martedì 21 febbraio 2012

Continua l’opera di “risanamento” del Governo

Non passa giorno senza che ci siano concesse da parte di rappresentanti delle istituzioni ai vari livelli, ulteriori dimostrazioni circa il loro instancabile impegno: Quello di demolire definitivamente le conquiste e i diritti di chi lavora e di chi spera di farlo. Su come invece agire per creare occupazione, bloccare i licenziamenti e colpire chi continua ad arricchirsi sulle spalle di tutti, invece nulla.
Il Presidente del Consiglio, infatti, ieri ha incontrato la comunità finanziaria a piazza affari ed ha fornito le più ampie rassicurazioni circa le sue intenzioni sul tema “scottante” della riforma del lavoro dichiarandosi “fiducioso” che si possa arrivare a un accordo con le parti sociali, ma che comunque presenterà la sua “riforma” in Parlamento entro i tempi brevi cioè “entro fine marzo”, “anche senza tale accordo”. Noi speriamo con, ma non possiamo consentire poteri di blocco troppo paralizzanti”. Gli ha fatto eco la Presidente Confindustria Emma Marcegaglia, in perfetta sintonia: ”È giusto sentire le parti, dopo di che non ho nulla in contrario se a un certo punto il governo vada avanti e presenti la riforma”.
La pantomima invereconda cui i Cgil, Cisl e Uil si stanno prestando, con la preziosa e disinteressata collaborazione della Confindustria, si sta dimostrando per quello che è. Un modo per dirottare l’attenzione dei cittadini dai problemi reali da come salvare i posti di lavoro e creare occupazione non precaria a come demolire senza troppi contraccolpi i diritti residui dei lavoratori (articolo 18) vera e unica causa, per loro, dei mancati investimenti, della disoccupazione e della crisi.
Tutto ciò con la gentile collaborazione di sindacati che, davanti a un Governo creato apposta, anch’esso senza alcun mandato elettorale, responsabile della più pesante e antipopolare manovra economica di dicembre, contro la quale hanno pur proclamato un finto sciopero generale di tre ore, continuano a “trattare” ben sapendo che le decisioni sono state già prese.
A dimostrazione di ciò il ministro Elsa Fornero ad avvio dell'incontro con le parti sociali ha chiarito: “La riforma non può partire prima dell'autunno del 2013". “Oggi dobbiamo gestire la crisi con gli strumenti che abbiamo”.
Emerge in sostanza al di la del fumo che quanto si sta facendo in materia di “mercato del lavoro” non servirà per affrontare l’emergenza occupazionale, tanto è vero che il Governo non intende mettere un centesimo a questo proposito. Rimane quindi solo da sistemare definitivamente l’articolo 18, la cassa integrazione straordinaria e qualche residuo e “superato” diritto dei lavoratori. Il tutto naturalmente in un afflato patriottico di coesione nazionale, Napolitano insegna.
Il sindacato, molto attento ai richiami istituzionali, invece di chiamare i lavoratori alla mobilitazione e alla lotta, continua a reggere il gioco e a sedersi ad un finto tavolo di trattativa dal quale il Governo, che non ha avuto alcuna remora “democratica”, ha dichiarato di non essere disposto a “consentire poteri di blocco troppo paralizzanti”.
Il lavoro di Governo, “parti sociali”, centrodestra e centro”sinistra” è quasi compiuto, c’è solo un’incognita per loro: Quale è il limite da non superare, pena la morte del paziente …. o la sua presa di coscienza e ribellione.

