta affacciando l'idea che possano valere senz'altro per i nuovi assunti e tra un paio d'anni, a crisi superata, anche per i vecchi. Un modo per evitare il doppio regime. Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso, in un'intervista al Corriere, ha comunque escluso”.
Che la posizione e il ruolo svolto dalla Cgil e dal Partito Democratico fossero solo apparentemente a favore dei lavoratori ma sostanzialmente contro le loro ragioni, si era capito benissimo.
La Cgil, sull’onda del liberismo, del mercato e delle compatibilità capitaliste trionfanti, ha reso possibile, con la sola resistenza di facciata di uno “sciopero generale” farsa di tre ore, insieme alle consocie cisl e uil, la controriforma sulla previdenza. Con questa controriforma l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri, uguale per uomini e donne dal 2020, come certificato dal Libro bianco sulle pensioni diffuso dal commissario per l'Occupazione e gli affari sociali.
La Cgil ha consentito, con la sua condotta, una manovra economica che, salvaguarda i patrimoni si scarica taglieggiandoli solo sui redditi fissi dei lavoratori e dei pensionati, ha consentito che non fossero prese misure alcune per contrastare la disoccupazione e le delocalizzazioni.
Ora si appresta a far passare l’attacco finale all’ultimo dei diritti dei lavoratori con la cancellazione dell’articolo 18. Tutto questo dopo aver fornito le più ampie garanzie che la Cgil, protesterà pubblicamente un po', ma non prenderà alcuna iniziativa "vera" contro “l’accordo sul mercato del lavoro” che non firmerà.
D’altra parte la segretaria Camusso ha fatto bene intendere da che parte sta, apertamente con la TAV, contro di cui la Fiom, oltre a un movimento che si va allargando a tutta Italia si è schierata.
Il Pd, da canto suo, collaborerà in quest’opera di tradimento e di doppiogiochismo, sostenendo anche col voto, insieme ai soci del centrodestra e terzo polo, come ha fatto sempre per tutte le misure “tecniche” e antipopolari che il Governo Monti ha preso per la “salvezza dell’Italia” (dei padroni).
L’analisi del Corriere della sera sul comportamento di Cgil e Pd, visti i precedenti pertanto, non è solo credibile, ma è la logica conseguenza dei comportamenti che questi hanno tenuto da una ventina d’anni a questa parte.
Cancellato quest’ultimo baluardo di difesa della dignità di chi lavora, il padrone avrà campo libero e potere indisturbato per licenziare, discriminare, perseguitare tutti quei lavoratori o lavoratrici che a suo insindacabile giudizio ostacolano i suoi piani di profitto per malattia, gravidanza, sciopero o lotta sindacale, adesione a un sindacato alternativo, ecc..
Che il padronato punti a privare i lavoratori dei loro diritti e della loro libertà, si è toccato con mano dopo che la Fiat, che ha assunto il ruolo di punta del padronato italiano, non ha rispettato la sentenza del tribunale di Potenza che prevedeva il reintegro al lavoro di tre lavoratori licenziati per sciopero, obbligandoli all’umiliante posizione di percepire il salario stando in casa e senza lavorare. Il padrone, ha riacquistato arroganza e prepotenza e sulla forza dei suoi soldi si può permettere anche di umiliare impunemente chi gli resiste, altro che articolo 18.
Occorre acquisire la consapevolezza che chi agevola i disegni padronali non è dalla parte dei discriminati.
Per questo occorre denunciare senza tentennamenti o posizioni possibiliste il tradimento, ricostruire e rafforzare una visione alternativa e di classe, ricostruire e rafforzare tutte quelle realtà politiche e sindacali che sono realmente a fianco degli oppressi e dei discriminati se vogliamo veramente contrastare i disegni padronali e gettare le basi per una nuova stagione di lotte e di conquiste.
lunedì 27 febbraio 2012
Altro che coesione nazionale è di massacro sociale
Dai dati Eurostat, pubblicati nel rapporto “Labour market statistics “, riferiti ad aziende con almeno 10 dipendenti, emerge la classifica dei redditi percepiti dai lavoratori europei nel 2009.
