I vertici nazionali di Cgil Cisl e Uil hanno predisposto un documento unitario “Per il lavoro, per la crescita, per l’equità sociale e fiscale”. I punti su cui si articola sono:1) Mercato del lavoro; 2) Previdenza; 3) Liberalizzazioni, secondo le intenzioni dei tre segretari. Essi dovranno essere discussi nell’incontro col Governo già fissato per lunedì 23 gennaio p.v..
La filosofia, che ispira l’intero documento, è quella delle compatibilità capitaliste. Politica che ha segnato la linea del sindacato negli ultimi decenni.
Con il documento, infatti, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, tutto il sindacato conferma che al centro del suo orizzonte politico non ci sono i lavoratori, le loro condizioni di vita e di lavoro, i loro diritti, ma le imprese e il mercato. Sono queste ultime a determinare tutto il resto. Le “proposte “ elaborate dal sindacato, sul lavoro, la crescita, l’equità sociale e fiscale, non hanno, infatti, come scopo stravolgere quanto in materia è stato già fatto da Governo e imprese. Il loro obiettivo è di edulcorare quanto è già stato deciso, e quanto si andrà a decidere, senza intaccare il complesso, la struttura e la filosofia dei provvedimenti adottati, ma renderli meno indigesti ai soggetti che, ancora una volta saranno chiamati a pagarne le conseguenze, agevolando, in questo modo l’operato iniquo del Governo.
Sarebbe impossibile valutare diversamente le affermazioni di principio che più volte vengono fatte nel documento. Sul Lavoro: "È necessario un piano organico per dare sostegno all'occupazione, in particolare con strumenti rivolti ai giovani, alle donne, agli over 50 e al reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione e ai disoccupati, valorizzando, con le necessarie correzioni, gli istituti esistenti che promuovono ed incentivano il lavoro stabile, contemporaneamente, vanno ridotte e semplificate le altre tipologie di lavoro flessibile, armonizzando costi e tutele”.
Il sindacato non rivendica, quanto previsto dalla Costituzione e cioè il diritto al lavoro quale strumento indispensabile per l’uguaglianza e la dignità: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Secondo il sindacato il diritto al lavoro stabile e a un salario dignitoso non sono un valore assoluto ma va “armonizzato (reso compatibile e funzionale) ai costi”. Ne consegue la proposta del sindacato secondo cui: ”Vanno confermati e valorizzati i Contratti di solidarietà quale strumento alternativo alla messa in mobilità o ai licenziamenti”. Facendo propria la tesi padronale secondo cui il diritto al lavoro e a un salario equo vanno resi compatibili con le esigenze delle aziende e del mercato.
Anche sulla previdenza il sindacato non chiede il superamento della logica che ispira la “riforma Monti” tesa solo a fare cassa anche sulle pensioni, soprattutto su quelle più basse, abolendo quelle di anzianità, passando al contributivo ed elevando l’età pensionabile a 67 anni, ma rivendica addirittura: ” La sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico- la quale - resta legata alle dinamiche future di crescita e sviluppo del Paese e all'andamento dell'occupazione” e quindi al mercato. Da questo scaturiscono solo delle semplici e modeste proposte di scaglionamento e di gradualità delle cose già decise e tradotte in legge.
Privatizzazioni. Il sindacato non si schiera contro di esse, ma chiede che esse siano indirizzate: "Prioritariamente al rilancio dello sviluppo vanno finalizzate le liberalizzazioni per le quali il sindacato confederale richiede al governo un confronto di merito affinché vengano definite caratteristiche di omogeneità nei diversi ambiti, una maggiore concorrenzialità e le condizioni per realizzare investimenti e occupazione". I sindacati chiedono quindi che il governo "apra subito un tavolo di confronto con le parti sociali".Maggiore concorrenzialità, quindi, per il sindacato in ossequio al liberismo trionfante, poco importa che il decreto sulle liberalizzazioni esce il 20 gennaio mentre l’incontro Governo sindacati si farà il 23 gennaio p.v.. Segno evidente dell’importanza che il Governo attribuisce all’incontro stesso.
Nel cappello politico del documento, il sindacato, prende atto dell’attuale crisi economica le cui conseguenze, è affermato “colpiscono in particolare le famiglie, i giovani, i lavoratori e i pensionati” s’impone pertanto “un cambiamento nella politica economica del Governo il quale dopo la manovra di fine 2011 per consolidare i conti pubblici e rientrare dal deficit bilancio è chiamato ora a mettere in atto politiche che favoriscano la crescita, il lavoro, l’equità sociale e fiscale, a sostenere una svolta coerente della politica economica europea verso obiettivi di sviluppo e occupazione”.
Il sindacato, segnala l’esistenza della crisi, rileva che questa ha conseguenze negative solo per i soliti noti, evita, però, accuratamente di attribuirne responsabilità sociali e politiche, si guarda bene, inoltre, dal tentare una seppur timida analisi, sugli interessi economici e sulle responsabilità politiche e sociali che hanno prodotto la crisi.
Per il sindacato la crisi è come un evento naturale catastrofico che, quando arriva, arriva. Da un tale evento non ci si può salvare. Esso, in qualche modo, sarebbe democratico perché colpisce tutti alla stessa maniera, senza fare distinzioni sociali, lavorative o economiche. In caso di un tale evento tutti si devono rimboccare le maniche ognuno secondo le proprie possibilità, come in una famiglia.
Sappiamo che così non è. La crisi è stata prodotta dal mercato capitalista e finanziario e dalle leggi spietate, che consentono a pochi di continuare ad arricchirsi attraverso le più spregiudicate operazioni economiche e finanziarie, mentre si affamano masse crescenti di cittadini e di diseredati che sono colpite non solo nei redditi ma anche nei diritti sociali e civili.
La crisi allarga le differenze sociali e ne genera altre.
Le classi sociali hanno interessi diversi e contrapposti pertanto, in caso di crisi si accentua il conflitto sociale su chi ne abbia la responsabilità e su chi debba pagarne le conseguenze. Le crisi, esaltano gli egoismi e i soggetti economicamente più forti ne scaricano i costi su altri soggetti e classi sociali.
Secondo il sindacato, invece, non ci sono responsabilità di classe nella crisi. Se esiste un problema di equità, perché la manovra del governo colpisce solo i redditi fissi, lavoratori dipendenti e pensionati, non è da addebitarsi ad una precisa volontà classista.
Per questo nel documento Cgil Cisl e Uil è chiesto semplicemente al Governo di “mettere in atto politiche che favoriscano la crescita, il lavoro, l’equità sociale e fiscale”.
Se, però, esiste la necessità di favorire l’equità sociale e fiscale, allora il sindacato riconosce implicitamente l’esistenza di un problema di equità, non di dimensioni tali, però, da determinare conflitto sociale.
Se, da una parte, infatti, nel suo documento, il sindacato indica quali soggetti colpiti dalla crisi, le famiglie, i giovani, i lavoratori e i pensionati, dall’altra, si guarda bene di individuare quali sono gli altri soggetti che, viceversa, hanno la condizione di privilegio di non subire la crisi né di pagarne le conseguenze.
