lunedì 21 maggio 2012

L'impossibile unità

Dare spazio al lavoro e all’impegno per favorire la crescita. E’ questo lo slogan di fondo e la bandiera di un’iniziativa comune delle “forze sociali” viterbesi dall’Adoconsum e a seguire Adoc, Cgil, Cia, Cisl, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti, Federlazio, Legacoop, Ugl Uil e Unindustria. “Lo stato di sofferenza dei lavoratori, degli imprenditori e delle loro famiglie- sostiene l’insieme delle associazioni di cui sopra, in un apposito volantino- non lasciano indifferenti. Dobbiamo trovare una via d’uscita dal tunnel. Dobbiamo reagire, insieme e ciascuno per la propria parte. Possiamo farcela”. Su queste basi venerdì 25 maggio le associazioni di categoria e i sindacati hanno organizzato una manifestazione a piazza del Plebiscito alle 19,30. L’iniziativa parte dal presupposto per cui davanti alla crisi gli interessi dei soggetti rappresentati dalle singole “associazioni di categoria” siano indifferentemente gli stessi. Che i lavoratori e gli imprenditori e loro famiglie cioè, siano colpiti allo stesso modo e non esistano interessi configgenti fra loro. Per cui essi devono collaborare tutti insieme per uscire dalla crisi. Il richiamo all’unità del Paese e alla collaborazione nazionale, anche in una realtà di differenze economiche e sociali sempre più elevata, è diventato una costante nella politica dei partiti e vede impegnate anche le più alte cariche pubbliche. L’iniziativa del 25 maggio che tenta di unificare l’inconciliabile, lancia una serie di proposte di “alto contenuto politico”, inserendole in questo contesto, ha lo scopo di far credere a chi paga veramente la crisi, lavoratori, pensionati, precari e disoccupati di trovarsi sulla stessa barca di chi crea, contribuisce ad alimentare o sfrutta la crisi per il proprio tornaconto: ricchi, speculatori finanziari, banche e salvatori milionari del Paese. Che questa linea sia portata avanti da imprenditori o da organizzazioni sindacali storicamente interclassiste non rappresenta una novità. E’ cosa ben diversa quando questa posizione è sostenuta da organizzazioni sindacali con una storia di classe ben diversa, di lotte e di conquiste per i lavoratori e i discriminati, come la Cgil o da partiti che continuano a definirsi di sinistra. Non si tratta di rispolverare tesi che oggi sono sbrigativamente liquidate come viziate da pregiudizi ideologici superati. Al contrario, si tratta di chiamare le cose con il loro vero nome. La politica di “collaborazione sociale”, del resto. non è una novità del Governo dei Tecnici e dei partiti della cosiddetta seconda Repubblica. Essa fu inaugurata dal Governo Craxi che, nel 1984 tolse quattro punti di contingenza dai salari dei lavoratori, con la scusa di creare occupazione per i giovani. Da questi quattro punti dipendevano le sorti del Paese fu sostenuto. Persi i quattro punti tutto rimase come prima, con la sostanziale differenza che il potere di acquisto dei salari cominciò a tracollare, la disoccupazione in particolare quella dei giovani, invece continuò ad aumentare. Da allora in poi sempre peggio. Con la stessa logica di collaborazione sociale, basata sulla cancellazione di diritti e salario, fu azzerata del tutto la scala mobile, precarizzato il rapporto di lavoro (leggi Treu e Biagi), privatizzata la previdenza, attaccati i contratti collettivi di lavoro, cancellate le pensioni di anzianità e taglieggiati i redditi fissi attraverso l’inflazione e compromesse le stesse libertà sindacali. L’iscrizione a un sindacato “ragionevole e responsabile” è tornata a essere, come negli anni ’50, condizione o meno di lavoro. Il lavoro, sempre di meno, è stato sempre più condizionato alla rinuncia di diritti e salario. I salari “compatibili” hanno portato i lavoratori italiani a percepire compensi fra i più bassi d’Europa. La flessibilità della manodopera, teorizzata, purtroppo, anche dal sindacato, ha legato completamente il diritto a una vita dignitosa all’esistenza del profitto. Il carico fiscale per i redditi fissi è fra i più alti dell’Ue. Stipendi e pensioni sono taglieggiati dalle tasse alla fonte mentre i percettori di altri redditi, a partire da quelli d’impresa, possono tranquillamente dichiarare redditi inferiori a quelli dei propri stessi dipendenti. Il sistema previdenziale italiano è stato “riformato” e reso “compatibile” col mercato da governi di ogni colore, il cui lavoro ha prodotto il bel risultato che colloca la qualità della previdenza italiana, a partire dal 2020, all’ultimo posto nella graduatoria europea. Il “riformato” sistema previdenziale, inoltre, costringe i vecchi a lavorare fino a 67 anni, con contribuzioni più alte e pensioni dimezzate mentre i giovani sono condannati a essere precari a vita e a lavorare solo quando conviene al mercato e alle sue condizioni, senza avere la speranza di pensione dignitosa in vecchiaia. Che tipo di sorte in comune possono avere i lavoratori con “imprenditori” che de localizzano e licenziano per incrementare i propri profitti? Che comunanza di interessi possono avere i precari o i disoccupati, cui è negata la dignità e libertà di un lavoro, con chi per guadagnare di più, li deruba del presente e del futuro? Che sorte comune ci può essere fra una quantità crescente di discriminati che vede tracollare le proprie condizioni economiche e sociali con la sorte di quella fetta sempre più piccola che accresce contemporaneamente e a dismisura la propria ricchezza? Con la scusa “innovativa”del mercato globale gli imprenditori e i sindacati che hanno sposato questa tesi, vogliono in realtà convincere chi lavora che avere meno salari e meno diritti nel lavoro, significa costruire un futuro di occupazione e di progresso comune, salvare la Patria. E’questo il tentativo di chi vuole far credere ai discriminati di stare sulla stessa barca di chi discrimina. Chi non condivide l’afflato unitario nazionale è fuori dal coro. E’ accusato di fare antipolitica e di sostenere tesi e posizioni ideologiche in barba alla decantata democrazia. E’ vero il contrario. Prendere conoscenza e coscienza della realtà reale e non di quella che immaginaria, può contribuire a creare le condizioni per costruire una società diversa dove lo sviluppo sia rispettoso dei diritti e sia legato ai bisogni dell’uomo che lavora, non agli interessi di chi specula e di chi ha come obiettivo, solo l’arricchimento personale da perseguirsi ad ogni costo.

