sabato 4 agosto 2012

Le politiche liberiste e la finta sinistra

Ancora una volta Vendola si presta al ruolo illusionista per far credere che quella del liberismo non costituisce una ponderata e determinata scelta di campo e di classe, ma una politica temporanea che può e che deve essere adottata, come sta facendo l’attuale governo, solo in una situazione di emergenza. Tale politica dovrebbe essere abbandonata una volta superata tale emergenza. La demagogia e la mistificazione di tale posizione sono evidenti. Come è possibile ragionevolmente sostenere che alla fase delle ripetute “riforme” che l’attuale governo ha prodotto, che hanno determinato l’aumento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale e di classe, si possa pacificamente e semplicemente invertire la rotta e restituire ai discriminati il maltolto. Tanto più se è individuato come causa scatenante della crisi, visto che solo su questo ha agito il Governo per “uscire dalla crisi”? Il Governatore Vendola, e a Bersani non pare vero, tenta di far credere che anche la scelta del liberismo, decisa dal Partito democratico, non sia definitiva e strategica, ma sia dettata unicamente da una situazione contingente e tattica. Poco importa se questa scelta ha portato a privare la maggioranza degli italiani del diritto al lavoro o a una retribuzione dignitosa, unica condizione per un’esistenza libera, com’è teorizzato nella Costituzione italiana. Poco importa se la loro politica ha cancellato i diritti dei cittadini per renderli compatibili allo spread e all’insaziabile voracità degli speculatori finanziari. Solo con la fiducia e la coesione sociale può esserci sviluppo. E’ quanto costoro, con l’insostituibile apporto del Presidente della Repubblica, stanno sostenendo da tempo. Coesione sociale che cercano di perseguire cercando di far credere che i “sacrifici” sono necessari per salvare il Paese nel quale siamo tutti sulla stessa barca e che è interesse di tutti nello stesso modo accettare sacrifici e rigore per uscire dalla crisi. Tagliare però le pensioni, i salari, i diritti dei lavoratori, cancellare lo stato sociale, aumentare le tasse dirette e indirette che gravano solo sui redditi fissi di chi ha sempre pagato mentre si graziano i ricchi proprietari e gli speculatori finanziari, non è una necessità oggettiva e obbligata, ma una scelta di classe. Essa aumenta il privilegio e l’ingiustizia sociale perché, mentre consente ai chi è ricco di continuare ad arricchirsi, getta nella fame e nella disperazione masse crescenti di lavoratori e di giovani perché li priva del lavoro e di un reddito sufficiente e con essi della loro libertà. La violenza di classe in atto è inaudita e il padronato capitalista e confindustriale che con la collaborazione di quei partiti e personaggi politici e sindacali che si fingono di sinistra, ha goduto in questi anni di una condizione di rendita insperata che lotterà con le unghie e con i denti per mantenere. Il presidente della Puglia invece è impegnato in tutt’altre faccende, egli si dichiara pronto a partecipare a coalizioni che comprendano “tutti quelli che vogliono modernizzare l’Italia” e che abbiano al centro “i diritti sociali e civili delle persone, come i diritti delle coppie gay”. Anche Vendola vuole dare ad intendere che davanti alla crisi spariscono differenze sociali e di classe e che occorra semplicemente “modernizzare il Paese” che, quindi il disoccupato, il precario, il lavoratore o il pensionato possono stare tranquilli, essi hanno gli stessi problemi del ricco e dello speculatore che determinano la crisi e che grazie a essa continuano ad arricchirsi. Riferendosi al partito di Casini poi, dopo dichiarazioni e smentite su una possibile alleanza, Vendola sostiene di non porre veti ma fa una constatazione: ” Casini ha fatto un altro percorso e le sue posizioni, ad esempio sui diritti civili, sono sempre state antitetiche a quelle del campo progressista. Così anche per le politiche economiche, se la linea dei centristi è quella di austerity e liberismo da qui all'eternità, Casini potrà essere solo un nostro avversario, mai un alleato”. La battaglia per i diritti civili è giusta e sacrosanta ma non rappresenta una discriminante politica. Essa, infatti, non è e non è mai stata un’esclusiva delle organizzazioni dei lavoratori e dei comunisti, ma è stata oggetto di battaglia e di iniziative anche di organizzazioni politiche laiche che però nulla hanno a che vedere con la lotta di classe contro l’ingiustizia sociale. I radicali e i liberali, in materia economica sostengono, infatti, le più agguerrite e antipopolari teorie liberiste, classiste e padronali. Vendola volutamente sorvola sul fatto che il Pd e Bersani, con i quali l’alleanza elettorale non è in discussione hanno votato le stesse leggi liberiste che ha votato il partito di Casini. Leggi che hanno prodotto le politiche dell’austerity e del rigore a senso unico. Non è quindi il campo economico e sociale a costituire ostacolo a un patto elettorale con Casini e …. con Fini. Vendola e Bersani, nel mentre col centrodestra cercano di confezionarsi una legge elettorale su misura, stanno con tutte le loro forze tentando di recuperare il consenso dei discriminati che hanno essi stessi colpito con il loro voto. Tentano di far credere di voler lavorare per una coalizione progressista (?) con la prospettiva, annunciata dal leader Pd, di un patto di legislatura con i moderati del centro subito dopo le elezioni. Risultano giuste in proposito le parole di Di Pietro che ha definito Bersani e Vendola “furbacchioni politicanti in cerca di pubblicità” e naturalmente di voti. Le scelte liberiste portate avanti, infatti, indifferentemente da governi di centrodestra e di centro”sinistra” sono le sole che essi conoscono. Essi non sono fra loro in contrapposizione, semplicemente competono per la sedia a capotavola rappresentando due variabili della stessa politica liberista del padronato. In Italia non trovano spazio, neanche nelle cosiddette sedi istituzionali, i comunisti e le forze che si collocano su un piano antagonista al sistema capitalista nella sostanza e non solo nelle apparenze. Avere chiaro tutto ciò è indispensabile per smascherare i tentativi di chi vuole ingabbiare definitivamente all’interno delle logiche liberiste e liberticide i discriminati. E’ questa una condizione indispensabile per affrontare le future lotte basando su un punto di vista di classe e di alternativa sociale l’iniziativa politica e le lotte che ci aspettano.