Se ci sono soggetti che pagano, per i quali si pone un problema di equità, e soggetti che non pagano, perché si è creata e chi ha determinato questa situazione?
E’ inoltre è un fatto nuovo che a pagare e ad essere discriminati sono sempre gli stessi soggetti? Oppure è una consuetudine?
E’ una novità che ad avere privilegio sono sempre gli stessi altri soggetti? Oppure è una consuetudine?
E’ il risultato di decenni di lotta politica ed economica, nella quale si è rinnovata l’aggressività dei ceti dominanti che hanno imposto, come generali e di tutti, i loro interessi e le loro convenienze, agevolati da un sindacato e da una ”sinistra” divenuti subalterni e paladini delle loro logiche liberiste e di mercato.
E’ sulla base di questi presupposti che il sindacato vuole dare ad intendere di voler modificare i contenuti della manovra del Governo Monti: Attraverso una “democratica trattativa o concertazione” correggendo quei punti che determinano l’iniquità sociale e fiscale, sapendo benissimo in partenza che ciò che è stato deciso non subirà alcuna modifica significativa, imbrigliando in questo modo le eventuali proteste alternative dei lavoratori.
Proprio per questo la costruzione del documento non è avvenuta attraverso il coinvolgimento degli interessati e non si è costruita alcuna mobilitazione sociale contro l’iniquità, come sarebbe stato necessario per sostenere le “rivendicazioni”, sconosciute peraltro agli interessati.
Quella messa in piedi rappresenta solo un’operazione di facciata di un sindacato che sa di non avere il consenso dei lavoratori, perché con le sue politiche di compatibilità e concertazione ha abbandonato da tempo gli interessi dei lavoratori per dedicarsi a quelli del Paese che poi sono quelli del mercato, contribuendo così all’attuale situazione d’iniquità.
Il sindacato, con il suo modo di agire si impossessa arbitrariamente del diritto a trattare senza alcun mandato preventivo dei lavoratori, appropriandosi di una delega in bianco per la trattativa del 23 p.v. e, quindi del diritto di stabilirne dal vertice gli eventuali punti di caduta.
Del resto il sindacato va a trattare con un “Governo tecnico”, anch’esso privo di legittimazione democratica, perché nominato, non eletto.
Tutto questo determina il paradosso di una trattativa fra parti non rappresentative di nessuno, in realtà entrambe paladine del mercato, delle compatibilità capitaliste e delle classi privilegiate.
venerdì 20 gennaio 2012
giovedì 12 gennaio 2012
La Cgil è seriamente interessata a un accordo col Governo
“Siamo seriamente interessati a provare a fare un accordo sindacale con il governo ma, come sempre, sarà il merito(?) a decidere. Entro la fine della settimana ci sarà un incontro con i segretari generali di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, per provare a costruire insieme una piattaforma unitaria in vista del confronto e mi pare che in questo momento ci siano le possibilità per realizzarla”. E’ quanto ha testualmente affermato il segretario della Cgil Susanna Camusso la quale ha anche sostenuto che il 2012 si annuncia un anno “drammatico” a causa della recessione e della disoccupazione, a rischio anche per la “tenuta sociale”: per questo, “in una fase così difficile fare un accordo sindacale con il Governo sarebbe un risultato molto importante”.
In queste affermazioni si condensa in maniera purtroppo chiaro lo stato del sindacato italiano.
Da quali considerazioni nasce, per la Camusso l’interesse a fare un accordo col Governo sul mercato del lavoro? Esistono oggi le condizioni per trattare con un Governo che ha operato un attacco totale alle condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati, snobbando peraltro il sindacato?
A questa domanda la risposta dovrebbe essere scontata. No. Il governo Monti, infatti, ha prodotto uno degli attacchi più gravi alle condizioni di vita dei discriminati, tanto è vero che la stessa Cgil ha fatto uno sciopero generale di quattro ore, diventate poi tre per mediare con Cisl e Uil, con presidi davanti alle prefetture con il coinvolgimento dei Comuni, delle Province e delle Regioni, contro la manovra.
Per la Confederazione "la manovra proposta dal Governo contiene poche novità positive (sulla crescita e sulle infrastrutture) e molte parti gravi che non la configurano come una manovra equa, ma che grava su lavoratori e pensionati".
Che cosa è cambiato da allora? Il Governo ha forse tenuto conto dello sciopero generale? Ha per caso convocato i sindacati, visto che prima non lo aveva fatto, per apportare modifiche alla manovra? Ha forse accolto le richieste di modifica che venivano dalle piazze e dagli scioperanti? Niente di tutto questo. La manovra diventata, anzi, legge.
Il popolo e i lavoratori pagano. La lotta per cancellare quanto deciso dal Governo, dimenticata. Lo stesso sciopero si è tramutato in un’altra tassa pagata dai lavoratori, inutile, perché non ha prodotto alcun risultato e di lotta il sindacato non parla più, anzi propone di trattare a quello che dovrebbe essere il suo avversario, contro il quale ha chiamato i lavoratori a scioperare: Il Governo.
Come si può dichiarare di essere interessati a fare un accordo, anche se sarà, naturalmente, il merito a decidere, con chi ti sbatte la porta in faccia e calpesta i diritti dei lavoratori? Non è forse alzare la bandiera bianca della resa e accettare totalmente la manovra, contro la quale si rinuncia a lottare?
Era questo che si sarebbe aspettato chi ha scioperato a dicembre?
Oppure ben altro avrebbe dovuto essere il comportamento del sindacato se avesse scelto di difendere i lavoratori. Non fare uno sciopero di facciata avente il solo scopo di salvare le apparenze, ma costruire, tra i lavoratori e i pensionati, una piattaforma alternativa che tutelasse i discriminati e ribaltasse le basi liberiste e di classe dell’attuale manovra. Su questa piattaforma portare fino in fondo la lotta contro un Governo e un padronato che intendono trattare solo con sindacati accondiscendenti e subalterni alle logiche del mercato.
Niente di tutto questo. La Cgil invece di essere conseguente con i giudizi, le affermazioni e lo sciopero generale contro la manovra, propone oggi, una trattativa insieme a Cisl e Uil, su una piattaforma che sarà predisposta a tavolino fra loro, accondiscendendo di assecondare, invece che contrastare il Governo, sul cosiddetto mercato del lavoro.
Che cosa hanno da guadagnare da tutto ciò i lavoratori?
Perché la Cgil vuole raggiungere un accordo con un Governo che del sindacato s’infischia totalmente? La risposta l’ha fornita il presidente della Repubblica Napolitano che ha magnificato:
” … il ruolo del sindacato come soggetto portatore d’interessi generali del Paese e non soltanto interessi di categoria”. La segretaria della Cgil allineandosi all’istante ha accolto positivamente le parole di Napolitano. “I sindacati – ha anzi osservato – difendono gli interessi generali, in assenza di questa convinzione, infatti, prevale un’idea corporativa della società e che s’interloquisce con i corpi intermedi solo su specifici segmenti, senza il necessario confronto generale”.