lunedì 20 febbraio 2012

Non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida

E’ quanto ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, piccato ai suoi contestatori di Sardigna Nazione e anti-Equitalia che insieme ai disoccupati, al movimento dei pastori, agli studenti, hanno manifestato questa mattina, con fischi e urla, il proprio dissenso e protesta, davanti al municipio di Cagliari.
Quest’auto giustificazione e difesa di Napolitano evidenzia l’inconfessata consapevolezza del ruolo svolto dalla massima autorità del Paese, di aver legittimato cioè, una manovra economica, quella del Governo Monti, che colpisce degli interessi. Solo quelli dei lavoratori, mentre grazia, anzi favorisce quelli delle banche e dei ricchi capitalisti.
Consapevolezza inconfessata, perlomeno apertamente, e mistificata dall’affermazione successiva secondo la quale i suoi contestatori sarebbero mossi da pregiudizi ideologici (condizione che avrebbe dovuto conoscere e condividere, quando da giovane era militante, anzi dirigente del Pci) e quindi non liberi nel giudizio, privi perciò di obiettività.
Napolitano ha poi significativamente aggiunto: Per rilanciare la crescita "non bastano e non servono gli slogan ideologici (!), occorrono lucidità, realismo, competenza e senso della misura".
Sì perché, per Napolitano, solo chi è ottenebrato da pregiudizi ideologici può contestare la manovra del Governo che a suo parere è giusta, inevitabile, necessaria e oggettivamente supportata dall’estrema conoscenza delle soprannaturali regole dell’economia posseduta dal Governo dei “tecnici”, poco importa se con esse si assesta un altro colpo ai redditi da lavoro e da pensione perché risponde invece agli interessi di capitali e patrimoni.
La manovra “Salva Italia “ di Monti non può che essere condivisa. Essa è condizione di crescita e di sviluppo (per chi?) e ci fa riacquistare credibilità in Europa.
Chi la contesta, secondo Napolitano, è in malafede e crede che, ancora oggi, ci sia conflitto sociale e lotta di classe. Da che pulpito viene questa critica. E’ il massimo del trasformismo.
Ma quale Italia “salva” la manovra di Monti ( sostenuta e votata all’unisono dagli ex poco credibili contendenti del Popolo delle Libertà, del Partito democratico e dell’Unione di Centro)? Quella delle Banche e dei ricchi privilegiati, non quella dei lavoratori, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati.
Della salvezza di questi ultimi, Napolitano non si preoccupa. Essa viene dopo l’interesse nazionale e chi soffre deve accettare con spirito di sacrificio e senso di servizio la sua condizione.
Infatti, ha poi affermato: "La coesione sociale è importante per la crescita del Paese e non significa immobilismo ma mettere in piedi un sistema di Welfare e sicurezza sociale diverso da quello che è stato creato in passato".
Le proteste di chi ritiene ingiusto e discriminatorio il comportamento del Governo e del padronato sono pertanto immotivate, ingiuste e preconcette e vanno contro lo spirito di coesione nazionale che dovrebbe prevalere nelle circostanze attuali.
Napolitano ha poi concluso: "L'attuale sistema lascia scoperte zone di povertà" e bisogna quindi "occuparci di chi non ha, rinnovare per poter migliorare e preservare".
Affermazione di principio condivisibile ha, però il difetto di rientrare nel novero dei buoni propositi a differenza della manovra Monti che invece è già un’amara realtà.

martedì 14 febbraio 2012

"Non saranno tollerate manifestazioni che escano dal solco della legalità”