domenica 1 luglio 2012

Prosegue l’aggressione ai lavoratori da parte di Marchionne del Ministro Fornero e dei padroni

Marchionne in occasione della presentazione di una vettura interamente costruita in Cina dalla Fiat, davanti a dirigenti, segretari e responsabili ai vari livelli del Partito Comunista ( sarebbe più appropriato sostituire alla definizione di comunista, quella di capitalista) Cinese, dopo i convenevoli e reciproci riconoscimenti, ha colto al volo l’occasione per mostrare ancora una volta il vero volto suo e del padronato. Davanti, infatti, alla sentenza che obbliga la Fiat a reintegrare a Pomigliano d'Arco 145 lavoratori discriminati per il solo fatto di essere iscritti alla Fiom, Marchionne ha brutalmente affermato:”Il nostro(?) paese ha un livello di complessità nell’ambito delle questioni industriali che non esiste in altre giurisdizioni. Le implicazioni di questa decisione sulla situazione del business sono abbastanza drastiche, perché tutto diventa tipicamente italiano e quindi molto difficile da gestire. Allo stesso tempo, nei miei viaggi in Cina, negli Usa o altrove non vedo nessuno veramente interessato a questa decisione, non c’è nessuno che fa la fila per venire a investire in Italia. Non credo che cambierà nulla, si renderà solo tutto più complesso”. Definendo esplicitamente “folcloristiche” le norme italiane che ancora tutelano chi lavora. Marchionne non ha potuto fare a meno, inoltre, di affermare che un operaio cinese impiegato dalla Fiat prende cinque volte meno di un operaio italiano guadagnando circa 2mila yuan, al cambio attuale circa 250 euro il mese. La grande contraddizione e ambiguità esistente in Cina è quella di essere un Paese governato da un partito che si ostina a definirsi comunista nonostante i dati economici che emergono e che vedono la Cina presentare un PIL (prodotto interno lordo) che, secondo il sole 24 ore, nel solo primo trimestre 2012 ha registrato un incremento dell'8,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nonostante ciò le retribuzioni dei lavoratori cinesi sono di appena 250 euro mensili. Questi dati sarebbero più consoni per un paese non comunista ma dichiaratamente capitalista, dove vengono anteposti alle condizioni economiche e sociali dei lavoratori e dei cittadini il profitto di pochi e il mercato e dove si relegano i lavoratori al ruolo di sfruttati e sottopagati. Proprio per questo i rampanti capitalisti nostrani (?), cogliendo l’aspetto sostanziale della situazione cinese non stanno a formalizzarsi su come politicamente si definisce il governo con cui fare affari, poco importa il colore della bandiera cinese, quello che conta è la situazione economica reale, quello che conta sono i loro utili. I lavoratori devono adattarsi a questa verità, le loro condizioni economiche, la loro libertà, i loro diritti devono essere compatibili con il loro profitto. Sarebbe utile approfondire quest’argomento e le sue implicazioni fra le quali, la prima: Non è sufficiente dichiararsi comunista per esserlo davvero, stesso discorso per la sinistra nostrana; La seconda non è vero che, in una realtà di mercato, a parametri economici positivi, e la Cina sta lì a dimostrarlo con il più alto PIL mondiale, corrispondano retribuzioni più alte e decenti e in migliori condizioni di vita per i discriminati. La maggiore quantità di produzione, di PIL e di ricchezza in Cina, stando ai dati, non ha favorito un benessere diffuso ma si è concentrata nelle mani di pochi capitalisti che hanno approfittato della situazione del mercato. Altro che Paese comunista. In Italia il PIL è negativo, ma anche qui la ricchezza disponibile è nelle mani di pochi capitalisti, come in Cina, e la pseudo sinistra italiana, insieme alla destra dichiarata, collabora a un governo che smantellando le conquiste dei lavoratori, favorisce, anche in una situazione di crisi, l’accumulazione solo a pochi privilegiati capitalisti e speculatori finanziari. Per tornare a Marchionne, le sue ultime affermazioni, segnalano l’arroganza sua e della Fiat che snobbando e deridendo le stesse decisioni della Magistratura, in base alla sua logica economica, dietro la promessa illusoria e falsa di lavoro, lavora per peggiorare le condizioni dei lavoratori le loro libertà e ad aumentare le differenze sociali e di classe. Non è stato sufficiente, per Marchionne, smantellare lo stato sociale italiano, demolire i diritti e le libertà dei lavoratori ( art. 18, collocamento, contratti collettivi, ecc.), precarizzare i rapporti di lavoro e condizionare l’assunzione all’adesione o meno a un sindacato amico, ora Marchionne e il padronato puntano ad attaccare i livelli salariali dei lavoratori italiani per ridurli drasticamente e per renderli competitivi con quelli di altri paesi, a partire dalla Cina, altrimenti, sostiene Marchionne non ci sarà nessun capitalista a fare la fila per investire in Italia. In altre parole il ricatto del lavoro. Del resto quanto affermato da Marchionne fa il paio con le ultime esternazioni del Ministro del lavoro Fornero che ha testualmente dichiarato: ” Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”, corriere della sera del 27 giugno u.s. La realtà è quindi quella di un determinato, feroce e finora inarrestabile attacco di classe del padronato, del Governo, dei partiti che lo sostengono (Pd, Pdl e Udc) e dei sindacati che, anche quando non sottoscrivono o approvano apertamente, fingono di opporsi e fanno passare tutto quello che vuole e conviene alla Confindustria e ai capitalisti italiani.