E’ questa l’idea del sindacato generale della Cgil? I lavoratori e i discriminati, quindi, nell’interesse generale del Paese devono accettare tagli e tasse; pensioni di fame a settanta anni e licenziamenti altrimenti, se difendessero i loro diritti e le loro conquiste, che non sono stati gentili concessioni, ma sono costati lacrime e sangue e ottenuti a prezzo di dure lotte, si dimostrerebbero corporativi.
Poco importa se il privilegio e la disuguaglianza dilagano. Poco importa se le imprese e il padronato, che evidentemente non sono corporativi, nell’interesse generale del Paese continuano ad arricchirsi anche in questa fase. Essi, infatti, continuano a de localizzare le loro attività, a sfruttare il lavoro precario e nero, a calpestare i diritti dei lavoratori, a cancellare i contratti nazionali di lavoro, a trattare solo con i sindacati “disponibili” emarginando gli altri (Fiom, sindacati di base), ad accaparrarsi e trarre profitto, grazie alle liberalizzazioni e privatizzazioni, di attività prima pubbliche e ora, nell’interesse generale naturalmente, private, come servizi, trasporti, energia, sanità, scuola, previdenza, assicurazioni, autostrade, ecc., ecc., ecc..
Il male è proprio questo: La Cgil e quelli, Partito Democratico in testa, che ancora oggi vogliono far intendere di stare a sinistra e dalla parte dei discriminati, hanno in realtà fatto un’altra scelta di campo e hanno deciso di stare dalla parte del mercato, delle liberalizzazioni e delle compatibilità capitaliste.
Occorre prendere atto di ciò e trarne le conseguenze. Prima lo faremo meglio sarà.
In queste affermazioni si condensa in maniera purtroppo chiaro lo stato del sindacato italiano.
Da quali considerazioni nasce, per la Camusso l’interesse a fare un accordo col Governo sul mercato del lavoro? Esistono oggi le condizioni per trattare con un Governo che ha operato un attacco totale alle condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati, snobbando peraltro il sindacato?
A questa domanda la risposta dovrebbe essere scontata. No. Il governo Monti, infatti, ha prodotto uno degli attacchi più gravi alle condizioni di vita dei discriminati, tanto è vero che la stessa Cgil ha fatto uno sciopero generale di quattro ore, diventate poi tre per mediare con Cisl e Uil, con presidi davanti alle prefetture con il coinvolgimento dei Comuni, delle Province e delle Regioni, contro la manovra.
Per la Confederazione "la manovra proposta dal Governo contiene poche novità positive (sulla crescita e sulle infrastrutture) e molte parti gravi che non la configurano come una manovra equa, ma che grava su lavoratori e pensionati".
Che cosa è cambiato da allora? Il Governo ha forse tenuto conto dello sciopero generale? Ha per caso convocato i sindacati, visto che prima non lo aveva fatto, per apportare modifiche alla manovra? Ha forse accolto le richieste di modifica che venivano dalle piazze e dagli scioperanti? Niente di tutto questo. La manovra diventata, anzi, legge.
Il popolo e i lavoratori pagano. La lotta per cancellare quanto deciso dal Governo, dimenticata. Lo stesso sciopero si è tramutato in un’altra tassa pagata dai lavoratori, inutile, perché non ha prodotto alcun risultato e di lotta il sindacato non parla più, anzi propone di trattare a quello che dovrebbe essere il suo avversario, contro il quale ha chiamato i lavoratori a scioperare: Il Governo.
Come si può dichiarare di essere interessati a fare un accordo, anche se sarà, naturalmente, il merito a decidere, con chi ti sbatte la porta in faccia e calpesta i diritti dei lavoratori? Non è forse alzare la bandiera bianca della resa e accettare totalmente la manovra, contro la quale si rinuncia a lottare?
Era questo che si sarebbe aspettato chi ha scioperato a dicembre?
Oppure ben altro avrebbe dovuto essere il comportamento del sindacato se avesse scelto di difendere i lavoratori. Non fare uno sciopero di facciata avente il solo scopo di salvare le apparenze, ma costruire, tra i lavoratori e i pensionati, una piattaforma alternativa che tutelasse i discriminati e ribaltasse le basi liberiste e di classe dell’attuale manovra. Su questa piattaforma portare fino in fondo la lotta contro un Governo e un padronato che intendono trattare solo con sindacati accondiscendenti e subalterni alle logiche del mercato.
Niente di tutto questo. La Cgil invece di essere conseguente con i giudizi, le affermazioni e lo sciopero generale contro la manovra, propone oggi, una trattativa insieme a Cisl e Uil, su una piattaforma che sarà predisposta a tavolino fra loro, accondiscendendo di assecondare, invece che contrastare il Governo, sul cosiddetto mercato del lavoro.
Che cosa hanno da guadagnare da tutto ciò i lavoratori?
Perché la Cgil vuole raggiungere un accordo con un Governo che del sindacato s’infischia totalmente? La risposta l’ha fornita il presidente della Repubblica Napolitano che ha magnificato:
” … il ruolo del sindacato come soggetto portatore d’interessi generali del Paese e non soltanto interessi di categoria”. La segretaria della Cgil allineandosi all’istante ha accolto positivamente le parole di Napolitano. “I sindacati – ha anzi osservato – difendono gli interessi generali, in assenza di questa convinzione, infatti, prevale un’idea corporativa della società e che s’interloquisce con i corpi intermedi solo su specifici segmenti, senza il necessario confronto generale”.
E’ questa l’idea del sindacato generale della Cgil? I lavoratori e i discriminati, quindi, nell’interesse generale del Paese devono accettare tagli e tasse; pensioni di fame a settanta anni e licenziamenti altrimenti, se difendessero i loro diritti e le loro conquiste, che non sono stati gentili concessioni, ma sono costati lacrime e sangue e ottenuti a prezzo di dure lotte, si dimostrerebbero corporativi.
Poco importa se il privilegio e la disuguaglianza dilagano. Poco importa se le imprese e il padronato, che evidentemente non sono corporativi, nell’interesse generale del Paese continuano ad arricchirsi anche in questa fase. Essi, infatti, continuano a de localizzare le loro attività, a sfruttare il lavoro precario e nero, a calpestare i diritti dei lavoratori, a cancellare i contratti nazionali di lavoro, a trattare solo con i sindacati “disponibili” emarginando gli altri (Fiom, sindacati di base), ad accaparrarsi e trarre profitto, grazie alle liberalizzazioni e privatizzazioni, di attività prima pubbliche e ora, nell’interesse generale naturalmente, private, come servizi, trasporti, energia, sanità, scuola, previdenza, assicurazioni, autostrade, ecc., ecc., ecc..
Il male è proprio questo: La Cgil e quelli, Partito Democratico in testa, che ancora oggi vogliono far intendere di stare a sinistra e dalla parte dei discriminati, hanno in realtà fatto un’altra scelta di campo e hanno deciso di stare dalla parte del mercato, delle liberalizzazioni e delle compatibilità capitaliste.