E’ quanto ha affermato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ai margini di un incontro informale di otto presidenti europei. "Sappiamo che di fronte ai sacrifici non abbiamo alternative". "Non siamo la Grecia i partiti non mineranno il governo" ha aggiunto e ha manifestato un certo ottimismo sull'impegno di partiti e parti sociali per uscire dalla crisi: "Stanno dimostrando senso di responsabilità nella discussione dei decreti del governo. Spero non ci siano proteste".
Gli stessi concetti sono stati espressi dal primo ministro Papademos il quale ha dichiarato, in occasione dell’approvazione delle misure, da parte del Parlamento greco, che esse sono “inevitabili e necessarie”, e che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella democrazia”
Le misure economiche adottate, dal Governo greco, prevedono il taglio di 15mila dipendenti pubblici, una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda liberalizzazione. Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. La vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua”.
Sorprende la straordinaria sintonia, e uniformità di linguaggio, che emerge ormai a livello europeo, soprattutto in cui paesi coinvolti dalla crisi e dal peso del debito pubblico.
Queste “riforme” sono elevate a modello, vanno nella stessa identica direzione, e sono tutte ispirate dalla stessa ideologia legata al liberismo e al mercato. Su questa strada si sta muovendo anche il nostro governo con l’aggiunta prevaricatoria e ingiustificata di questioni locali come l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Le “riforme” sono “inevitabili e necessarie” dicono. Esse al di la del fumo hanno colpito e colpiscono a senso unico, non tutti, tantomeno coloro che le decidono e impongono. Colpiscono invece lavoratori e pensionati a, cui sottraggono diritti e salario, mentre salvano chi è detentore di patrimoni e grandi ricchezze.
Esse aumentano l’ingiustizia e la discriminazione sociale.
Quello che apprezza Napolitano è lo “sforzo” di una classe politica di nominati e di un ceto politico di sindacalisti asserviti che, dall’alto dei propri privilegi, cui non intende assolutamente rinunciare, nascondendosi dietro il paravento demagogico del “governo tecnico” o dietro fantomatiche trattative sul “mercato del lavoro”, sostiene direttamente e all’unanimità una gigantesca redistribuzione del reddito a favore dei ricchi e a danno di tutti gli altri.
Di quale democrazia di quale legalità si parla allora? Di una democrazia e legalità formale e di facciata, non sostanziale, che permette decisioni e manovre economiche intollerabili a un ceto politico e sindacale privo oltretutto di alcun mandato democratico.
Le “riforme” per Napolitano sono indispensabili, contro di esse è ammessa la protesta ma, sia ben chiaro, solo all’interno delle “regole democratiche” e della “legalità”. Cioè proteste che non ne intacchino i contenuti.
Sono affermazioni di principio che astrattamente potrebbero essere anche condivise. Come si potrebbero, in un Paese civile e democratico, dove non esistono disparità o discriminazioni fra i cittadini, dove nessuno è lasciato indietro o per strada, tollerare proteste sonore e sentite come quelle avvenute in occasione delle manifestazioni del popolo greco contro la manovra del governo di quel Paese?
Chi potrebbe non essere d’accordo nel rispetto delle regole e della legalità?
Di quali regole democratiche e di quale legalità si parla?
Di una legalità fondata sulle disparità dove pochi diventano sempre più ricchi e tanti sempre più poveri? Di una legalità che condanna i giovani a non avere un futuro e, nella migliore delle ipotesi a essere precari a vita per consentire agli imprenditori di risparmiare sulla loro paga? Oppure di lucrare ancora di più sulla manodopera de localizzando le loro imprese in aree a più bassi livelli salariali?
Di una legalità che mette al centro delle sue regole non l’uomo, i suoi tempi, le sue aspirazioni, ma le imprese, le banche con la loro insaziabile fame di utili ad ogni costo?
Una legalità maligna che impone tasse sempre maggiori ai redditi fissi e benigna con i grandi patrimoni e grandi rendite?
Una legalità che costringe un lavoratore a lavorare fino a 67 anni con pensioni sempre più basse?
Una legalità dove chi predica“sacrifici” e “austerità” lascia intatti i propri privilegi mentre demolisce i diritti dei discriminati?
Una legalità fondata sui privilegi e le discriminazioni dove le regole non sono uguali per tutti. Dove chi governa, senza alcun mandato democratico deride e offende chi spera in un reddito certo mentre riserva per se e per i propri figli i posti migliori?
Una legalità fondata su quella che chiamano “austerità”, ma che invece è distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato.
Come si può pretendere da chi è discriminato, offeso, emarginato e condannato il rispetto di regole e legalità che lo discriminano, offendono, emarginano e condannano? Di regole e di legalità che non rappresentano gli interessi di tutti, ma di pochi. Di regole che non tentano di stabilire un’equità, seppur di facciata, fra i cittadini? Di regole che condannano i lavoratori, i disoccupati e i pensionati a condizioni di vita sempre peggiori mentre graziano e permettono contemporaneamente la ricchezza più sfrenata?
Regole di questo genere non sono eque e di tutti. Sono regole che rispecchiano l’interesse di pochi privilegiati che tentano di far credere che licenziare senza motivo, precarizzare, condannare all’ergastolo lavorativo (per l’aggiunta senza lavoro) chi vuole lavorare, tartassare i redditi fissi, tagliare le pensioni, privatizzare, liberalizzare, delocalizzare, legittimare la speculazione finanziaria, cancellare le conquiste del lavoro, spendere per armamenti, corrisponda agli interessi di tutti e del Paese.
No. Tutto questo va contro gli interessi e le aspirazioni della maggioranza dei cittadini.
No, perché queste sono regole e legalità di classe. Della classe padronale e dei ricchi. Queste regole e legalità convengono solo a loro.
Contro queste regole, contro questi soprusi è giusto e legittimo protestare e farlo in maniera sonora.
Esistono altre regole cui nessuno, nemmeno chi ha il compito e il dovere di difendere, come il Presidente Napolitano, a quanto pare si ricorda.
Si tratta di quanto affermato dalla Costituzione: art.1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro… ; o dall’ art 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo ….; o dall’ art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese; o ancora dall’art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto; o dall’ art 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Quanto riportato in questi articoli non è stato un regalo o una graziosa concessione ma è costato lacrime e sangue ai nostri padri. A coloro che, con la Resistenza e con le lotte, pagando di persona hanno costruito un Paese e una legalità che oggi le forze economiche e politiche tentano di cancellare.
Dobbiamo impedirglielo.

giovedì 2 febbraio 2012

Monti: "Che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare"