martedì 12 giugno 2012

Libertà e diritti diversi su basi di classe

La legge 20 maggio 1970, n.300, fu chiamata, al momento della sua approvazione in maniera significativa: Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Con questa legge, fu detto, entrava la democrazia nei luoghi di lavoro e, il cittadino che diventava lavoratore dipendente, varcando la soglia del posto di lavoro, manteneva i diritti fondamentali di libertà sanciti dal Patto fondativo della Repubblica: La Costituzione. “Norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, era questo il primo capoverso della legge che al Titolo 1 riportava le nuove regole a tutela “Della libertà e dignità del lavoratore”. Fino allora al cittadino- lavoratore era impedito, manifestare, nel posto di lavoro, il proprio pensiero, le proprie convinzioni politiche e sindacali. Qualora queste si fossero trovate a collidere con quelle dell’imprenditore, il cittadino-lavoratore sapeva che ne avrebbe pagato le conseguenze come non essere assunto (norme sul collocamento e la chiamata numerica), essere discriminato, nel lavoro o essere licenziato senza alcuna tutela. Lo stesso “democratico” trattamento poteva toccare al cittadino-lavoratore qualora le sue opinioni religiose, colore della pelle, condizione sessuale o razziale, lingua e perfino condizioni personali e sociali, potevano non essere gradite sia al momento dell’assunzione che durante il rapporto di lavoro. Con la legge 300 furono messe le basi per superare tutto ciò, furono aboliti gli impianti audiovisivi di controllo dei lavoratori, gli accertamenti sanitari sull’idoneità e sull’infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e le umilianti visite personali di controllo da parte di medici di fiducia del padrone. Le sanzioni disciplinari, con l’art. 7, furono regolate in maniera da togliere dall’arbitrio e dalla prepotenza il cittadino-lavoratore. Fu vietata qualsiasi indagine sulle opinioni personali dei lavoratori per evitare qualsiasi che da questa fossero condizionati l’assunzione e lo svolgimento del rapporto di lavoro. Furono istituite norme per la tutela fisica dei lavoratori,e per i lavoratori studenti. Con l’art. 13 s’impediva al padrone di assegnare qualifiche professionali a suo piacimento o in base alle sue esclusive convenienze e non alle capacità professionali possedute. Con la legge 300 si consentiva per la prima volta l’attività sindacale nei luoghi di lavoro, le assemblee retribuite durante l’orario di lavoro e si vietava al padrone di mettere in atto comportamenti discriminatori a partire dai trattamenti economici o di costituire sindacati di comodo. Ecc. La legge rispondeva alla realtà di arbitrio e prepotenza che esistevano allora, che il padrone metteva in atto per discriminare, punire, perseguitare o licenziare chiunque in qualsiasi modo ostacolasse la sua volontà, interesse o convenienza. Con la legge 300 si toglieva dalle sue mani il ricatto del lavoro. A garanzia e tutela dell’effettivo ingresso in fabbrica dei diritti dichiarati di libertà e democrazia anche nei posti di lavoro c’era l’art. 18. Questo articolo, imponeva al padrone l’obbligo alla riassunzione in tutti i casi in cui il giudice avesse riconosciuto l’illegittimità di un licenziamento operato, e rendeva, quindi, esigibile la legge e con esso i diritti di democrazia e libertà previsti. Cancellare l’obbligo della riassunzione, in caso di licenziamento illegittimo, con l’istituzione pressoché generalizzata delle indennità sostitutive, salvo casi limitati, non ha l’obiettivo di rendere più facile le assunzioni e rilanciare l’occupazione (sempre più legata alla rinuncia di diritti e salario) come sostengono gli imprenditori e le forze politiche che si fanno partavoce dei loro interessi, ma di ridare forza, potere e arbitrio al padrone perché vengono tolte quelle tutele ai lavoratori per renderli più docili e sottomessi e sempre più esposti alla prepotenza e arroganza padronale. Approvare con il voto, come ha fatto il Partito Democratico, che ancora demagogicamente da ad intendere di essere di sinistra, o imbrigliare le lotte e non mettere in campo tutte le energie necessarie, per contrastare questa manovra antidemocratica, come ha fatto la Cgil, prima ancora di un errore è un tradimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori che, essi dicono ancora di rappresentare e tutelare. Tradimento fondato sulla negazione dell’esistenza della divisione economica e sociale esistente e della lotta di classe, che lungi dal creare alcun posto di lavoro, priverà ancora di più i lavoratori delle loro libertà e dei loro diritti. La cancellazione dell’obbligo al reintegro ha, in ultimo, il fine di riaffermare e di sancire, nei fatti, l’esistenza di libertà e diritti diversi tra cittadini non solo nei posti di lavoro ma anche e soprattutto nella realtà sociale del Paese, per tutti quelli che a causa delle proprie condizioni economiche, sono o saranno costretti a cercare un lavoro o lavorare alle dipendenze di un padrone e possono godere solo di un diritto di livello inferiore.