Occorre prendere atto di ciò e trarne le conseguenze. Prima lo faremo meglio sarà.
sabato 7 gennaio 2012
Ragionando sul privilegio, la disuguaglianza, l’ingiustizia e le classi sociali
Il privilegio è un vantaggio concesso a una singola persona, a un gruppo o a una comunità di persone. Il privilegio esclude tutti quelli che non detengono il vantaggio stesso.
Il privilegio o i privilegi sono espressione dell’esistenza della disuguaglianza fra i cittadini perché non detentori dello stesso diritto.
Quando le persone o gruppi o le classi vantano in maniera stabile e consolidata un diritto diverso, non c’è solo disuguaglianza, ma ingiustizia sociale, perché alcuni hanno uno status superiore e migliore precluso agli altri.
E’ quanto sta succedendo in Italia e nei paesi capitalisti, dove il trattamento riservato ai cittadini è diverso e improntato a situazioni di diritto più vantaggioso per alcuni e più svantaggioso per tutti gli altri. Se, ad esempio, le norme per accedere ai trattamenti pensionistici sono diverse, come avviene per i parlamentari, allora c’è privilegio, discriminazione e quindi disuguaglianza.
Se l’apporto economico allo stato attraverso le tasse è più basso e incide di meno per chi possiede di più, e incide di più per chi possiede di meno, allora c’è privilegio e discriminazione. Se la maggior parte dei cittadini paga le tasse attraverso il sostituto d’imposta, quindi in maniera anticipata a prescindere dalla volontà, mentre altri non hanno tale soggetto e quindi pagano a consuntivo e solo quando ritengono di farlo, allora c’è privilegio.
Se alcuni cittadini possono adeguare liberamente, e a proprio piacimento, i propri guadagni in base alle leggi del mercato, mentre altri devono “contenerli all’interno di un’inflazione” non reale ma programmata, allora c’è privilegio.
Alcuni hanno la possibilità e il diritto di assumere o licenziare o meno altri cittadini, in base alla loro convenienza e piacere. Essi possono determinare o meno, per altri cittadini, le condizioni economiche sufficienti per la loro libertà ed emancipazione sociale. La Costituzione italiana sancisce infatti nell’art. 3 che:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non sono i primi cittadini detentori di un privilegio enorme rispetto i secondi?
Se a un imprenditore vuole, può de localizzare (per aumentare i suoi guadagni) e licenziare (quindi privare i lavoratori dei mezzi necessari per i propri bisogni e libertà), oppure precarizzare il lavoro, cancellare diritti, regole o contratti di lavoro. Ai lavoratori non resta altra strada che subire e pagare. Si pone allora anche qui, un problema di privilegio, discriminazione e disuguaglianza?
Il ceto politico e il padronato, entrambi appartenenti alla classe dei privilegiati, pretendono e decidono, in base ad un presunto superiore interesse nazionale, che poi è il loro interesse, che i lavoratori a reddito fisso siano costretti ad accettare licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, sottosalario, precarizzazione del lavoro, pensioni di fame a età sempre più avanzata, tasse esorbitanti, anche se questo limita fortemente la loro condizione economica e la loro libertà. Si guardano bene, però, dall’intaccare le loro condizioni di privilegio e anche se riducono alla fame i cittadini, continuano ad arricchirsi sempre più sfacciatamente. Essi godono di enormi profitti, prebende, rendite e di un sistema fiscale che offre loro scappatoie, condoni e scudi fiscali, traendo enormi vantaggi rispetto a tutti gli altri cittadini. Insultando oltretutto i discriminati tentando di far credere loro che tutto ciò sia giusto, normale e nel loro stesso interesse.
La pace sociale e la coesione e l’interesse nazionale basati sul privilegio, la discriminazione, la disuguaglianza e l’ingiustizia sono un imbroglio perché non sono convengono a tutti, ma solo a pochi appartenenti tutti alla stessa classe perché a godere della situazione è sistematicamente uno stesso insieme di persone e a essere discriminato è sempre lo stesso altro insieme di persone. Si realizza così uno stabile dominio de privilegiati. Essi, attraverso le loro leggi legittimano e legalizzano questo stato di cose, facendo passare le proprie convenienze come legge e bene supremo del Paese. Realizzando un dominio o dittatura di classe.
Battersi contro questo stato di cose, denunciare il privilegio e le discriminazioni sociali e lottare contro di esse, non è antipolitica, come sostengono in maniera subdola e interessata, alcuni falsi democratici, che danno demagogicamente ad intendere di essere contro l’ingiustizia e per l’uguaglianza, ma poi, con la loro politica di mercato, di compatibilità, di sacrifici a senso unico, di privatizzazioni e liberalizzazioni, e con il loro voto, si fanno portatori degli interessi dei privilegiati, dei padroni e della classe dominante cui hanno scelto di appartenere.
Battersi contro questo stato di cose significa riprendere la bandiera e la lotta per l’uguaglianza, per i diritti dei discriminati, per la libertà e la democrazia.
Il privilegio o i privilegi sono espressione dell’esistenza della disuguaglianza fra i cittadini perché non detentori dello stesso diritto.
Quando le persone o gruppi o le classi vantano in maniera stabile e consolidata un diritto diverso, non c’è solo disuguaglianza, ma ingiustizia sociale, perché alcuni hanno uno status superiore e migliore precluso agli altri.
E’ quanto sta succedendo in Italia e nei paesi capitalisti, dove il trattamento riservato ai cittadini è diverso e improntato a situazioni di diritto più vantaggioso per alcuni e più svantaggioso per tutti gli altri. Se, ad esempio, le norme per accedere ai trattamenti pensionistici sono diverse, come avviene per i parlamentari, allora c’è privilegio, discriminazione e quindi disuguaglianza.
Se l’apporto economico allo stato attraverso le tasse è più basso e incide di meno per chi possiede di più, e incide di più per chi possiede di meno, allora c’è privilegio e discriminazione. Se la maggior parte dei cittadini paga le tasse attraverso il sostituto d’imposta, quindi in maniera anticipata a prescindere dalla volontà, mentre altri non hanno tale soggetto e quindi pagano a consuntivo e solo quando ritengono di farlo, allora c’è privilegio.
Se alcuni cittadini possono adeguare liberamente, e a proprio piacimento, i propri guadagni in base alle leggi del mercato, mentre altri devono “contenerli all’interno di un’inflazione” non reale ma programmata, allora c’è privilegio.
Alcuni hanno la possibilità e il diritto di assumere o licenziare o meno altri cittadini, in base alla loro convenienza e piacere. Essi possono determinare o meno, per altri cittadini, le condizioni economiche sufficienti per la loro libertà ed emancipazione sociale. La Costituzione italiana sancisce infatti nell’art. 3 che:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non sono i primi cittadini detentori di un privilegio enorme rispetto i secondi?
Se a un imprenditore vuole, può de localizzare (per aumentare i suoi guadagni) e licenziare (quindi privare i lavoratori dei mezzi necessari per i propri bisogni e libertà), oppure precarizzare il lavoro, cancellare diritti, regole o contratti di lavoro. Ai lavoratori non resta altra strada che subire e pagare. Si pone allora anche qui, un problema di privilegio, discriminazione e disuguaglianza?