“La finalità principale della riforma è di ridurre il terribile apartheid che esiste tra chi per caso o per età è già dentro e chi fa fatica a entrare". Sull'articolo 18: "Non è un tabù può essere pernicioso per lo sviluppo dell'Italia e il futuro dei giovani in un certo contesto, ma può essere abbastanza accettabile in un altro contesto".
Queste frasi sono state pronunciate dal Presidente del Consiglio Monti, in riferimento alla trattativa sul “mercato del lavoro” in un’intervista televisiva. Esse evidenziano la mentalità aristocratica e liberista di chi essendo chiamato a decidere “per il bene del Paese”agisce e ragiona risentendo a pieno della condizione di privilegiato. Di chi cioè è ricco di suo e non ha bisogno di lavorare per vivere. E non ha mai dovuto misurarsi con la disoccupazione o con uno stipendio precario e comunque insufficiente.
Ragiona con la logica di chi non ha mai dovuto fare lavori pericolosi o esposti alle intemperie, come i minatori, i cavatori o tutti quelli che lavorano all’aperto o con materiali dannosi per la salute. Ragiona con la logica di chi non ha mai lavorato in una catena di montaggio, con i suoi ritmi ossessivamente monotoni. Ragiona con la logica di chi non è mai stato costretto all’incertezza e alla precarietà del proprio reddito, come unico strumento di sopravvivenza, per se e per i propri cari, perché il suo diritto ad una esistenza libera e dignitosa, che solo un lavoro può garantire a chi non possiede altre risorse, viene dopo il diritto al profitto del padrone.
Il punto di vista di Monti rispecchia una condizione economica, lavorativa e sociale privilegiata quella dei capitalisti e dei padroni. Di chi non deve fare i conti con un lavoro che non c’è oppure con uno stipendio o una pensione insufficienti.
Affermare che il posto fisso rappresenti una monotonia è uno schiaffo in faccia e un insulto ai disoccupati o a chi sta rischiando il proprio posto di lavoro e lotta per la sua difesa. Questi ultimi sarebbero ben felici di fare un lavoro o più lavori meglio remunerati, più sicuri e meno disagiati, ma rimangono attaccati all’unica fonte di reddito, che hanno, se ce l’hanno, a prescindere dalle condizioni di lavoro o dalla sua precarietà. Sono ben coscienti, infatti, che perso quel lavoro, l’unica certezza sarebbe la disoccupazione e la fame.
Quando Monti definisce “pernicioso” (che crea danno) l’art. 18 certamente non interpreta e rappresenta il punto di vista di chi rischia di perdere il lavoro, di essere licenziato per capriccio, discriminazione o altro, ma delle aziende e dei loro padroni che preferiscono avere (loro si) la libertà di liberarsi del personale senza alcun vincolo ma solo a loro esclusivo giudizio e interesse e vantaggio.
Monti rappresenta e tutela con i fatti la sua classe, con i suoi interessi e con i suoi punti di vista: Quella dei privilegiati, dei ricchi e dei padroni. Per essa agisce e governa.
Monti fa questo grazie al sostegno delle banche, dei capitalisti, degli speculatori, dei partiti e sindacati che, comunque mascherati, lo sostengono e che gli forniscono da destra e da “sinistra” la patente di Premier che agisce per l’interesse di tutti e non di una parte.
Le sue scelte non sono invece tecniche, asettiche o tantomeno super partes, ma di parte e si scontrano con gli interessi della classe dei lavoratori, con i quali sono incompatibili perché scaricano su di loro tutti i costi della crisi e li privano di tutti i diritti.
Contro queste scelte occorre mettere in gioco un punto di vista veramente e percettibilmente alternativo e di classe: quello della classe lavoratrice. Che rappresenti i loro bisogni, diritti ed interessi.
Per uscire dalla crisi i lavoratori non hanno bisogno delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, ma di una politica che agli interessi particolari e di classe padronali sostituisca gli interessi generali e di classe dei lavoratori: Invece di tagliare le pensioni vanno nazionalizzate le banche vera fonte di speculazione finanziaria; invece di abolire o modificare l’art. 18 vanno bloccati i licenziamenti e cancellate le leggi Treu e Biagi che precarizzano; invece di aumentare le accise sulla benzina vanno tassati gli alti redditi e i grandi patrimoni; invece che congelare l’adeguamento al costo della vita, di stipendi e pensioni, va ripristinata la scala mobile; invece di privatizzare va abolita ogni forma di sostegno alle aziende, scuole e sanità private, ecc.
Va rimesso in campo cioè un punto di vista alternativo esplicitamente in sostegno degli interessi dei discriminati.
Le parole di Monti fanno, però, chiaramente capire la sua volontà di andare avanti sulla strada intrapresa: quella di togliere i residui spazi di diritto, di reddito e di democrazia ai lavoratori ed ai discriminati.
A Monti va detto che esiste chi non è d’accordo, e non rappresenta certo una minoranza.
Occorre liberare gli italiani dall’incubo (creato dai mass media tutti schierati sul liberismo e sul mercato) dello spread, perché da esso non deriveranno mai, qualunque sia il suo andamento, benefici per loro.
Va affermato con forza e chiarezza che il conflitto di classe è il fulcro da cui ripartire per costruire fra la gente un punto di vista alternativo, quello dei discriminati, per ridare loro la speranza che un cambiamento è possibile e bisogna crederci, senza farsi invischiare in ragionamenti o ricette politi ciste, interne alla logica liberista e padronale, dalle quali non deriveranno mai benefici per chi lavora o spera di farlo.