martedì 22 maggio 2012

La lezione di Grillo

Le consultazioni elettorali dovrebbero essere l’occasione di massimo coinvolgimento dei cittadini, e quindi di democrazia popolare. L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che, nella realtà questo non avviene. I pronunciamenti popolari, anche ripetuti come nei referendum, sono tranquillamente ignorati. Suonano stonate le boriose, quanto ridicole, affermazioni di vittoria senza se e senza ma, del Partito democratico, incapace o peggio astutamente interessato a non cogliere la dimensione della protesta, evidenziatasi o col voto o con l’esponenziale crescita dell’astensione, contro il sistema e il Governo di cui fa parte. I partiti sono diventati ventri molli che, con gli stessi dirigenti di sempre, cambiano continuamente di nome, in base alle leggi del marketing, e ritenendo di ottenere più consensi si intestano a singoli soggetti, questo per tentare di evitare di rendere comprensibile la comune matrice di tutti alle politiche liberiste e di mercato. Il Governo Tecnico, comodo parafulmine per decisioni antipopolari di centrodestra e centro”sinistra”, è indifferente dal voto, è sottratto al consenso popolare e legifera spudoratamente e impunemente senza alcun mandato stravolgendo e calpestando leggi e conquiste costate anni e anni di lotte ai lavoratori. La cosiddetta classe politica alimenta il privilegio riservando per se e per pochi ricchi trattamenti negati al resto dei cittadini, sostiene la medesima politica antipopolare ed entra in competizione solo per la gestione del potere. I cittadini e i lavoratori sono costretti al ruolo di spettatori passivi da indottrinare e spremere con tasse esorbitanti, servizi da terzo mondo, salari e pensioni da fame e disoccupazione. Chi non è d’accordo con tutto questo, secondo chi detiene il potere e tutti i mezzi di comunicazione di massa, fa antipolitica, è tacciato di essere qualunquista e si schiera contro la cosiddetta coesione nazionale. Facili premesse di accuse di anti italianità e di tradimento della Patria. Se questo succintamente è il quadro della situazione, occorre riconoscere che il movimento di Grillo, pur con tutti i difetti imputabili ad aggregazioni prive di obiettivi strategici alternativi al sistema, pur con cadute ed errori, ha mandato al Paese alcuni precisi e condivisibili messaggi: 1) La politica non è dei politici ma dei cittadini; 2) Le decisioni che riguardano il popolo devono coinvolgere il popolo; 3) E’ possibile fare politica senza alcun finanziamento pubblico e senza apparati politici autoreferenziali e interessati solo a costruire il consenso su quello che decidono loro; 4) Si può ottenere consenso e stare tra la gente anche senza ricorrere al teatrino televisivo e dei mass media, senza disporre di mezzi economici e riscoprendo il contatto continuo con le piazze. 5) Se i cittadini hanno la possibilità (e il movimento cinque stelle l’ha data), dal voto anche parziale e amministrativo, può emergere un forte messaggio di protesta e di richiesta di grande cambiamento. Sono solo alcuni dei messaggi emersi. Sarebbe opportuno che di questi, la sinistra, quella che si schiera apertamente e chiaramente, contro il potere del mercato e il privilegio, tenga buon conto. Starà a questa sinistra, se lo saprà e se lo vorrà fare, cogliere il messaggio e l’occasione per svolgere il proprio compito e ruolo, contro il mercato e il privilegio, sottraendosi ai giochini dei partiti dei capitalisti e dei burocrati e ponendosi alla testa di quel movimento di protesta che c’è, ma ancora non ha rappresentanza e che è alla ricerca di una politica percettibilmente alternativa capace di lottare per il cambiamento. Si eviterà, se non altro, che questo movimento possa essere veramente facile preda del qualunquismo e quindi della destra.