Il ceto politico e il padronato, entrambi appartenenti alla classe dei privilegiati, pretendono e decidono, in base ad un presunto superiore interesse nazionale, che poi è il loro interesse, che i lavoratori a reddito fisso siano costretti ad accettare licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, sottosalario, precarizzazione del lavoro, pensioni di fame a età sempre più avanzata, tasse esorbitanti, anche se questo limita fortemente la loro condizione economica e la loro libertà. Si guardano bene, però, dall’intaccare le loro condizioni di privilegio e anche se riducono alla fame i cittadini, continuano ad arricchirsi sempre più sfacciatamente. Essi godono di enormi profitti, prebende, rendite e di un sistema fiscale che offre loro scappatoie, condoni e scudi fiscali, traendo enormi vantaggi rispetto a tutti gli altri cittadini. Insultando oltretutto i discriminati tentando di far credere loro che tutto ciò sia giusto, normale e nel loro stesso interesse.
La pace sociale e la coesione e l’interesse nazionale basati sul privilegio, la discriminazione, la disuguaglianza e l’ingiustizia sono un imbroglio perché non sono convengono a tutti, ma solo a pochi appartenenti tutti alla stessa classe perché a godere della situazione è sistematicamente uno stesso insieme di persone e a essere discriminato è sempre lo stesso altro insieme di persone. Si realizza così uno stabile dominio de privilegiati. Essi, attraverso le loro leggi legittimano e legalizzano questo stato di cose, facendo passare le proprie convenienze come legge e bene supremo del Paese. Realizzando un dominio o dittatura di classe.
Battersi contro questo stato di cose, denunciare il privilegio e le discriminazioni sociali e lottare contro di esse, non è antipolitica, come sostengono in maniera subdola e interessata, alcuni falsi democratici, che danno demagogicamente ad intendere di essere contro l’ingiustizia e per l’uguaglianza, ma poi, con la loro politica di mercato, di compatibilità, di sacrifici a senso unico, di privatizzazioni e liberalizzazioni, e con il loro voto, si fanno portatori degli interessi dei privilegiati, dei padroni e della classe dominante cui hanno scelto di appartenere.
Battersi contro questo stato di cose significa riprendere la bandiera e la lotta per l’uguaglianza, per i diritti dei discriminati, per la libertà e la democrazia.
lunedì 26 dicembre 2011
venerdì 23 dicembre 2011
Articolo 18 ultimo diritto di chi lavora
L’art. 18 della legge 300 del 20 maggio 1970, chiamata Statuto dei diritti dei lavoratori, è l’ultimo diritto rimasto a chi lavora. Quello per cui un lavoratore non può essere licenziato se non per giusta causa o giustificato motivo. E’ questa una norma che richiama un principio costituzionale: quello dell’uguaglianza dei cittadini.
L’art. 18 non impedisce alle aziende di liberarsi del personale eventualmente eccedente. Le aziende che devono procedere a riduzione di personale, infatti, attraverso apposite procedure, dichiarano lo stato di crisi e la quantità di personale in esubero. Per procedere all’eventuale successivo licenziamento si devono stabilire, i criteri sulla base dei quali avverrà l’eventuale individuazione del personale interessato. Questi riguardano:le qualifiche interessate alla procedura di riduzione, dell’anzianità di servizio, dell’età, del carico familiare, dell’appartenenza o meno a categorie sociali protette del personale coinvolto.
L’art. 18 non impedisce quindi la cessazione di un rapporto di lavoro. Impedisce che a determinare l’eccedenza non sia un problema oggettivo legato alla produzione, ma l’arbitrio del padrone che, per liberarsi di un lavoratore scomodo ricorre al licenziamento.
Un lavoratore può essere scomodo se è iscritto a un sindacato come la Fiom ad esempio, se aderisce o no a uno sciopero, se si ammala troppo spesso, se è vecchio, se pretende i suoi diritti contrattuali, se si oppone allo straordinario, se pretende tutto in busta paga, ecc. Se si tratta di una lavoratrice la lista si allunga, ai pretesti di cui sopra si aggiungono il matrimonio, la maternità o perfino il ricatto sessuale.
Togliere il lavoro, cioè lo strumento che consente di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione), è una cosa inaccettabile. Se questo avviene arbitrariamente diventa ancor più intollerabile: Perché si configura come un attacco e una violenza verso chi lavora per costringerlo a subire nel posto di lavoro o ad andarsene.
Per questo è il giudice del lavoro che sancisce, acquisiti tutti gli elementi, la legittimità del licenziamento. Qualora questa non fosse riconosciuta, ordina la riassunzione dell’interessato.
Pretendere l’abolizione di questa norma, da parte del ministro al lavoro e della Confindustria, significa annullare la libertà di chi lavora attraverso il ricatto perenne del licenziamento.
Abolire l’art. 18 non comporta per le aziende alcun risparmio, serve solo a ripristinare il diritto feudale e la supremazia del padrone verso il lavoratore che non è più, a quel punto, nemmeno formalmente, un soggetto di diritto, una persona libera ma uno schiavo a tutti gli effetti.
L’art. 18 non si applica a tutti. Sono esclusi i dipendenti cui non si applica la legge 300 (aziende con meno di 15 dipendenti). Non si applica nemmeno per i precari, per i Co. Co. Pro., e per i lavoratori con contratto a tempo determinato. Su ciò i “moderni” economisti” e gli “illuminati giuslavoristi” hanno costruito l’ennesima mistificazione: Chi può usufruire dell’art. 18 , per costoro, è un privilegiato. Pertanto va eliminato il privilegio e va ristabilita l’uguaglianza.
Altro che abolire l’art. 18 esso va esteso a tutti i lavoratori e vanno abolite le leggi Treu e Biagi che precarizzano il rapporto di lavoro consentendo lo stato di totale subalternità del lavoratore al padrone.
Difendere l’art.18 non significa mantenere un privilegio. Significa lottare per mantenere uno strumento di libertà e di dignità per chi lavora.
E il Partito Democratico? Che cosa ha detto in proposito? Il suo segretario Bersani ha affermato che “toccarlo ora è roba da matti”.
Per Bersani, quindi l’art. 18 si può toccare. Non ora però. Forse perché questo potrebbe far scoccare la scintilla della protesta di chi lavora verso una classe politica e padronale che dopo la cancellazione del collocamento, dei contratti nazionali di lavoro, della scala mobile, delle pensioni di anzianità vuole determinare la sconfitta definitiva dei lavoratori non solo nei posti di lavoro ma soprattutto nella società per avere campo libero verso le loro libertà e liberalizzazioni. Meglio cancellarlo in momenti più adatti.
L’art. 18 non impedisce alle aziende di liberarsi del personale eventualmente eccedente. Le aziende che devono procedere a riduzione di personale, infatti, attraverso apposite procedure, dichiarano lo stato di crisi e la quantità di personale in esubero. Per procedere all’eventuale successivo licenziamento si devono stabilire, i criteri sulla base dei quali avverrà l’eventuale individuazione del personale interessato. Questi riguardano:le qualifiche interessate alla procedura di riduzione, dell’anzianità di servizio, dell’età, del carico familiare, dell’appartenenza o meno a categorie sociali protette del personale coinvolto.