venerdì 20 gennaio 2012

Cgil Cisl e Uil collaborano col Governo e tentano di salvare la faccia

I vertici nazionali di Cgil Cisl e Uil hanno predisposto un documento unitario “Per il lavoro, per la crescita, per l’equità sociale e fiscale”. I punti su cui si articola sono:1) Mercato del lavoro; 2) Previdenza; 3) Liberalizzazioni, secondo le intenzioni dei tre segretari. Essi dovranno essere discussi nell’incontro col Governo già fissato per lunedì 23 gennaio p.v..
La filosofia, che ispira l’intero documento, è quella delle compatibilità capitaliste. Politica che ha segnato la linea del sindacato negli ultimi decenni.
Con il documento, infatti, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, tutto il sindacato conferma che al centro del suo orizzonte politico non ci sono i lavoratori, le loro condizioni di vita e di lavoro, i loro diritti, ma le imprese e il mercato. Sono queste ultime a determinare tutto il resto. Le “proposte “ elaborate dal sindacato, sul lavoro, la crescita, l’equità sociale e fiscale, non hanno, infatti, come scopo stravolgere quanto in materia è stato già fatto da Governo e imprese. Il loro obiettivo è di edulcorare quanto è già stato deciso, e quanto si andrà a decidere, senza intaccare il complesso, la struttura e la filosofia dei provvedimenti adottati, ma renderli meno indigesti ai soggetti che, ancora una volta saranno chiamati a pagarne le conseguenze, agevolando, in questo modo l’operato iniquo del Governo.
Sarebbe impossibile valutare diversamente le affermazioni di principio che più volte vengono fatte nel documento. Sul Lavoro: "È necessario un piano organico per dare sostegno all'occupazione, in particolare con strumenti rivolti ai giovani, alle donne, agli over 50 e al reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione e ai disoccupati, valorizzando, con le necessarie correzioni, gli istituti esistenti che promuovono ed incentivano il lavoro stabile, contemporaneamente, vanno ridotte e semplificate le altre tipologie di lavoro flessibile, armonizzando costi e tutele”.
Il sindacato non rivendica, quanto previsto dalla Costituzione e cioè il diritto al lavoro quale strumento indispensabile per l’uguaglianza e la dignità: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Secondo il sindacato il diritto al lavoro stabile e a un salario dignitoso non sono un valore assoluto ma va “armonizzato (reso compatibile e funzionale) ai costi”. Ne consegue la proposta del sindacato secondo cui: ”Vanno confermati e valorizzati i Contratti di solidarietà quale strumento alternativo alla messa in mobilità o ai licenziamenti”. Facendo propria la tesi padronale secondo cui il diritto al lavoro e a un salario equo vanno resi compatibili con le esigenze delle aziende e del mercato.
Anche sulla previdenza il sindacato non chiede il superamento della logica che ispira la “riforma Monti” tesa solo a fare cassa anche sulle pensioni, soprattutto su quelle più basse, abolendo quelle di anzianità, passando al contributivo ed elevando l’età pensionabile a 67 anni, ma rivendica addirittura: ” La sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico- la quale - resta legata alle dinamiche future di crescita e sviluppo del Paese e all'andamento dell'occupazione” e quindi al mercato. Da questo scaturiscono solo delle semplici e modeste proposte di scaglionamento e di gradualità delle cose già decise e tradotte in legge.
Privatizzazioni. Il sindacato non si schiera contro di esse, ma chiede che esse siano indirizzate: "Prioritariamente al rilancio dello sviluppo vanno finalizzate le liberalizzazioni per le quali il sindacato confederale richiede al governo un confronto di merito affinché vengano definite caratteristiche di omogeneità nei diversi ambiti, una maggiore concorrenzialità e le condizioni per realizzare investimenti e occupazione". I sindacati chiedono quindi che il governo "apra subito un tavolo di confronto con le parti sociali".Maggiore concorrenzialità, quindi, per il sindacato in ossequio al liberismo trionfante, poco importa che il decreto sulle liberalizzazioni esce il 20 gennaio mentre l’incontro Governo sindacati si farà il 23 gennaio p.v.. Segno evidente dell’importanza che il Governo attribuisce all’incontro stesso.
Nel cappello politico del documento, il sindacato, prende atto dell’attuale crisi economica le cui conseguenze, è affermato “colpiscono in particolare le famiglie, i giovani, i lavoratori e i pensionati” s’impone pertanto “un cambiamento nella politica economica del Governo il quale dopo la manovra di fine 2011 per consolidare i conti pubblici e rientrare dal deficit bilancio è chiamato ora a mettere in atto politiche che favoriscano la crescita, il lavoro, l’equità sociale e fiscale, a sostenere una svolta coerente della politica economica europea verso obiettivi di sviluppo e occupazione”.
Il sindacato, segnala l’esistenza della crisi, rileva che questa ha conseguenze negative solo per i soliti noti, evita, però, accuratamente di attribuirne responsabilità sociali e politiche, si guarda bene, inoltre, dal tentare una seppur timida analisi, sugli interessi economici e sulle responsabilità politiche e sociali che hanno prodotto la crisi.
Per il sindacato la crisi è come un evento naturale catastrofico che, quando arriva, arriva. Da un tale evento non ci si può salvare. Esso, in qualche modo, sarebbe democratico perché colpisce tutti alla stessa maniera, senza fare distinzioni sociali, lavorative o economiche. In caso di un tale evento tutti si devono rimboccare le maniche ognuno secondo le proprie possibilità, come in una famiglia.

Sappiamo che così non è. La crisi è stata prodotta dal mercato capitalista e finanziario e dalle leggi spietate, che consentono a pochi di continuare ad arricchirsi attraverso le più spregiudicate operazioni economiche e finanziarie, mentre si affamano masse crescenti di cittadini e di diseredati che sono colpite non solo nei redditi ma anche nei diritti sociali e civili.
La crisi allarga le differenze sociali e ne genera altre.