Il dato che spicca riguarda il reddito che guadagna un lavoratore italiano confrontato con quello dei suoi colleghi europei, nell'anno di riferimento, 23.406 euro lordi: pari a circa la metà di quello che in Lussemburgo guadagna un operaio di pari qualifica (48.914), in Olanda (44.412) o Germania (41.100). Seguono in Irlanda (39.858), Finlandia (39.197) Francia (33.574) e Austria (33.384). E’ sorprendente anche il livello di reddito più elevato dei lavoratori di due Paesi in grave difficoltà economica, come la Grecia (29.160) e la Spagna (26.316) cui fa seguito Cipro (24.775), rispetto quello dei corrispettivi italiani.
Tutte le panzane, che ci hanno raccontato i soloni e i “tecnici” interessati dell’economia, i fanatici della competitività e del mercato, per spiegarci che per salvare l’Italia, i lavoratori dovevano accettare le compatibilità capitaliste e con esse rinunciare ai diritti consolidati, dal sistema pensionistico e alle pensioni di anzianità, a un salario equo e al passo con l’inflazione e a un posto fisso, si dimostrano per quello che sono false e interessate.
False perché con il finto pretesto della competitività globale, il padronato italiano, aiutato da un sindacato subalterno e asservito e da un centro”sinistra” che ha sposato le teorie del libero mercato, ha ottenuto un gigantesco spostamento di ricchezza a suo favore.
Non sono quindi i redditi dei lavoratori né i diritti sociali e contrattuali di cui essi usufruivano, sui quali è stata scatenata una infamante e bieca propaganda, ad aver creato il baratro del debito pubblico italiano.
Altri paesi capitalisti europei, soggetti anch’essi dello stesso mercato, con gli stessi problemi di competitività globale, hanno economie più forti della nostra e i lavoratori redditi dignitosi.
La situazione della Germania è indicativa: I lavoratori tedeschi, a parità di qualifica e di lavoro, percepiscono redditi pari circa al doppio di quelli dei lavoratori italiani. Nonostante questo l’economia tedesca non è al tracollo, anzi cresce, non solo è competitiva, detta legge.
Completa il quadro il dato relativo la pressione fiscale in Europa: L’Italia non è né quinta, né settima, ma sempre e invariabilmente prima o almeno sul podio delle prime tre in classifica, con una pressione fiscale, che grava prevalentemente se non esclusivamente sui redditi fissi, pari al 51,6%.
I richiami alla coesione nazionale lanciati dalle più alte cariche istituzionali mentre era, ed è, in atto un forsennato attacco agli interessi e diritti dei lavoratori, sono come meschini tentativi, in base ad un presunto interesse nazionale per far digerire altri sacrifici a lavoratori e pensionati italiani.
Davanti a questi dati è illuminante la dichiarazione rilasciata dal Ministro del Lavoro Fornero, tuttora impegnata a “riformare” le regole del “mercato del lavoro”: In Italia abbiamo "salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività".
Questo Ministro “tecnico” non si arrende neanche davanti all’evidenza e tenta di volgere la realtà emersa a favore delle imprese e del padronato. Per il Ministro, infatti, i salari sono bassi, non per l’ingordigia e la prepotenza del padronato italiano, ma perché taglieggiati da un costo del lavoro troppo elevato.
La ricetta che propone perciò non è ne costringere il padronato a pagare di più, ne abbassare il costo del lavoro e il carico per i lavoratori, diminuendo le tasse e i contributi previdenziali in busta paga, ma …. aumentare la produttività.
In soldoni il padronato può tranquillamente continuare a sottopagare e i lavoratori italiani, se vogliono guadagnare di più, devono lavorare e sudare di più.
Questa ricetta è tipicamente di parte e risponde agli interessi del padronato altro che proposta di un tecnico al di fuori delle parti.
Dobbiamo dire basta a questi “tecnici” di cui si servono i ricchi, i sindacati e i partiti filo padronali per non sporcarsi direttamente le mani.
Le loro ricette non servono per l’interesse del Paese ma di quella parte di società di padroni, ricchi, speculatori, evasori e corrotti che con la scusa dell’emergenza vogliono continuare nell’opera di arricchimento e assestare il colpo definitivo ai redditi e ai diritti dei lavoratori italiani.