L’art. 18 non impedisce quindi la cessazione di un rapporto di lavoro. Impedisce che a determinare l’eccedenza non sia un problema oggettivo legato alla produzione, ma l’arbitrio del padrone che, per liberarsi di un lavoratore scomodo ricorre al licenziamento.
Un lavoratore può essere scomodo se è iscritto a un sindacato come la Fiom ad esempio, se aderisce o no a uno sciopero, se si ammala troppo spesso, se è vecchio, se pretende i suoi diritti contrattuali, se si oppone allo straordinario, se pretende tutto in busta paga, ecc. Se si tratta di una lavoratrice la lista si allunga, ai pretesti di cui sopra si aggiungono il matrimonio, la maternità o perfino il ricatto sessuale.
Togliere il lavoro, cioè lo strumento che consente di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione), è una cosa inaccettabile. Se questo avviene arbitrariamente diventa ancor più intollerabile: Perché si configura come un attacco e una violenza verso chi lavora per costringerlo a subire nel posto di lavoro o ad andarsene.
Per questo è il giudice del lavoro che sancisce, acquisiti tutti gli elementi, la legittimità del licenziamento. Qualora questa non fosse riconosciuta, ordina la riassunzione dell’interessato.
Pretendere l’abolizione di questa norma, da parte del ministro al lavoro e della Confindustria, significa annullare la libertà di chi lavora attraverso il ricatto perenne del licenziamento.
Abolire l’art. 18 non comporta per le aziende alcun risparmio, serve solo a ripristinare il diritto feudale e la supremazia del padrone verso il lavoratore che non è più, a quel punto, nemmeno formalmente, un soggetto di diritto, una persona libera ma uno schiavo a tutti gli effetti.
L’art. 18 non si applica a tutti. Sono esclusi i dipendenti cui non si applica la legge 300 (aziende con meno di 15 dipendenti). Non si applica nemmeno per i precari, per i Co. Co. Pro., e per i lavoratori con contratto a tempo determinato. Su ciò i “moderni” economisti” e gli “illuminati giuslavoristi” hanno costruito l’ennesima mistificazione: Chi può usufruire dell’art. 18 , per costoro, è un privilegiato. Pertanto va eliminato il privilegio e va ristabilita l’uguaglianza.
Altro che abolire l’art. 18 esso va esteso a tutti i lavoratori e vanno abolite le leggi Treu e Biagi che precarizzano il rapporto di lavoro consentendo lo stato di totale subalternità del lavoratore al padrone.
Difendere l’art.18 non significa mantenere un privilegio. Significa lottare per mantenere uno strumento di libertà e di dignità per chi lavora.
E il Partito Democratico? Che cosa ha detto in proposito? Il suo segretario Bersani ha affermato che “toccarlo ora è roba da matti”.
Per Bersani, quindi l’art. 18 si può toccare. Non ora però. Forse perché questo potrebbe far scoccare la scintilla della protesta di chi lavora verso una classe politica e padronale che dopo la cancellazione del collocamento, dei contratti nazionali di lavoro, della scala mobile, delle pensioni di anzianità vuole determinare la sconfitta definitiva dei lavoratori non solo nei posti di lavoro ma soprattutto nella società per avere campo libero verso le loro libertà e liberalizzazioni. Meglio cancellarlo in momenti più adatti.
lunedì 19 dicembre 2011
Il Partito Democratico si è tolto la maschera
Con il voto di fiducia sulla manovra del Governo Monti si è finito il percorso che, iniziato con la liquidazione del Partito Comunista Italiano, ha portato alla costituzione di una “nuova” maggioranza politica che include, oltre il Partito democratico, il terzo polo (ex fascisti compresi) fino al cosiddetto Popolo delle libertà di Berlusconi, tutti uniti a sostenere l’ultimo attacco alle condizioni dei discriminati nel mentre rimane intatto (avrebbe potuto essere diversamente?) il privilegio. La novità consiste nel voto “unitario” con i partiti del centrodestra e neofascisti, del Partito democratico, finora impegnati in una finta competizione fra loro, che chiarisce anche formalmente l’ambiguità della sua rappresentanza e della sua collocazione politica e di campo.
Il sostegno alla manovra è classista perché colpisce a senso unico quelli che sono stati chiamati come soliti noti, e grazia come sempre i ricchi, gli alti redditi, patrimoni e le imprese che addirittura ottengono contemporaneamente finanziamenti aggiuntivi.
Questo voto fa chiarezza sulla situazione. Chi ha sostenuto la manovra appartiene al campo del liberismo e del capitalismo che considera giusta e possibile l’esistenza contemporanea della ricchezza più sfrenata con la miseria più nera, del privilegio con la discriminazione.
Per i liberisti, i lavoratori e i discriminati, se vogliono vedere migliorata la loro condizione o trovare lavoro, devono rinunciare ai loro diritti consolidati, sia sul posto di lavoro sia nella società.
Con questa logica, i diritti dei lavoratori, conquistati a prezzo di dure lotte, diventano dei tabù o dei totem del passato e chi si ostina a difenderli un conservatore. Il loro interesse e tornaconto privato, invece, rappresenta il progresso, il moderno e il futuro. Per i liberisti la parola “riforma” coincide con i loro interessi elevati a condizione ed interesse generale.
Lo sviluppo, per costoro, è possibile solo a condizione che i lavoratori accettino, come finora sono stati costretti a fare, di sottostare alla loro legge e alla loro convenienza che hanno prodotto, da venti-trenta anni a questa parte solo un enorme spostamento di ricchezza a favore dei ricchi e dei padroni a danni dei redditi fissi.
I diritti dei liberisti sono sacri ed inviolabili, quelli dei lavoratori sono “riformabili”. La loro libertà non è legata alla libertà dal bisogno ma alle liberalizzazioni capitaliste, alla libertà di de localizzare, di licenziare, di tagliare salari e pensioni, di calpestare leggi e contratti e di imporre diktat padronali fino a stabilire quali possano essere i sindacati ammissibili in azienda cui i lavoratori possano iscriversi e quali no. Tentando di azzerare la presenza dei sindacati più combattivi quale la Fiom.
Con il voto di fiducia sulla manovra della Camera, che si ripeterà al Senato, si compie l’atto politico definitivo che chiarisce il tradimento e il cambio inappellabile di campo di quella doppia e serpiforme “sinistra” che si toglie la maschera dimostrandosi con il suo vero volto di falso amico dei lavoratori e di vero sostenitore del capitalismo e dei padroni.
La loro azione subdola e mistificatrice ha seminato, tra i lavoratori, confusione e disorientamento ed ha determinato che i valori e le convenienze dei padroni diventassero interessi generali e fossero accettati anche da coloro che si trovavano a subirne le conseguenze determinandone la sconfitta politica, sindacale e culturale: concertazione, compatibilità, flessibilizzazione, precarizzazione, delocalizzazioni sono parole che hanno marcato l’arretramento politico, economico e culturale della classe operaia italiana falsamente e subdolamente presentate da costoro come naturale sviluppo politico del sindacato e non come tradimento e svendita.