lunedì 16 aprile 2012

Bersani: ”Se qualcuno pensa di stare al riparo dall'antipolitica si sbaglia. Se non la contrastiamo, spazza via tutti."

E’ quanto va affermando il segretario del Partito Democratico lamentando la crescente disaffezione verso il suo partito che, pur essendo stato “all’opposizione”, fino all’avvento dei “tecnici”, è accomunato nel giudizio negativo che riguarda i partiti politici presenti in Parlamento giudicati come ladri e tutti uguali. Bersani paventa la possibile combinazione di una miscela esplosiva antipolitica e antiparlamentare e per questo antidemocratica che potrebbe creare le condizioni per un intervento eversivo e autoritario.
Su queste argomentazioni, politiciste, indirizzate, non ai cittadini, ma ai soci di governo dell’ABC (Alfano e Casini, oltre Bersani) per gli atteggiamenti furbeschi assunti nel sostegno al Governo “tecnico” Monti, si è sviluppato un dibattito che ha riguardato anche personaggi di “spessore” come Reichlin e Macaluso, anch’essi, perlomeno formalmente in passato comunisti.
No i partiti non sono tutti uguali, com’è possibile che il Pd, sostengono, possa essere accomunato e associato con quei personaggi e partiti che sono stati l’asse politico che ha governato il Paese che ha fatto vergognoso fallimento, ed ha ridicolizzato con i suoi comportamenti l’Italia in ambito internazionale?
È il partito della destra, sostengono, che ha comprato i deputati necessari alla maggioranza, ha corrotto i giudici, ha dichiarato che pagare le tasse è un furto, ha detto che col tricolore “ci si puliva il culo”. Ha imposto alla maggioranza parlamentare di votare solennemente, nell’aula storica di Montecitorio, che la signorina Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak. Hanno insomma portato l’Italia sull’orlo del baratro.
Il Pd è altra cosa. Il Pd, oggi è l’unica forza consistente alternativa alla destra, che può rendere possibile un ricambio democratico. Non capire tutto questo significa fare antipolitica. L’antipolitica diffusa si combatte e si vince con la politica: se prevale la prima vuol dire che la seconda è debole.