lunedì 21 maggio 2012

L'impossibile unità

Dare spazio al lavoro e all’impegno per favorire la crescita. E’ questo lo slogan di fondo e la bandiera di un’iniziativa comune delle “forze sociali” viterbesi dall’Adoconsum e a seguire Adoc, Cgil, Cia, Cisl, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti, Federlazio, Legacoop, Ugl Uil e Unindustria. “Lo stato di sofferenza dei lavoratori, degli imprenditori e delle loro famiglie- sostiene l’insieme delle associazioni di cui sopra, in un apposito volantino- non lasciano indifferenti. Dobbiamo trovare una via d’uscita dal tunnel. Dobbiamo reagire, insieme e ciascuno per la propria parte. Possiamo farcela”. Su queste basi venerdì 25 maggio le associazioni di categoria e i sindacati hanno organizzato una manifestazione a piazza del Plebiscito alle 19,30. L’iniziativa parte dal presupposto per cui davanti alla crisi gli interessi dei soggetti rappresentati dalle singole “associazioni di categoria” siano indifferentemente gli stessi. Che i lavoratori e gli imprenditori e loro famiglie cioè, siano colpiti allo stesso modo e non esistano interessi configgenti fra loro. Per cui essi devono collaborare tutti insieme per uscire dalla crisi. Il richiamo all’unità del Paese e alla collaborazione nazionale, anche in una realtà di differenze economiche e sociali sempre più elevata, è diventato una costante nella politica dei partiti e vede impegnate anche le più alte cariche pubbliche. L’iniziativa del 25 maggio che tenta di unificare l’inconciliabile, lancia una serie di proposte di “alto contenuto politico”, inserendole in questo contesto, ha lo scopo di far credere a chi paga veramente la crisi, lavoratori, pensionati, precari e disoccupati di trovarsi sulla stessa barca di chi crea, contribuisce ad alimentare o sfrutta la crisi per il proprio tornaconto: ricchi, speculatori finanziari, banche e salvatori milionari del Paese. Che questa linea sia portata avanti da imprenditori o da organizzazioni sindacali storicamente interclassiste non rappresenta una novità. E’ cosa ben diversa quando questa posizione è sostenuta da organizzazioni sindacali con una storia di classe ben diversa, di lotte e di conquiste per i lavoratori e i discriminati, come la Cgil o da partiti che continuano a definirsi di sinistra. Non si tratta di rispolverare tesi che oggi sono sbrigativamente liquidate come viziate da pregiudizi ideologici superati. Al contrario, si tratta di chiamare le cose con il loro vero nome. La politica di “collaborazione sociale”, del resto. non è una novità del Governo dei Tecnici e dei partiti della cosiddetta seconda Repubblica. Essa fu inaugurata dal Governo Craxi che, nel 1984 tolse quattro punti di contingenza dai salari dei lavoratori, con la scusa di creare occupazione per i giovani. Da questi quattro punti dipendevano le sorti del Paese fu sostenuto. Persi i quattro punti tutto rimase come prima, con la sostanziale differenza che il potere di acquisto dei salari cominciò a tracollare, la disoccupazione in particolare quella dei giovani, invece continuò ad aumentare. Da allora in poi sempre peggio. Con la stessa logica di collaborazione sociale, basata sulla cancellazione di diritti e salario, fu azzerata del tutto la scala mobile, precarizzato il rapporto di lavoro (leggi Treu e Biagi), privatizzata la previdenza, attaccati i contratti collettivi di lavoro, cancellate le pensioni di anzianità e taglieggiati i redditi fissi attraverso l’inflazione e compromesse le stesse libertà sindacali. L’iscrizione a un sindacato “ragionevole e responsabile” è tornata a essere, come negli anni ’50, condizione o meno di lavoro. Il lavoro, sempre di meno, è stato sempre più condizionato alla rinuncia di diritti e salario. I salari “compatibili” hanno portato i lavoratori italiani a percepire compensi fra i più bassi d’Europa. La flessibilità della manodopera, teorizzata, purtroppo, anche dal sindacato, ha legato completamente il diritto a una vita dignitosa all’esistenza del profitto. Il carico fiscale per i redditi fissi è fra i più alti dell’Ue. Stipendi e pensioni sono taglieggiati dalle tasse alla fonte mentre i percettori di altri redditi, a partire da quelli d’impresa, possono tranquillamente dichiarare redditi inferiori a quelli dei propri stessi dipendenti. Il sistema previdenziale italiano è stato “riformato” e reso “compatibile” col mercato da governi di ogni colore, il cui lavoro ha prodotto il bel risultato che colloca la qualità della previdenza italiana, a partire dal 2020, all’ultimo posto nella graduatoria europea. Il “riformato” sistema previdenziale, inoltre, costringe i vecchi a lavorare fino a 67 anni, con contribuzioni più alte e pensioni dimezzate mentre i giovani sono condannati a essere precari a vita e a lavorare solo quando conviene al mercato e alle sue condizioni, senza avere la speranza di pensione dignitosa in vecchiaia. Che tipo di sorte in comune possono avere i lavoratori con “imprenditori” che de localizzano e licenziano per incrementare i propri profitti? Che comunanza di interessi possono avere i precari o i disoccupati, cui è negata la dignità e libertà di un lavoro, con chi per guadagnare di più, li deruba del presente e del futuro? Che sorte comune ci può essere fra una quantità crescente di discriminati che vede tracollare le proprie condizioni economiche e sociali con la sorte di quella fetta sempre più piccola che accresce contemporaneamente e a dismisura la propria ricchezza? Con la scusa “innovativa”del mercato globale gli imprenditori e i sindacati che hanno sposato questa tesi, vogliono in realtà convincere chi lavora che avere meno salari e meno diritti nel lavoro, significa costruire un futuro di occupazione e di progresso comune, salvare la Patria. E’questo il tentativo di chi vuole far credere ai discriminati di stare sulla stessa barca di chi discrimina. Chi non condivide l’afflato unitario nazionale è fuori dal coro. E’ accusato di fare antipolitica e di sostenere tesi e posizioni ideologiche in barba alla decantata democrazia. E’ vero il contrario. Prendere conoscenza e coscienza della realtà reale e non di quella che immaginaria, può contribuire a creare le condizioni per costruire una società diversa dove lo sviluppo sia rispettoso dei diritti e sia legato ai bisogni dell’uomo che lavora, non agli interessi di chi specula e di chi ha come obiettivo, solo l’arricchimento personale da perseguirsi ad ogni costo.