Prendere atto di ciò è condizione per cominciare a invertire la rotta e reinnestare la marcia della riscossa. Prima lo facciamo meglio sarà.
Il sostegno alla manovra è classista perché colpisce a senso unico quelli che sono stati chiamati come soliti noti, e grazia come sempre i ricchi, gli alti redditi, patrimoni e le imprese che addirittura ottengono contemporaneamente finanziamenti aggiuntivi.
Questo voto fa chiarezza sulla situazione. Chi ha sostenuto la manovra appartiene al campo del liberismo e del capitalismo che considera giusta e possibile l’esistenza contemporanea della ricchezza più sfrenata con la miseria più nera, del privilegio con la discriminazione.
Per i liberisti, i lavoratori e i discriminati, se vogliono vedere migliorata la loro condizione o trovare lavoro, devono rinunciare ai loro diritti consolidati, sia sul posto di lavoro sia nella società.
Con questa logica, i diritti dei lavoratori, conquistati a prezzo di dure lotte, diventano dei tabù o dei totem del passato e chi si ostina a difenderli un conservatore. Il loro interesse e tornaconto privato, invece, rappresenta il progresso, il moderno e il futuro. Per i liberisti la parola “riforma” coincide con i loro interessi elevati a condizione ed interesse generale.
Lo sviluppo, per costoro, è possibile solo a condizione che i lavoratori accettino, come finora sono stati costretti a fare, di sottostare alla loro legge e alla loro convenienza che hanno prodotto, da venti-trenta anni a questa parte solo un enorme spostamento di ricchezza a favore dei ricchi e dei padroni a danni dei redditi fissi.
I diritti dei liberisti sono sacri ed inviolabili, quelli dei lavoratori sono “riformabili”. La loro libertà non è legata alla libertà dal bisogno ma alle liberalizzazioni capitaliste, alla libertà di de localizzare, di licenziare, di tagliare salari e pensioni, di calpestare leggi e contratti e di imporre diktat padronali fino a stabilire quali possano essere i sindacati ammissibili in azienda cui i lavoratori possano iscriversi e quali no. Tentando di azzerare la presenza dei sindacati più combattivi quale la Fiom.
Con il voto di fiducia sulla manovra della Camera, che si ripeterà al Senato, si compie l’atto politico definitivo che chiarisce il tradimento e il cambio inappellabile di campo di quella doppia e serpiforme “sinistra” che si toglie la maschera dimostrandosi con il suo vero volto di falso amico dei lavoratori e di vero sostenitore del capitalismo e dei padroni.
La loro azione subdola e mistificatrice ha seminato, tra i lavoratori, confusione e disorientamento ed ha determinato che i valori e le convenienze dei padroni diventassero interessi generali e fossero accettati anche da coloro che si trovavano a subirne le conseguenze determinandone la sconfitta politica, sindacale e culturale: concertazione, compatibilità, flessibilizzazione, precarizzazione, delocalizzazioni sono parole che hanno marcato l’arretramento politico, economico e culturale della classe operaia italiana falsamente e subdolamente presentate da costoro come naturale sviluppo politico del sindacato e non come tradimento e svendita.
Prendere atto di ciò è condizione per cominciare a invertire la rotta e reinnestare la marcia della riscossa. Prima lo facciamo meglio sarà.
lunedì 5 dicembre 2011
E’ in gioco la salvezza dell’Italia
Di quale Italia stanno parlando? Dell’Italia dei disoccupati? Di quella dei precari? Di quella dei lavoratori che percepiscono salari di fame e cui sono tolti tutti i diritti? Oppure di quella dei pensionati cui è promessa una misera pensione solo a 67 – 70 anni? Oppure di quella di tutti i redditi fissi che a fronte di un carico fiscale insostenibile e crescente, corrisponderà l’assenza pressoché totale di servizi da parte dello Stato e degli enti locali?
L’allungamento dell’età per l’accesso alle pensioni di anzianità e di vecchiaia, l’addizionale dell’irpef per le regioni, la reintroduzione dell’ici e il previsto aumento dell’iva del 2%, produrranno un altro colpo per le condizioni di vita dei disoccupati e dei redditi fissi e sposteranno ulteriormente la ricchezza a favore di chi ricco già lo è.
Siamo costretti a pagare attraverso quelle che fraudolentemente chiamano “riforme” e che invece sono tagli a senso unico e interessi degli speculatori che incamerano con i bot interessi spropositati, facendo tracollare il debito pubblico. Per costoro ci sono lauti guadagni mentre per tutti gli altri cittadini fame e miseria.
L’iniquità dell’ennesima manovra che colpisce a senso unico è resa ancora più evidente dall’assenza, in essa, di qualsiasi accenno di tassazione sui grandi patrimoni; dal mancato incremento dell’irpef sui redditi elevati, dal mantenimento di trattamenti pensionistici di decine o addirittura centinaia di migliaia di euro il mese nello stesso tempo è tolta l’indicizzazione delle pensioni superiori a … 936 euro mensili, ecc.
Non è l’Italia dei lavoratori e dei pensionati quella che vogliono salvare, ma l’Italia dei privilegiati, dei ricchi e dei padroni. Che tipo di salvezza si prospetta per chi vive di misere pensioni, di un lavoro incerto e precario o è disoccupato. Che cosa hanno a che spartire essi con i destini di chi, oggi, impone lacrime e sangue.
Sarà poi questa l’ultima manovra taglieggiatrice?
Il Governo “tecnico”, paravento di centrodestra e centro”sinistra” è stato appositamente nominato per prendere quelle che sono state definite misure impopolari per consentire a questi partiti di non sporcarsi. Non ha deluso il “tecnico Monti” le attese del padronato e della Confindustria e di tutti i partiti di centrodestra e centro”sinistra” che, schierati tutti su posizioni liberiste e di mercato, sono tutti indaffarati (partito democratico compreso) a spiegarne l’ineluttabilità e l’impossibilità di misure di segno radicalmente diverso.
Il sostegno di questi partiti, alle misure varate dal Governo, avvenuto sostanzialmente con distinguo e riserve per non precludersi possibili vili vie di fuga per poterne prendere le distanze in caso di malaparata, sarà direttamente proporzionale alla risposta che verrà dai lavoratori e da tutti quelli che sono colpiti dalla manovra.
Se ci sarà una forte risposta di massa e di protesta, non esiteranno a far cadere il Governo “tecnico” per scaricare poi su di esso i possibili malumori delle piazze. Se questo non sarà, tanto meglio, allora daranno il loro esplicito voto e faranno diventare legge la manovra.
Davanti a questo quadro in Parlamento se si esclude una minima minoranza rappresentata dal partito di Di Pietro e dalla Lega (delle cui “innovative” posizioni è evidente la strumentalità), non trova voce e rappresentanza chi è colpito e chi si oppone a questa politica persecutoria e di classe del padronato e dei partiti che esplicitamente sosterranno con il voto le misure antipopolari.
Sarà finalmente chiaro e in maniera definitiva, da che parte sta il Partito Democratico e quali interessi difende e rappresenta e quanto la politica del Pd coincida con gli interessi delle banche e dei padroni. Cadranno tutte le maschere.