Queste argomentazioni potrebbero essere definite miopi e primitive. Esse partono dall’assunto che l’onestà e la correttezza siano elementi caratterizzanti politicamente un partito, sufficienti per far acquisire al Pd quel consenso che invece non ha. Non perché l’onestà e la correttezza politica non siano valori. Perché non si può fondare un partito politico su queste basi. La storia lo dimostra, nessuna forza politica può rivendicarne l’esclusiva.
Quello che ha determinato la differenza sono state le utopie e i progetti politici, anche rappresentati con più o meno coerenza, onestà e correttezza.
L’azione politica del Pd e dei suoi esponenti, negli anni e nelle diverse denominazioni partitiche si è sempre di più caratterizzata, contrariamente da quello che ci sarebbe aspettato da un partito che, nonostante tutto, continua a definirsi di sinistra, nel sostegno dei principi del liberismo e del mercato, dei quali rivendica addirittura la rappresentanza.
La condotta del Pd e dei governi di cui questo partito ha fatto parte, ha risentito pesantemente di questa impostazione, che è però rivendicata anche dallo schieramento contrapposto di centrodestra con il quale il Pd è in competizione non sulla base di un progetto politico alternativo, ma per la presunta maggiore capacità, competenza, onestà e correttezza nel liberalizzare e nel privatizzare.
La competizione con il centrodestra, che a sua volta rivendica la stessa rappresentanza e politica, è su questo.
Quello che il Pd e i suoi dirigenti fingono di non capire è che i cittadini non intravvedono nel Pd un’alternativa al partito e a Berlusconi e al centrodestra, perché entrambi legati al mercato.
Come non considerare legate al liberismo le azioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni? Prendiamo ad esempio il sistema previdenziale e le pensioni. La controriforma o destrutturazione, tesa a legare alle logiche di bilancio e non ai bisogni dei cittadini lo stato sociale, è stata inaugurata da un altro governo di “tecnici” presieduto da Dini, proveniente dal centrodestra, cui poi è tornato, e sostenuto anche dai Democratici di sinistra. Nei governi susseguitisi, l’operazione è andata avanti, sostenuta alternativamente dai due “schieramenti” a seconda della loro collocazione, o al governo o all’opposizione, per arrivare in ultimo al voto palesemente comune di cui è stato gratificato il nuovo “tecnico” Monti.
La precarizzazione del lavoro, non è forse sostanzialmente cominciata con la legge n.196 del 1997, dell’allora Ministro del Lavoro di centrosinistra, Treu e proseguita poi con la legge del centrodestra denominata Biagi n.30 del 2003?
Le politiche di azzeramento dei diritti sindacali e di contenimento dei salari, oltre che delle pensioni, per renderli compatibili con il mercato, non sono state perseguite indifferentemente da entrambi gli schieramenti? Non è a causa di queste politiche che si è determinato un crescente impoverimento dei redditi fissi a favore degli altri redditi? Senza creare, per aggiunta, in barba alle chiacchiere e della demagogia, alcun nuovo posto di lavoro ma incrementando solamente i profitti?
Se in Italia i lavoratori dipendenti hanno i redditi più bassi di quelli dei lavoratori degli altri paesi Ue è un fatto casuale? Se il reddito si concentra sempre di più nelle mani di pochi, a chi è da attribuirne la responsabilità? Se dal 2020 le pensioni italiane saranno le più basse d’Europa di chi è la responsabilità? Se il carico fiscale in Italia grava soprattutto sui redditi fissi ed è il più alto nel continente di chi è la responsabilità? Se sul piano fiscale il dipendente guadagna più dell’imprenditore, da cui dipende, di chi è il merito?
I vari interventi militari, naturalmente a difesa della pace e della democrazia, che si sono susseguiti negli anni, Jugoslavia, Iraq, Afganistan e Libia, non sono forse stati portati indifferentemente avanti dai governi dei due schieramenti? Non è stato proprio il Pd a determinare, con la sua posizione apertamente interventista, l’intervento italiano in Libia?
L’informazione, il sapere, la salute, l’energia e l’acqua, i trasporti, ecc. non rispondono sempre più a logiche di mercato e di profitto a danno della qualità e del sociale? Chi ha determinato ciò? Forse il Pd vuole cambiare questo stato di cose?
L’attuale situazione economico-politica è il prodotto di una sorta di staffetta politico-governativa fra centrodestra e centrosinistra alternatisi nel governare e ora arrivati dopo venti anni di contrapposizioni di facciata e di teatrini, a sostenere apertamente con il voto lo stesso governo e le stesse politiche che stanno determinando una macelleria sociale senza precedenti.
I cittadini hanno capito che il loro parere non conta e non è richiesto nemmeno. Nessun partito ha mai richiesto un mandato elettorale per tagliare le pensioni o produrre leggi di precarizzazione del lavoro o strozzare i redditi fissi con un carico fiscale insopportabile. Neanche dei molteplici pronunciamenti referendari dei cittadini i politici, di entrambi gli schieramenti, hanno tenuto o stanno tenendo conto: sul nucleare (due referendum), sul finanziamento dei partiti, sui ministeri dell’agricoltura e della sanità, ecc. Se questa è la democrazia …..
Perché mai i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i precari e i disoccupati dovrebbero dare il proprio consenso a un partito che si dice di sinistra e poi è totalmente schierato su posizioni politiche legate al liberismo, al mercato, alle privatizzazioni e alle compatibilità capitaliste o tipicamente di destra come avvenuto anche con le “riforme” elettorali ispirate al sistema maggioritario?
I dirigenti del Pd ritengono che il loro punto di vista rappresenti la Politica, sia oggettivo ed indiscutibile, mentre quello di chi non concorda con loro sia dettato, a seconda dei casi e della convenienza, o da atteggiamenti pregiudiziali e ideologici o dall’antipolitica.
E’, invece, il confronto tra progetti alternativi credibili che può sconfiggere possibili tentazioni populiste (Berlusconi) o apertamente autoritarie.
L’opinione pubblica non vede nel Pd e nei suoi dirigenti una alternativa al centrodestra, perché con la loro condotta essi portano tutta la responsabilità storica e politica per aver contribuito a cancellare quello che di buono c’era, e non era poco, nella sinistra della cosiddetta prima Repubblica, altro che antipolitica.