lunedì 16 aprile 2012

Bersani: ”Se qualcuno pensa di stare al riparo dall'antipolitica si sbaglia. Se non la contrastiamo, spazza via tutti."

E’ quanto va affermando il segretario del Partito Democratico lamentando la crescente disaffezione verso il suo partito che, pur essendo stato “all’opposizione”, fino all’avvento dei “tecnici”, è accomunato nel giudizio negativo che riguarda i partiti politici presenti in Parlamento giudicati come ladri e tutti uguali. Bersani paventa la possibile combinazione di una miscela esplosiva antipolitica e antiparlamentare e per questo antidemocratica che potrebbe creare le condizioni per un intervento eversivo e autoritario.
Su queste argomentazioni, politiciste, indirizzate, non ai cittadini, ma ai soci di governo dell’ABC (Alfano e Casini, oltre Bersani) per gli atteggiamenti furbeschi assunti nel sostegno al Governo “tecnico” Monti, si è sviluppato un dibattito che ha riguardato anche personaggi di “spessore” come Reichlin e Macaluso, anch’essi, perlomeno formalmente in passato comunisti.
No i partiti non sono tutti uguali, com’è possibile che il Pd, sostengono, possa essere accomunato e associato con quei personaggi e partiti che sono stati l’asse politico che ha governato il Paese che ha fatto vergognoso fallimento, ed ha ridicolizzato con i suoi comportamenti l’Italia in ambito internazionale?
È il partito della destra, sostengono, che ha comprato i deputati necessari alla maggioranza, ha corrotto i giudici, ha dichiarato che pagare le tasse è un furto, ha detto che col tricolore “ci si puliva il culo”. Ha imposto alla maggioranza parlamentare di votare solennemente, nell’aula storica di Montecitorio, che la signorina Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak. Hanno insomma portato l’Italia sull’orlo del baratro.
Il Pd è altra cosa. Il Pd, oggi è l’unica forza consistente alternativa alla destra, che può rendere possibile un ricambio democratico. Non capire tutto questo significa fare antipolitica. L’antipolitica diffusa si combatte e si vince con la politica: se prevale la prima vuol dire che la seconda è debole.