Le classi sociali hanno interessi diversi e contrapposti pertanto, in caso di crisi si accentua il conflitto sociale su chi ne abbia la responsabilità e su chi debba pagarne le conseguenze. Le crisi, esaltano gli egoismi e i soggetti economicamente più forti ne scaricano i costi su altri soggetti e classi sociali.

Secondo il sindacato, invece, non ci sono responsabilità di classe nella crisi. Se esiste un problema di equità, perché la manovra del governo colpisce solo i redditi fissi, lavoratori dipendenti e pensionati, non è da addebitarsi ad una precisa volontà classista.
Per questo nel documento Cgil Cisl e Uil è chiesto semplicemente al Governo di “mettere in atto politiche che favoriscano la crescita, il lavoro, l’equità sociale e fiscale”.
Se, però, esiste la necessità di favorire l’equità sociale e fiscale, allora il sindacato riconosce implicitamente l’esistenza di un problema di equità, non di dimensioni tali, però, da determinare conflitto sociale.
Se, da una parte, infatti, nel suo documento, il sindacato indica quali soggetti colpiti dalla crisi, le famiglie, i giovani, i lavoratori e i pensionati, dall’altra, si guarda bene di individuare quali sono gli altri soggetti che, viceversa, hanno la condizione di privilegio di non subire la crisi né di pagarne le conseguenze.
Se ci sono soggetti che pagano, per i quali si pone un problema di equità, e soggetti che non pagano, perché si è creata e chi ha determinato questa situazione?
E’ inoltre è un fatto nuovo che a pagare e ad essere discriminati sono sempre gli stessi soggetti? Oppure è una consuetudine?
E’ una novità che ad avere privilegio sono sempre gli stessi altri soggetti? Oppure è una consuetudine?
E’ il risultato di decenni di lotta politica ed economica, nella quale si è rinnovata l’aggressività dei ceti dominanti che hanno imposto, come generali e di tutti, i loro interessi e le loro convenienze, agevolati da un sindacato e da una ”sinistra” divenuti subalterni e paladini delle loro logiche liberiste e di mercato.
E’ sulla base di questi presupposti che il sindacato vuole dare ad intendere di voler modificare i contenuti della manovra del Governo Monti: Attraverso una “democratica trattativa o concertazione” correggendo quei punti che determinano l’iniquità sociale e fiscale, sapendo benissimo in partenza che ciò che è stato deciso non subirà alcuna modifica significativa, imbrigliando in questo modo le eventuali proteste alternative dei lavoratori.
Proprio per questo la costruzione del documento non è avvenuta attraverso il coinvolgimento degli interessati e non si è costruita alcuna mobilitazione sociale contro l’iniquità, come sarebbe stato necessario per sostenere le “rivendicazioni”, sconosciute peraltro agli interessati.
Quella messa in piedi rappresenta solo un’operazione di facciata di un sindacato che sa di non avere il consenso dei lavoratori, perché con le sue politiche di compatibilità e concertazione ha abbandonato da tempo gli interessi dei lavoratori per dedicarsi a quelli del Paese che poi sono quelli del mercato, contribuendo così all’attuale situazione d’iniquità.
Il sindacato, con il suo modo di agire si impossessa arbitrariamente del diritto a trattare senza alcun mandato preventivo dei lavoratori, appropriandosi di una delega in bianco per la trattativa del 23 p.v. e, quindi del diritto di stabilirne dal vertice gli eventuali punti di caduta.
Del resto il sindacato va a trattare con un “Governo tecnico”, anch’esso privo di legittimazione democratica, perché nominato, non eletto.
Tutto questo determina il paradosso di una trattativa fra parti non rappresentative di nessuno, in realtà entrambe paladine del mercato, delle compatibilità capitaliste e delle classi privilegiate.