giovedì 12 aprile 2012

Cgil Cisl e Uil fingono di opporsi alla “riforma delle pensioni”

Il 13 aprile si terrà a Roma la manifestazione nazionale di Cgil Cisl e Uil per “ottenere soluzioni immediate per chi è rimasto: senza lavoro, senza reddito e senza pensione e per cancellare l’ingiustizia delle ricongiunzioni onerose”.
La crisi economica ha determinato la chiusura di tantissime aziende e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Laddove è stato possibile sono stati sottoscritti accordi sindacali, anche con la partecipazione di rappresentanti pubblici che hanno agevolato l’esodo dei lavoratori anziani. Tantissimi lavoratori sono stati indotti a rinunciare al proprio lavoro e ad accettare il licenziamento perché prossimi alla pensione in base ai requisiti previsti dalle norme preesistenti la “riforma delle pensioni” del governo Monti.
Con la “riforma” Monti sono state abolite le pensioni di anzianità ed è stato elevato il limite di età e di contribuzione per l’accesso alle nuove pensioni questo ha prodotto che i lavoratori posti in esodo si sono trovati senza lavoro, senza stipendio e senza pensione a causa dell’incremento dell’età riguardante la speranza di vita.
A questo va ad aggiungersi l’incremento scattato dal luglio del 2010 che impone ai lavoratori, in particolare quelli esodati, per andare in pensione, pesantissimi oneri di ricongiunzione molto gravosi, in molti casi, di centinaia di migliaia di euro, con la conseguenza che molti lavoratori, non potendo pagare, si trovano nella condizione di non aver diritto a pensione.
Manifestare contro un governo che stravolge le regole pensionistiche e priva del necessario per vivere chi, dopo aver lavorato una vita, è arrivato al traguardo della pensione non solo è giusto ma sacrosanto.
La violenza esercitata su chi è incappato nelle “nuove” regole delle pensioni credendo nei suoi diritti e nello stato di diritto che dovrebbe esistere un Paese civile è enorme. Per loro non c’è salvezza alcuna, altro che decreto “salva Italia”.
Fa bene dunque il sindacato a manifestare contro questa palese ingiustizia e prevaricazione.
Stupisce e indigna però che non sia oggetto della protesta la riforma delle pensioni nel suo insieme ma essa sia circoscritta ai soli obiettivi, pur giusti, relativi gli esodati e le ricongiunzioni onerose.
Il 12 dicembre dello scorso anno Cgil, Cisl e Uil hanno indetto lo sciopero generale contro l’operato del Governo Monti, in particolare le richieste Cgil erano: La conferma dell’indicizzazione sulle pensioni medio basse; la conferma come requisito per l’accesso alle pensioni di anzianità di quaranta anni di contribuzione; la tutela dei lavoratori in mobilità o licenziati; di rendere più graduale l’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici; di rendere progressiva l’imposta sulla casa, altrimenti graverebbe soprattutto sui redditi medio bassi; di attuare la riforma degli ammortizzatori sociali.
In aggiunta la Cgil, nel definire iniqua la manovra perché colpiva soprattutto i redditi più bassi, contraeva i consumi, accentuava la recessione, creava nuova disoccupazione, chiedeva che a pagare fossero i più ricchi e chi non ha mai pagato. Per questo richiedeva: 1) Una imposta sulle grandi ricchezze; 2) La tassazione vera dei capitali scudati; 3) La tassazione dei capitali portati in Svizzera; 4) La vendita e il canone sulle frequenze televisive; 5) La riduzione delle spese per l’acquisto di 131 bombardieri F 35; 6) L’avvio di una seria e costante battaglia contro l’evasione fiscale, tra le più alte e scandalose al mondo.
Di tutte le richieste, pur molto moderate, avanzate dalla Cgil, quante sono state accolte? Pressoché nessuna. La stessa richiesta di riforma degli ammortizzatori sociali si è tramutata in un ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori che sono i soli a pagare, sull’articolo diciotto.
Troppo poco.
La manifestazione del 13 aprile avrebbe dovuto essere il conseguente proseguimento di quanto iniziato con lo sciopero generale di dicembre. Invece sembra il suo definitivo affossamento poiché “dimentica” le rivendicazioni che lo stesso sindacato si era dato e cancella dagli obiettivi dell’iniziativa ogni rivendicazione di equità.
C’è da augurarsi che la manifestazione di domani coinvolga una grande massa di lavoratori che non è contro l’iniqua politica del Governo Monti e la sua politica pensionistica, ma solo sui problemi degli esodati e delle ricongiunzioni.
Questi obiettivi parziali fanno passare in secondo piano gli stessi pronunciamenti del sindacato pronunciati nelle piazze in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre e riducono la protesta a soli obiettivi particolari con il fine di illudere i lavoratori sui reali contenuti della lotta, da una parte, e dare un messaggio politico ben preciso, al Governo ed al padronato, dall’altra, sulla reale intenzione del sindacato: Quello di rinunciare a combattere su tutto il resto. Del resto i pacchetti di sciopero a babbo morto lo dimostrano a pieno.