Queste argomentazioni potrebbero essere definite miopi e primitive. Esse partono dall’assunto che l’onestà e la correttezza siano elementi caratterizzanti politicamente un partito, sufficienti per far acquisire al Pd quel consenso che invece non ha. Non perché l’onestà e la correttezza politica non siano valori. Perché non si può fondare un partito politico su queste basi. La storia lo dimostra, nessuna forza politica può rivendicarne l’esclusiva.
Quello che ha determinato la differenza sono state le utopie e i progetti politici, anche rappresentati con più o meno coerenza, onestà e correttezza.
L’azione politica del Pd e dei suoi esponenti, negli anni e nelle diverse denominazioni partitiche si è sempre di più caratterizzata, contrariamente da quello che ci sarebbe aspettato da un partito che, nonostante tutto, continua a definirsi di sinistra, nel sostegno dei principi del liberismo e del mercato, dei quali rivendica addirittura la rappresentanza.
La condotta del Pd e dei governi di cui questo partito ha fatto parte, ha risentito pesantemente di questa impostazione, che è però rivendicata anche dallo schieramento contrapposto di centrodestra con il quale il Pd è in competizione non sulla base di un progetto politico alternativo, ma per la presunta maggiore capacità, competenza, onestà e correttezza nel liberalizzare e nel privatizzare.
La competizione con il centrodestra, che a sua volta rivendica la stessa rappresentanza e politica, è su questo.
Quello che il Pd e i suoi dirigenti fingono di non capire è che i cittadini non intravvedono nel Pd un’alternativa al partito e a Berlusconi e al centrodestra, perché entrambi legati al mercato.
Come non considerare legate al liberismo le azioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni? Prendiamo ad esempio il sistema previdenziale e le pensioni. La controriforma o destrutturazione, tesa a legare alle logiche di bilancio e non ai bisogni dei cittadini lo stato sociale, è stata inaugurata da un altro governo di “tecnici” presieduto da Dini, proveniente dal centrodestra, cui poi è tornato, e sostenuto anche dai Democratici di sinistra. Nei governi susseguitisi, l’operazione è andata avanti, sostenuta alternativamente dai due “schieramenti” a seconda della loro collocazione, o al governo o all’opposizione, per arrivare in ultimo al voto palesemente comune di cui è stato gratificato il nuovo “tecnico” Monti.
La precarizzazione del lavoro, non è forse sostanzialmente cominciata con la legge n.196 del 1997, dell’allora Ministro del Lavoro di centrosinistra, Treu e proseguita poi con la legge del centrodestra denominata Biagi n.30 del 2003?
Le politiche di azzeramento dei diritti sindacali e di contenimento dei salari, oltre che delle pensioni, per renderli compatibili con il mercato, non sono state perseguite indifferentemente da entrambi gli schieramenti? Non è a causa di queste politiche che si è determinato un crescente impoverimento dei redditi fissi a favore degli altri redditi? Senza creare, per aggiunta, in barba alle chiacchiere e della demagogia, alcun nuovo posto di lavoro ma incrementando solamente i profitti?
Se in Italia i lavoratori dipendenti hanno i redditi più bassi di quelli dei lavoratori degli altri paesi Ue è un fatto casuale? Se il reddito si concentra sempre di più nelle mani di pochi, a chi è da attribuirne la responsabilità? Se dal 2020 le pensioni italiane saranno le più basse d’Europa di chi è la responsabilità? Se il carico fiscale in Italia grava soprattutto sui redditi fissi ed è il più alto nel continente di chi è la responsabilità? Se sul piano fiscale il dipendente guadagna più dell’imprenditore, da cui dipende, di chi è il merito?
I vari interventi militari, naturalmente a difesa della pace e della democrazia, che si sono susseguiti negli anni, Jugoslavia, Iraq, Afganistan e Libia, non sono forse stati portati indifferentemente avanti dai governi dei due schieramenti? Non è stato proprio il Pd a determinare, con la sua posizione apertamente interventista, l’intervento italiano in Libia?
L’informazione, il sapere, la salute, l’energia e l’acqua, i trasporti, ecc. non rispondono sempre più a logiche di mercato e di profitto a danno della qualità e del sociale? Chi ha determinato ciò? Forse il Pd vuole cambiare questo stato di cose?
L’attuale situazione economico-politica è il prodotto di una sorta di staffetta politico-governativa fra centrodestra e centrosinistra alternatisi nel governare e ora arrivati dopo venti anni di contrapposizioni di facciata e di teatrini, a sostenere apertamente con il voto lo stesso governo e le stesse politiche che stanno determinando una macelleria sociale senza precedenti.
I cittadini hanno capito che il loro parere non conta e non è richiesto nemmeno. Nessun partito ha mai richiesto un mandato elettorale per tagliare le pensioni o produrre leggi di precarizzazione del lavoro o strozzare i redditi fissi con un carico fiscale insopportabile. Neanche dei molteplici pronunciamenti referendari dei cittadini i politici, di entrambi gli schieramenti, hanno tenuto o stanno tenendo conto: sul nucleare (due referendum), sul finanziamento dei partiti, sui ministeri dell’agricoltura e della sanità, ecc. Se questa è la democrazia …..
Perché mai i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i precari e i disoccupati dovrebbero dare il proprio consenso a un partito che si dice di sinistra e poi è totalmente schierato su posizioni politiche legate al liberismo, al mercato, alle privatizzazioni e alle compatibilità capitaliste o tipicamente di destra come avvenuto anche con le “riforme” elettorali ispirate al sistema maggioritario?
I dirigenti del Pd ritengono che il loro punto di vista rappresenti la Politica, sia oggettivo ed indiscutibile, mentre quello di chi non concorda con loro sia dettato, a seconda dei casi e della convenienza, o da atteggiamenti pregiudiziali e ideologici o dall’antipolitica.
E’, invece, il confronto tra progetti alternativi credibili che può sconfiggere possibili tentazioni populiste (Berlusconi) o apertamente autoritarie.
L’opinione pubblica non vede nel Pd e nei suoi dirigenti una alternativa al centrodestra, perché con la loro condotta essi portano tutta la responsabilità storica e politica per aver contribuito a cancellare quello che di buono c’era, e non era poco, nella sinistra della cosiddetta prima Repubblica, altro che antipolitica.