giovedì 12 gennaio 2012

La Cgil è seriamente interessata a un accordo col Governo

“Siamo seriamente interessati a provare a fare un accordo sindacale con il governo ma, come sempre, sarà il merito(?) a decidere. Entro la fine della settimana ci sarà un incontro con i segretari generali di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, per provare a costruire insieme una piattaforma unitaria in vista del confronto e mi pare che in questo momento ci siano le possibilità per realizzarla”. E’ quanto ha testualmente affermato il segretario della Cgil Susanna Camusso la quale ha anche sostenuto che il 2012 si annuncia un anno “drammatico” a causa della recessione e della disoccupazione, a rischio anche per la “tenuta sociale”: per questo, “in una fase così difficile fare un accordo sindacale con il Governo sarebbe un risultato molto importante”.
In queste affermazioni si condensa in maniera purtroppo chiaro lo stato del sindacato italiano.
Da quali considerazioni nasce, per la Camusso l’interesse a fare un accordo col Governo sul mercato del lavoro? Esistono oggi le condizioni per trattare con un Governo che ha operato un attacco totale alle condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati, snobbando peraltro il sindacato?
A questa domanda la risposta dovrebbe essere scontata. No. Il governo Monti, infatti, ha prodotto uno degli attacchi più gravi alle condizioni di vita dei discriminati, tanto è vero che la stessa Cgil ha fatto uno sciopero generale di quattro ore, diventate poi tre per mediare con Cisl e Uil, con presidi davanti alle prefetture con il coinvolgimento dei Comuni, delle Province e delle Regioni, contro la manovra.
Per la Confederazione "la manovra proposta dal Governo contiene poche novità positive (sulla crescita e sulle infrastrutture) e molte parti gravi che non la configurano come una manovra equa, ma che grava su lavoratori e pensionati".
Che cosa è cambiato da allora? Il Governo ha forse tenuto conto dello sciopero generale? Ha per caso convocato i sindacati, visto che prima non lo aveva fatto, per apportare modifiche alla manovra? Ha forse accolto le richieste di modifica che venivano dalle piazze e dagli scioperanti? Niente di tutto questo. La manovra diventata, anzi, legge.
Il popolo e i lavoratori pagano. La lotta per cancellare quanto deciso dal Governo, dimenticata. Lo stesso sciopero si è tramutato in un’altra tassa pagata dai lavoratori, inutile, perché non ha prodotto alcun risultato e di lotta il sindacato non parla più, anzi propone di trattare a quello che dovrebbe essere il suo avversario, contro il quale ha chiamato i lavoratori a scioperare: Il Governo.
Come si può dichiarare di essere interessati a fare un accordo, anche se sarà, naturalmente, il merito a decidere, con chi ti sbatte la porta in faccia e calpesta i diritti dei lavoratori? Non è forse alzare la bandiera bianca della resa e accettare totalmente la manovra, contro la quale si rinuncia a lottare?
Era questo che si sarebbe aspettato chi ha scioperato a dicembre?
Oppure ben altro avrebbe dovuto essere il comportamento del sindacato se avesse scelto di difendere i lavoratori. Non fare uno sciopero di facciata avente il solo scopo di salvare le apparenze, ma costruire, tra i lavoratori e i pensionati, una piattaforma alternativa che tutelasse i discriminati e ribaltasse le basi liberiste e di classe dell’attuale manovra. Su questa piattaforma portare fino in fondo la lotta contro un Governo e un padronato che intendono trattare solo con sindacati accondiscendenti e subalterni alle logiche del mercato.
Niente di tutto questo. La Cgil invece di essere conseguente con i giudizi, le affermazioni e lo sciopero generale contro la manovra, propone oggi, una trattativa insieme a Cisl e Uil, su una piattaforma che sarà predisposta a tavolino fra loro, accondiscendendo di assecondare, invece che contrastare il Governo, sul cosiddetto mercato del lavoro.
Che cosa hanno da guadagnare da tutto ciò i lavoratori?
Perché la Cgil vuole raggiungere un accordo con un Governo che del sindacato s’infischia totalmente? La risposta l’ha fornita il presidente della Repubblica Napolitano che ha magnificato:
” … il ruolo del sindacato come soggetto portatore d’interessi generali del Paese e non soltanto interessi di categoria”. La segretaria della Cgil allineandosi all’istante ha accolto positivamente le parole di Napolitano. “I sindacati – ha anzi osservato – difendono gli interessi generali, in assenza di questa convinzione, infatti, prevale un’idea corporativa della società e che s’interloquisce con i corpi intermedi solo su specifici segmenti, senza il necessario confronto generale”.

E’ questa l’idea del sindacato generale della Cgil?
I lavoratori e i discriminati, quindi, nell’interesse generale del Paese devono accettare tagli e tasse; pensioni di fame a settanta anni e licenziamenti altrimenti, se difendessero i loro diritti e le loro conquiste, che non sono stati gentili concessioni, ma sono costati lacrime e sangue e ottenuti a prezzo di dure lotte, si dimostrerebbero corporativi.
Poco importa se il privilegio e la disuguaglianza dilagano. Poco importa se le imprese e il padronato, che evidentemente non sono corporativi, nell’interesse generale del Paese continuano ad arricchirsi anche in questa fase. Essi, infatti, continuano a de localizzare le loro attività, a sfruttare il lavoro precario e nero, a calpestare i diritti dei lavoratori, a cancellare i contratti nazionali di lavoro, a trattare solo con i sindacati “disponibili” emarginando gli altri (Fiom, sindacati di base), ad accaparrarsi e trarre profitto, grazie alle liberalizzazioni e privatizzazioni, di attività prima pubbliche e ora, nell’interesse generale naturalmente, private, come servizi, trasporti, energia, sanità, scuola, previdenza, assicurazioni, autostrade, ecc., ecc., ecc..
Il male è proprio questo: La Cgil e quelli, Partito Democratico in testa, che ancora oggi vogliono far intendere di stare a sinistra e dalla parte dei discriminati, hanno in realtà fatto un’altra scelta di campo e hanno deciso di stare dalla parte del mercato, delle liberalizzazioni e delle compatibilità capitaliste.
Occorre prendere atto di ciò e trarne le conseguenze. Prima lo faremo meglio sarà.