mercoledì 21 marzo 2012

Il governo di “tecnici” liberali e miliardari, dopo le pensioni demolisce le residue libertà dei lavoratori

Il dado è tratto e la “riforma” del mercato del lavoro è cosa fatta. Un governo composto da pasdaran del mercato e delle liberalizzazioni, coadiuvato dal padronato e da sindacati più realisti del re, cancella con un atto di forza l’ultimo strumento di libertà per i lavoratori, l’art. 18, che imponendo l’obbligo della riassunzione alle aziende, in caso di licenziamento operato senza giusta causa, permette ai lavoratori, nei posti di lavoro, di difendere i loro diritti senza il ricatto del licenziamento.
Marchionne e la Fiat, dopo aver negato ai tre delegati Fiom il ritorno al loro posto di lavoro, nonostante la sentenza della magistratura, salteranno di gioia. Hanno fatto scuola e tracciato la strada.
Quanto deciso dal Governo sulla spinta del padronato più arretrato e becero e dalle parti sociali, compresa la Confindustria, ma senza la Cgil, da la libertà al padrone di licenziare a suo piacimento, salvo poi un misero ed umiliante indennizzo.
Questo premia l’arroganza padronale e cancella il diritto calpestato di chi lavora e consentirà alle aziende di liberarsi comunque del personale scomodo (chi pretende i propri diritti, chi sciopera o aderisce a sindacati non graditi, chi si ammala, chi va in gravidanza, ecc.) con il pretesto di motivi economici, che ogni imprenditore potrà facilmente accampare, senza alcuna possibilità reale di controllo. La reintegra ci sarà nel solo caso in cui l’imprenditore dovesse dichiarare che licenzia una persona perché è nera o comunista o iscritta al sindacato. Cioè mai.
L’art. 18, dopo la cura Monti- Fornero, con la cancellazione dell’obbligo del reintegro toglie a chi lavora ogni tutela e lo piega alla volontà e all’interesse del padrone privandolo di ogni residua libertà.
Quanto successo è stato possibile dalla ritrovata aggressività del padronato ma soprattutto dal tradimento di quelle forze politiche e sindacali che hanno abbandonato l’obiettivo dell’emancipazione del lavoro dallo sfruttamento e dal profitto, e hanno fatto propri il liberismo, le compatibilità e il mercato.
I lavoratori si sono trovati, a seguito di ciò, senza rappresentanza in Parlamento e senza tutela sindacale e ne pagano le conseguenze.
La Cgil negli ultimi venti-trenta anni, dopo aver abbandonato la sua linea di classe in difesa dei lavoratori, ha sostenuto in prima persona, sottoscrivendo accordi, le ragioni delle imprese ed ha legato agli interessi del libero mercato e delle compatibilità capitaliste i diritti, l’occupazione, i salari, le condizioni di lavoro e lo stato sociale. Altre volte non ha sottoscritto furbescamente accordi. L’hanno fatto al posto suo Cisl e Uil con il successivo tacito e strumentale accodamento della Cgil.
Tutto questo è successo in più occasioni. I risultati li conosciamo: I lavoratori italiani hanno i salari più bassi d’Europa, la disoccupazione più alta, il sistema pensionistico più punitivo e sono colpiti dal più pesante carico fiscale del continente.
Di chi è la responsabilità di questo arretramento? Del padronato certo. Soprattutto però di un sindacato che ha mancato al suo ruolo anzi, che ha facilitato il processo facendo proprie le logiche di mercato delle aziende.
Quanto successo con l’ultima “riforma” delle pensioni lo chiarisce fin troppo.
Davanti alla prepotenza del Governo dei tecnici e dei miliardari che, con la manovra economica di fine anno, ha colpito lavoratori e pensionati e salvato i ricchi, il gruppo dirigente della Cgil ha in un primo tempo proclamato uno sciopero generale di … tre ore, preoccupato di una possibile protesta spontanea di massa dei lavoratori, da governare e imbrigliare. Siccome poi la protesta non c’è stata, la partita pensioni è stata chiusa in tutta fretta.
Oggi il gruppo dirigente della Cgil, quello che il 23 marzo 2002 organizzò la più grande manifestazione mai tenuta in Italia, contro la manomissione dell’art. 18, si trova nelle stesse condizioni in cui era per le pensioni, quella di non poter cioè approvare ma nemmeno contrastare l’operato del Governo, grazie anche al ruolo certamente non super partes svolto dal Presidente della Repubblica, l’ex comunista (?) Napolitano.
Solo una risposta largamente di massa alle iniziative di lotta che saranno fissate costringerà la Cgil e, con essa il Pd, ad agire veramente contro l’abolizione dell’art. 18: Entrambi sono ansiosi di collaborare col Governo Monti a salvare l’Italia dei ricchi, ma nello stesso tempo sono preoccupati di non perdere il consenso, soprattutto elettorale, dei lavoratori italiani dei quali senza meritarlo pretendono ancora la rappresentanza politica e sindacale.