giovedì 12 aprile 2012

Cgil Cisl e Uil fingono di opporsi alla “riforma delle pensioni”

Il 13 aprile si terrà a Roma la manifestazione nazionale di Cgil Cisl e Uil per “ottenere soluzioni immediate per chi è rimasto: senza lavoro, senza reddito e senza pensione e per cancellare l’ingiustizia delle ricongiunzioni onerose”.
La crisi economica ha determinato la chiusura di tantissime aziende e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Laddove è stato possibile sono stati sottoscritti accordi sindacali, anche con la partecipazione di rappresentanti pubblici che hanno agevolato l’esodo dei lavoratori anziani. Tantissimi lavoratori sono stati indotti a rinunciare al proprio lavoro e ad accettare il licenziamento perché prossimi alla pensione in base ai requisiti previsti dalle norme preesistenti la “riforma delle pensioni” del governo Monti.
Con la “riforma” Monti sono state abolite le pensioni di anzianità ed è stato elevato il limite di età e di contribuzione per l’accesso alle nuove pensioni questo ha prodotto che i lavoratori posti in esodo si sono trovati senza lavoro, senza stipendio e senza pensione a causa dell’incremento dell’età riguardante la speranza di vita.
A questo va ad aggiungersi l’incremento scattato dal luglio del 2010 che impone ai lavoratori, in particolare quelli esodati, per andare in pensione, pesantissimi oneri di ricongiunzione molto gravosi, in molti casi, di centinaia di migliaia di euro, con la conseguenza che molti lavoratori, non potendo pagare, si trovano nella condizione di non aver diritto a pensione.
Manifestare contro un governo che stravolge le regole pensionistiche e priva del necessario per vivere chi, dopo aver lavorato una vita, è arrivato al traguardo della pensione non solo è giusto ma sacrosanto.
La violenza esercitata su chi è incappato nelle “nuove” regole delle pensioni credendo nei suoi diritti e nello stato di diritto che dovrebbe esistere un Paese civile è enorme. Per loro non c’è salvezza alcuna, altro che decreto “salva Italia”.
Fa bene dunque il sindacato a manifestare contro questa palese ingiustizia e prevaricazione.
Stupisce e indigna però che non sia oggetto della protesta la riforma delle pensioni nel suo insieme ma essa sia circoscritta ai soli obiettivi, pur giusti, relativi gli esodati e le ricongiunzioni onerose.
Il 12 dicembre dello scorso anno Cgil, Cisl e Uil hanno indetto lo sciopero generale contro l’operato del Governo Monti, in particolare le richieste Cgil erano: La conferma dell’indicizzazione sulle pensioni medio basse; la conferma come requisito per l’accesso alle pensioni di anzianità di quaranta anni di contribuzione; la tutela dei lavoratori in mobilità o licenziati; di rendere più graduale l’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici; di rendere progressiva l’imposta sulla casa, altrimenti graverebbe soprattutto sui redditi medio bassi; di attuare la riforma degli ammortizzatori sociali.
In aggiunta la Cgil, nel definire iniqua la manovra perché colpiva soprattutto i redditi più bassi, contraeva i consumi, accentuava la recessione, creava nuova disoccupazione, chiedeva che a pagare fossero i più ricchi e chi non ha mai pagato. Per questo richiedeva: 1) Una imposta sulle grandi ricchezze; 2) La tassazione vera dei capitali scudati; 3) La tassazione dei capitali portati in Svizzera; 4) La vendita e il canone sulle frequenze televisive; 5) La riduzione delle spese per l’acquisto di 131 bombardieri F 35; 6) L’avvio di una seria e costante battaglia contro l’evasione fiscale, tra le più alte e scandalose al mondo.
Di tutte le richieste, pur molto moderate, avanzate dalla Cgil, quante sono state accolte? Pressoché nessuna. La stessa richiesta di riforma degli ammortizzatori sociali si è tramutata in un ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori che sono i soli a pagare, sull’articolo diciotto.
Troppo poco.
La manifestazione del 13 aprile avrebbe dovuto essere il conseguente proseguimento di quanto iniziato con lo sciopero generale di dicembre. Invece sembra il suo definitivo affossamento poiché “dimentica” le rivendicazioni che lo stesso sindacato si era dato e cancella dagli obiettivi dell’iniziativa ogni rivendicazione di equità.
C’è da augurarsi che la manifestazione di domani coinvolga una grande massa di lavoratori che non è contro l’iniqua politica del Governo Monti e la sua politica pensionistica, ma solo sui problemi degli esodati e delle ricongiunzioni.
Questi obiettivi parziali fanno passare in secondo piano gli stessi pronunciamenti del sindacato pronunciati nelle piazze in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre e riducono la protesta a soli obiettivi particolari con il fine di illudere i lavoratori sui reali contenuti della lotta, da una parte, e dare un messaggio politico ben preciso, al Governo ed al padronato, dall’altra, sulla reale intenzione del sindacato: Quello di rinunciare a combattere su tutto il resto. Del resto i pacchetti di sciopero a babbo morto lo dimostrano a pieno.