Il dato che spicca riguarda il reddito che guadagna un lavoratore italiano confrontato con quello dei suoi colleghi europei, nell'anno di riferimento, 23.406 euro lordi: pari a circa la metà di quello che in Lussemburgo guadagna un operaio di pari qualifica (48.914), in Olanda (44.412) o Germania (41.100). Seguono in Irlanda (39.858), Finlandia (39.197) Francia (33.574) e Austria (33.384). E’ sorprendente anche il livello di reddito più elevato dei lavoratori di due Paesi in grave difficoltà economica, come la Grecia (29.160) e la Spagna (26.316) cui fa seguito Cipro (24.775), rispetto quello dei corrispettivi italiani.
Tutte le panzane, che ci hanno raccontato i soloni e i “tecnici” interessati dell’economia, i fanatici della competitività e del mercato, per spiegarci che per salvare l’Italia, i lavoratori dovevano accettare le compatibilità capitaliste e con esse rinunciare ai diritti consolidati, dal sistema pensionistico e alle pensioni di anzianità, a un salario equo e al passo con l’inflazione e a un posto fisso, si dimostrano per quello che sono false e interessate.
False perché con il finto pretesto della competitività globale, il padronato italiano, aiutato da un sindacato subalterno e asservito e da un centro”sinistra” che ha sposato le teorie del libero mercato, ha ottenuto un gigantesco spostamento di ricchezza a suo favore.
Non sono quindi i redditi dei lavoratori né i diritti sociali e contrattuali di cui essi usufruivano, sui quali è stata scatenata una infamante e bieca propaganda, ad aver creato il baratro del debito pubblico italiano.
Altri paesi capitalisti europei, soggetti anch’essi dello stesso mercato, con gli stessi problemi di competitività globale, hanno economie più forti della nostra e i lavoratori redditi dignitosi.
La situazione della Germania è indicativa: I lavoratori tedeschi, a parità di qualifica e di lavoro, percepiscono redditi pari circa al doppio di quelli dei lavoratori italiani. Nonostante questo l’economia tedesca non è al tracollo, anzi cresce, non solo è competitiva, detta legge.
Completa il quadro il dato relativo la pressione fiscale in Europa: L’Italia non è né quinta, né settima, ma sempre e invariabilmente prima o almeno sul podio delle prime tre in classifica, con una pressione fiscale, che grava prevalentemente se non esclusivamente sui redditi fissi, pari al 51,6%.
I richiami alla coesione nazionale lanciati dalle più alte cariche istituzionali mentre era, ed è, in atto un forsennato attacco agli interessi e diritti dei lavoratori, sono come meschini tentativi, in base ad un presunto interesse nazionale per far digerire altri sacrifici a lavoratori e pensionati italiani.
Davanti a questi dati è illuminante la dichiarazione rilasciata dal Ministro del Lavoro Fornero, tuttora impegnata a “riformare” le regole del “mercato del lavoro”: In Italia abbiamo "salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività".
Questo Ministro “tecnico” non si arrende neanche davanti all’evidenza e tenta di volgere la realtà emersa a favore delle imprese e del padronato. Per il Ministro, infatti, i salari sono bassi, non per l’ingordigia e la prepotenza del padronato italiano, ma perché taglieggiati da un costo del lavoro troppo elevato.
La ricetta che propone perciò non è ne costringere il padronato a pagare di più, ne abbassare il costo del lavoro e il carico per i lavoratori, diminuendo le tasse e i contributi previdenziali in busta paga, ma …. aumentare la produttività.
In soldoni il padronato può tranquillamente continuare a sottopagare e i lavoratori italiani, se vogliono guadagnare di più, devono lavorare e sudare di più.
Questa ricetta è tipicamente di parte e risponde agli interessi del padronato altro che proposta di un tecnico al di fuori delle parti.
Dobbiamo dire basta a questi “tecnici” di cui si servono i ricchi, i sindacati e i partiti filo padronali per non sporcarsi direttamente le mani.
Le loro ricette non servono per l’interesse del Paese ma di quella parte di società di padroni, ricchi, speculatori, evasori e corrotti che con la scusa dell’emergenza vogliono continuare nell’opera di arricchimento e assestare il colpo definitivo ai redditi e ai diritti dei lavoratori italiani.
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