martedì 13 marzo 2012

Dopo quella sulle pensioni la Cgil si appresta a una nuova sceneggiata sul “mercato del lavoro”

Il Corriere della sera di ieri 12 marzo riporta testualmente: ”Modello tedesco per i licenziamenti e un percorso negoziale che consenta alla Cgil di stare al tavolo fino all'ultimo momento”.
“L'articolo 18, così com'è, resterebbe solo per i licenziamenti discriminatori. Per i licenziamenti economici, secondo la proposta del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, è previsto un controllo da parte del giudice limitato alla verifica che non si tratti di un licenziamento discriminatorio. Ma il giudice non potrà sindacare sull'effettività del motivo economico-organizzativo. Il licenziamento seguirà una procedura sindacale e non ci sarà un diritto al reintegro ma solo a un congruo indennizzo”.
Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso”.

“Il terzo tipo di licenziamento è quello chiesto dalle imprese e riguarda i motivi disciplinari: in questo caso oggi il lavoratore, se il giudice ritiene che non esista il giustificato motivo, ottiene reintegro e indennizzo. Con la riforma invece avrebbe diritto, a discrezione del giudice, al reintegro o all'indennizzo fino a 18 mensilità, secondo il modello tedesco. Ma le nuove norme varrebbero solo per i nuovi assunti? Si sta affacciando l'idea che possano valere senz'altro per i nuovi assunti e tra un paio d'anni, a crisi superata, anche per i vecchi. Un modo per evitare il doppio regime. Su tutta questa partita sembra difficile ottenere il consenso della Cgil, che però potrebbe restare al tavolo fino alla fine per negoziare tutta una serie di istituti che le consentano, pur non firmando l'accordo, di non strappare e riconoscere parzialmente la bontà dell'intesa. Una modalità che toglierebbe il Pd dall'imbarazzo di dover votare una riforma su cui la Cgil chiamasse invece lo sciopero generale che il leader della Cgil, Susanna Camusso, in un'intervista al Corriere, ha comunque escluso”.
Che la posizione e il ruolo svolto dalla Cgil e dal Partito Democratico fossero solo apparentemente a favore dei lavoratori ma sostanzialmente contro le loro ragioni, si era capito benissimo.
La Cgil, sull’onda del liberismo, del mercato e delle compatibilità capitaliste trionfanti, ha reso possibile, con la sola resistenza di facciata di uno “sciopero generale” farsa di tre ore, insieme alle consocie cisl e uil, la controriforma sulla previdenza. Con questa controriforma l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri, uguale per uomini e donne dal 2020, come certificato dal Libro bianco sulle pensioni diffuso dal commissario per l'Occupazione e gli affari sociali.
La Cgil ha consentito, con la sua condotta, una manovra economica che, salvaguarda i patrimoni si scarica taglieggiandoli solo sui redditi fissi dei lavoratori e dei pensionati, ha consentito che non fossero prese misure alcune per contrastare la disoccupazione e le delocalizzazioni.
Ora si appresta a far passare l’attacco finale all’ultimo dei diritti dei lavoratori con la cancellazione dell’articolo 18. Tutto questo dopo aver fornito le più ampie garanzie che la Cgil, protesterà pubblicamente un po', ma non prenderà alcuna iniziativa "vera" contro “l’accordo sul mercato del lavoro” che non firmerà.
D’altra parte la segretaria Camusso ha fatto bene intendere da che parte sta, apertamente con la TAV, contro di cui la Fiom, oltre a un movimento che si va allargando a tutta Italia si è schierata.
Il Pd, da canto suo, collaborerà in quest’opera di tradimento e di doppiogiochismo, sostenendo anche col voto, insieme ai soci del centrodestra e terzo polo, come ha fatto sempre per tutte le misure “tecniche” e antipopolari che il Governo Monti ha preso per la “salvezza dell’Italia” (dei padroni).
L’analisi del Corriere della sera sul comportamento di Cgil e Pd, visti i precedenti pertanto, non è solo credibile, ma è la logica conseguenza dei comportamenti che questi hanno tenuto da una ventina d’anni a questa parte.
Cancellato quest’ultimo baluardo di difesa della dignità di chi lavora, il padrone avrà campo libero e potere indisturbato per licenziare, discriminare, perseguitare tutti quei lavoratori o lavoratrici che a suo insindacabile giudizio ostacolano i suoi piani di profitto per malattia, gravidanza, sciopero o lotta sindacale, adesione a un sindacato alternativo, ecc..
Che il padronato punti a privare i lavoratori dei loro diritti e della loro libertà, si è toccato con mano dopo che la Fiat, che ha assunto il ruolo di punta del padronato italiano, non ha rispettato la sentenza del tribunale di Potenza che prevedeva il reintegro al lavoro di tre lavoratori licenziati per sciopero, obbligandoli all’umiliante posizione di percepire il salario stando in casa e senza lavorare. Il padrone, ha riacquistato arroganza e prepotenza e sulla forza dei suoi soldi si può permettere anche di umiliare impunemente chi gli resiste, altro che articolo 18.
Occorre acquisire la consapevolezza che chi agevola i disegni padronali non è dalla parte dei discriminati.
Per questo occorre denunciare senza tentennamenti o posizioni possibiliste il tradimento, ricostruire e rafforzare una visione alternativa e di classe, ricostruire e rafforzare tutte quelle realtà politiche e sindacali che sono realmente a fianco degli oppressi e dei discriminati se vogliamo veramente contrastare i disegni padronali e gettare le basi per una nuova stagione di lotte e di conquiste.