sabato 7 gennaio 2012

Ragionando sul privilegio, la disuguaglianza, l’ingiustizia e le classi sociali

Il privilegio è un vantaggio concesso a una singola persona, a un gruppo o a una comunità di persone. Il privilegio esclude tutti quelli che non detengono il vantaggio stesso.
Il privilegio o i privilegi sono espressione dell’esistenza della disuguaglianza fra i cittadini perché non detentori dello stesso diritto.
Quando le persone o gruppi o le classi vantano in maniera stabile e consolidata un diritto diverso, non c’è solo disuguaglianza, ma ingiustizia sociale, perché alcuni hanno uno status superiore e migliore precluso agli altri.
E’ quanto sta succedendo in Italia e nei paesi capitalisti, dove il trattamento riservato ai cittadini è diverso e improntato a situazioni di diritto più vantaggioso per alcuni e più svantaggioso per tutti gli altri. Se, ad esempio, le norme per accedere ai trattamenti pensionistici sono diverse, come avviene per i parlamentari, allora c’è privilegio, discriminazione e quindi disuguaglianza.
Se l’apporto economico allo stato attraverso le tasse è più basso e incide di meno per chi possiede di più, e incide di più per chi possiede di meno, allora c’è privilegio e discriminazione. Se la maggior parte dei cittadini paga le tasse attraverso il sostituto d’imposta, quindi in maniera anticipata a prescindere dalla volontà, mentre altri non hanno tale soggetto e quindi pagano a consuntivo e solo quando ritengono di farlo, allora c’è privilegio.
Se alcuni cittadini possono adeguare liberamente, e a proprio piacimento, i propri guadagni in base alle leggi del mercato, mentre altri devono “contenerli all’interno di un’inflazione” non reale ma programmata, allora c’è privilegio.
Alcuni hanno la possibilità e il diritto di assumere o licenziare o meno altri cittadini, in base alla loro convenienza e piacere. Essi possono determinare o meno, per altri cittadini, le condizioni economiche sufficienti per la loro libertà ed emancipazione sociale. La Costituzione italiana sancisce infatti nell’art. 3 che:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non sono i primi cittadini detentori di un privilegio enorme rispetto i secondi?
Se a un imprenditore vuole, può de localizzare (per aumentare i suoi guadagni) e licenziare (quindi privare i lavoratori dei mezzi necessari per i propri bisogni e libertà), oppure precarizzare il lavoro, cancellare diritti, regole o contratti di lavoro. Ai lavoratori non resta altra strada che subire e pagare. Si pone allora anche qui, un problema di privilegio, discriminazione e disuguaglianza?
Il ceto politico e il padronato, entrambi appartenenti alla classe dei privilegiati, pretendono e decidono, in base ad un presunto superiore interesse nazionale, che poi è il loro interesse, che i lavoratori a reddito fisso siano costretti ad accettare licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, sottosalario, precarizzazione del lavoro, pensioni di fame a età sempre più avanzata, tasse esorbitanti, anche se questo limita fortemente la loro condizione economica e la loro libertà. Si guardano bene, però, dall’intaccare le loro condizioni di privilegio e anche se riducono alla fame i cittadini, continuano ad arricchirsi sempre più sfacciatamente. Essi godono di enormi profitti, prebende, rendite e di un sistema fiscale che offre loro scappatoie, condoni e scudi fiscali, traendo enormi vantaggi rispetto a tutti gli altri cittadini. Insultando oltretutto i discriminati tentando di far credere loro che tutto ciò sia giusto, normale e nel loro stesso interesse.
La pace sociale e la coesione e l’interesse nazionale basati sul privilegio, la discriminazione, la disuguaglianza e l’ingiustizia sono un imbroglio perché non sono convengono a tutti, ma solo a pochi appartenenti tutti alla stessa classe perché a godere della situazione è sistematicamente uno stesso insieme di persone e a essere discriminato è sempre lo stesso altro insieme di persone. Si realizza così uno stabile dominio de privilegiati. Essi, attraverso le loro leggi legittimano e legalizzano questo stato di cose, facendo passare le proprie convenienze come legge e bene supremo del Paese. Realizzando un dominio o dittatura di classe.
Battersi contro questo stato di cose, denunciare il privilegio e le discriminazioni sociali e lottare contro di esse, non è antipolitica, come sostengono in maniera subdola e interessata, alcuni falsi democratici, che danno demagogicamente ad intendere di essere contro l’ingiustizia e per l’uguaglianza, ma poi, con la loro politica di mercato, di compatibilità, di sacrifici a senso unico, di privatizzazioni e liberalizzazioni, e con il loro voto, si fanno portatori degli interessi dei privilegiati, dei padroni e della classe dominante cui hanno scelto di appartenere.
Battersi contro questo stato di cose significa riprendere la bandiera e la lotta per l’uguaglianza, per i diritti dei discriminati, per la libertà e la democrazia.