sabato 10 marzo 2012

L’informazione in un paese “democratico” ovvero l’indottrinamento del potere per il popolo caprone

Televideo Rai del 10 marzo 2012:
Raid Israele a Gaza, morti 12 palestinesi
Sale a 12 palestinesi morti e 19 feriti il bilancio di una serie di raid israeliani effettuati da ieri pomeriggio sulla Striscia di Gaza. Lo si apprende da fonti mediche palestinesi. Si tratterebbe di miliziani. L'offensiva israeliana è stata lanciata dopo che una quarantina di razzi e di colpi di mortaio erano partiti dalla Striscia verso il sud d'Israele ed avevano provocato il ferimento di 4 persone, una in modo grave, secondo quanto rende noto l'esercito di Tel Aviv.
Il Corriere della sera di oggi, riporta sostanzialmente la stessa notizia solo che la reazione israeliana è giustificata dall’ “attacco” palestinese con il lancio non 40 ma più di 80 missili che avrebbero causato il ferimento non di quattro ma di otto persone.
Questi avvenimenti tragici vedono pagare sempre il popolo oppresso palestinese un contributo di sangue sproporzionatamente più alto di quello degli israeliani che sarebbero, diversamente dalla realtà, “aggrediti”. E’ evidente la mistificazione operata dagli organi dell’informazione. Essi sono perennemente in competizione fra loro nell’opera volta a presentare i palestinesi come un popolo di terroristi e aggressori e i soldati e il governo israeliano come paladini della libertà, costretti a intervenire con le armi, loro malgrado, solo dopo ripetute provocazioni.
Poco importa se, come riporta il giornale della Confindustria nel sottotitolo della stessa notizia, a causare la reazione palestinese sia stata la morte (o assassinio) di un leader della resistenza venerdì dopo il lancio, naturalmente provocatorio, di due colpi di mortaio contro Israele. Un altro “democratico” raid israeliano ha ucciso, in quell’occasione, il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi e il genero che secondo l'esercito, stavano preparando un grave attentato in Israele al confine con l'Egitto.
Questo modo di presentare le notizie, degno di una propaganda di regime, non è teso a “informare” l’opinione pubblica ma a convincerla che, in sostanza, i palestinesi se la stanno cercando.
I palestinesi, infatti, a differenza dei militari israeliani, che eliminano solo pericolosi terroristi, se la prendono con le” persone” inermi e democratiche.
I palestinesi, infatti, non sono persone ma militanti o miliziani, cioè terroristi. Essi non sono brutalmente uccisi dall’esercito occupante israeliano, quando opera con i più sofisticati ordigni militari, ma, semplicemente, semplicemente muoiono in occasione dei raid.
L’esercito militare israeliano, davanti all’ipotesi della preparazione di un attentato, non ha bisogno di prendere delle misure precauzionali e prevenire, non ha nemmeno bisogno di celebrare alcun processo né di emettere alcuna sentenza di condanna: passa immediatamente all’esecuzione della sentenza di morte (assassinio?) dei “rei”, colpevoli di rivendicare il proprio diritto su territori strappati loro con la prepotenza e la forza delle armi e trattenuti arbitrariamente. Essi sono colpevoli preventivamente, prima ancora di aver attuato il loro intento criminale: Quello di lottare per essere liberi sulla loro terra, con una loro Patria riconosciuta e di non essere continuamente derubati dalla politica neocoloniale e aggressiva degli “insediamenti dei coloni” israeliani.
Come per altri casi simili, anche questa volta, non si leverà alcuna voce di condanna: i rappresentanti delle istituzioni e i partiti tacciono, gli organi d’informazione, nella quasi totalità dei casi, smorzano la gravità e drammaticità del massacro con titoli asettici che nascondono la realtà, le responsabilità e le proporzioni.
Questo è il modo in cui i paesi “democratici” intendono la libertà e il diritto dei popoli. L’Onu, di tanto in tanto, delibera e gli eserciti dei paesi “democratici” intervengono in difesa della “libertà” e della “democrazia”, ma solo se a loro conviene e se ci sono materie prime (leggi petrolio o altre risorse energetiche) o altri tornaconti economici o militari. In assenza di questi, i popoli possono tranquillamente continuare a subire, perché i paesi “democratici” addormentano le coscienze e con esse il senso del diritto.
Nessuno di costoro si preoccuperà se il popolo palestinese e i suoi legittimi rappresentanti continueranno a subire la prepotenza militare e coloniale del governo e dell’esercito israeliano, se i leader e i legittimi rappresentanti palestinesi continueranno a essere uccisi attraverso “operazioni militari” del “democratico” paese di Israele.

domenica 4 marzo 2012

“Liberalizzazione orari commercio” Ovvero la libertà dei liberisti

Con l’art. 31 del Decreto “Salva Italia”, il Governo Monti ha accelerato il processo di deregolamentazione, già in atto, nel settore del commercio. Ha dato, soprattutto, un illuminante esempio di come i fautori del mercato e delle compatibilità capitaliste intendono la libertà.
Per il liberismo e per i liberisti la libertà non riguarda tutti gli individui, ma solo quelli che possiedono beni che devono essere liberi di investire a proprio comodo e tornaconto.
Le principali politiche economiche liberiste sono legate alla liberalizzazione, anche selvaggia, degli scambi di beni, di servizi e di capitali, quindi all’azzeramento di qualsiasi vincolo e alla diminuzione considerevole delle leggi che regolano l'attività economica.
E’ per questo che i liberisti non tollerano restrizione alcuna, tantomeno da parte dello Stato che può intervenire ma solo a sostegno dell’iniziativa privata.
Su queste basi, incentrate sull’accumulazione di ricchezze e di privilegi economici e politici nelle mani di pochi, si attua una democrazia ristretta nella quale a essere libero non è l’individuo in quanto tale, ma il mercato e l’individuo in quanto possessore di beni capitali da mettere a profitto.
A questa democrazia, quindi, non partecipano a pari titolo tutti gli individui perché essa prevede l’esclusione e l’emarginazione di chi non possiede capitali.
L’applicazione delle teorie liberiste ha portato a concepire il lavoro, l’ambiente, le risorse naturali, la salute, la previdenza, la cultura, l’istruzione, l’informazione, lo sport, i servizi e il tempo libero non come beni di cui godere ugualmente e collettivamente, ma come strumenti di profitto da sfruttare.
Tutto quindi a servizio dell’accumulazione. La stessa informazione, accentrata nelle mani di grossi possessori di capitali, è costantemente impegnata nel convincere che la società liberista sia la migliore delle scelte possibili.
La ricerca del massimo tornaconto ha determinato, sia nei singoli paesi, che a livello mondiale, che i centri di potere effettivo siano diventati le banche e le grandi organizzazioni economiche.
Una "democrazia" perciò non basata sulle libertà dell’individuo, ma su quelle dell’impresa e a servizio dell’accumulazione capitalista.
In questo quadro non hanno cittadinanza i diritti e la libertà dei lavoratori.
Per il liberista, il lavoratore è senza diritti, la sua esistenza è solo in funzione delle esigenze del mercato e dei liberisti, per questo dei consumatori.
Su questa strada vanno perciò create le condizioni più favorevoli per la vendita e l’acquisto di beni, come tenere aperti gli esercizi commerciali il più a lungo possibile, tanto più se i consumi crollano a causa dell’inflazione e dei bassi salari.
E’ evidente che a godere della deregolamentazione degli orari di apertura delle attività commerciali, in particolare dei giorni festivi, domenicali e infrasettimanali, sarà, quasi esclusivamente la grande distribuzione, mentre sarà insostenibile per i piccoli esercizi di cui proseguirà l’azione di smantellamento già da tempo in atto.
I centri storici continueranno a spopolarsi e le città saranno ulteriormente violentate e sempre di più a misura di supermercato.
A subire pesanti conseguenze da quest’opera liberalizzatrice, ispirata alle più sfrenate logiche consumiste, saranno però soprattutto i lavoratori.
Le politiche di “flessibilità” concesse da un sindacato subalterno alle logiche del mercato e agli interessi imprenditoriali, e le leggi Treu e Biagi, volute da governi di centro”sinistra” e centrodestra, che hanno precarizzato il lavoro, permetteranno ancora di più al padronato di far leva sul ricatto occupazionale, con le logiche conseguenze sul piano delle prestazioni lavorative. Turni massacranti, straordinari, lavoro festivo faranno il paio con un ulteriore aumento del lavoro nero e sottopagato.
Quanto sta avvenendo con la liberalizzazione degli orari nel commercio, risponde alla stessa logica mercantile che sta seguendo la Fiat di Marchionne, che prevede sviluppo e occupazione solo a condizione dell’azzeramento dei contratti nazionali di lavoro, del diritto di sciopero, della malattia, delle pause dopo nastri lavorativi di otto ore, ecc. Solo dopo, cioè, la sconfitta dei lavoratori e la cacciata dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro, di quei sindacati che come la Fiom e l’Usb si oppongono a questo piano padronale.
Contrastare e battere questo disegno liberista in tutte le maniere in cui si manifesta, significa lottare per una democrazia basata sulla libertà dell’individuo e non su quella dell’impresa e del mercato.
Significa battersi per la libertà. E'questo un impegno cui non ci si può sottrarre.