Il sindacato finora balbetta. Davanti a quest’ennesimo frontale attacco alle condizioni di vita dei discriminati non hanno ancora preso una posizione chiara e alternativa. Non è stata ancora decisa alcuna forma di protesta se si esclude lo sciopero di protesta … di ben due ore previsto per il 12 dicembre p.v. di Cisl e Uil da una parte e quello di quattro ore della Cgil dall’altra, iniziative veramente inadeguate alla circostanza che annullano, per il momento, l’ipotesi di una risposta adeguata e più forte. Cosa ci si può aspettare, d’altra parte, da chi ha sostenuto da sempre le politiche di compatibilità e di concertazione, da chi ha permesso al padronato in questi anni di demolire ogni tutela dei salari, di azzerare il collocamento, di licenziare anche senza giusta causa, di cancellare i diritti e lo Statuto dei lavoratori, o i contratti nazionali di lavoro, ecc.
Davanti alla manovra occorre una risposta di lotta forte e adeguata da parte di chi è colpito da questa politica di classe che la sottintende.
Occorre prendere tutte le iniziative di lotta possibili, compreso un referendum per l’abolizione degli strumenti legislativi che saranno presi per legittimare l’operazione.
Occorre schierarsi, protestare, ribellarsi a chi ci toglie il futuro per arricchirsi ancora di più. Occorre far sentire in ogni modo possibile la nostra voce, rabbia e determinazione e contrastare fino in fondo le misure, nei posti di lavoro, nelle piazze, nelle sedi di tutti i partiti e sindacati e in tutti gli spazi possibili, attraverso il web, la stampa ecc. Tutto è nelle nostre mani. Compresa la nostra sconfitta.
Occorre perciò avere consapevolezza dell’impronta sociale di classe di quanto avviene. Occorre prendere coscienza che la risposta deve essere di classe, della classe degli oppressi organizzandoci per ricostituire il sindacato di classe dei lavoratori e degli oppressi che condividono la stessa sorte e le stesse condizioni di vita, per imporre la cancellazione di quanto deciso, produrre un’inversione di rotta e mettere al centro le condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati e non gli affari, i profitti e gli interessi di speculatori e padroni.
L’allungamento dell’età per l’accesso alle pensioni di anzianità e di vecchiaia, l’addizionale dell’irpef per le regioni, la reintroduzione dell’ici e il previsto aumento dell’iva del 2%, produrranno un altro colpo per le condizioni di vita dei disoccupati e dei redditi fissi e sposteranno ulteriormente la ricchezza a favore di chi ricco già lo è.
Siamo costretti a pagare attraverso quelle che fraudolentemente chiamano “riforme” e che invece sono tagli a senso unico e interessi degli speculatori che incamerano con i bot interessi spropositati, facendo tracollare il debito pubblico. Per costoro ci sono lauti guadagni mentre per tutti gli altri cittadini fame e miseria.
L’iniquità dell’ennesima manovra che colpisce a senso unico è resa ancora più evidente dall’assenza, in essa, di qualsiasi accenno di tassazione sui grandi patrimoni; dal mancato incremento dell’irpef sui redditi elevati, dal mantenimento di trattamenti pensionistici di decine o addirittura centinaia di migliaia di euro il mese nello stesso tempo è tolta l’indicizzazione delle pensioni superiori a … 936 euro mensili, ecc.
Non è l’Italia dei lavoratori e dei pensionati quella che vogliono salvare, ma l’Italia dei privilegiati, dei ricchi e dei padroni. Che tipo di salvezza si prospetta per chi vive di misere pensioni, di un lavoro incerto e precario o è disoccupato. Che cosa hanno a che spartire essi con i destini di chi, oggi, impone lacrime e sangue.
Sarà poi questa l’ultima manovra taglieggiatrice?
Il Governo “tecnico”, paravento di centrodestra e centro”sinistra” è stato appositamente nominato per prendere quelle che sono state definite misure impopolari per consentire a questi partiti di non sporcarsi. Non ha deluso il “tecnico Monti” le attese del padronato e della Confindustria e di tutti i partiti di centrodestra e centro”sinistra” che, schierati tutti su posizioni liberiste e di mercato, sono tutti indaffarati (partito democratico compreso) a spiegarne l’ineluttabilità e l’impossibilità di misure di segno radicalmente diverso.
Il sostegno di questi partiti, alle misure varate dal Governo, avvenuto sostanzialmente con distinguo e riserve per non precludersi possibili vili vie di fuga per poterne prendere le distanze in caso di malaparata, sarà direttamente proporzionale alla risposta che verrà dai lavoratori e da tutti quelli che sono colpiti dalla manovra.
Se ci sarà una forte risposta di massa e di protesta, non esiteranno a far cadere il Governo “tecnico” per scaricare poi su di esso i possibili malumori delle piazze. Se questo non sarà, tanto meglio, allora daranno il loro esplicito voto e faranno diventare legge la manovra.
Davanti a questo quadro in Parlamento se si esclude una minima minoranza rappresentata dal partito di Di Pietro e dalla Lega (delle cui “innovative” posizioni è evidente la strumentalità), non trova voce e rappresentanza chi è colpito e chi si oppone a questa politica persecutoria e di classe del padronato e dei partiti che esplicitamente sosterranno con il voto le misure antipopolari.
Sarà finalmente chiaro e in maniera definitiva, da che parte sta il Partito Democratico e quali interessi difende e rappresenta e quanto la politica del Pd coincida con gli interessi delle banche e dei padroni. Cadranno tutte le maschere.
Il sindacato finora balbetta. Davanti a quest’ennesimo frontale attacco alle condizioni di vita dei discriminati non hanno ancora preso una posizione chiara e alternativa. Non è stata ancora decisa alcuna forma di protesta se si esclude lo sciopero di protesta … di ben due ore previsto per il 12 dicembre p.v. di Cisl e Uil da una parte e quello di quattro ore della Cgil dall’altra, iniziative veramente inadeguate alla circostanza che annullano, per il momento, l’ipotesi di una risposta adeguata e più forte. Cosa ci si può aspettare, d’altra parte, da chi ha sostenuto da sempre le politiche di compatibilità e di concertazione, da chi ha permesso al padronato in questi anni di demolire ogni tutela dei salari, di azzerare il collocamento, di licenziare anche senza giusta causa, di cancellare i diritti e lo Statuto dei lavoratori, o i contratti nazionali di lavoro, ecc.
Davanti alla manovra occorre una risposta di lotta forte e adeguata da parte di chi è colpito da questa politica di classe che la sottintende.
Occorre prendere tutte le iniziative di lotta possibili, compreso un referendum per l’abolizione degli strumenti legislativi che saranno presi per legittimare l’operazione.
Occorre schierarsi, protestare, ribellarsi a chi ci toglie il futuro per arricchirsi ancora di più. Occorre far sentire in ogni modo possibile la nostra voce, rabbia e determinazione e contrastare fino in fondo le misure, nei posti di lavoro, nelle piazze, nelle sedi di tutti i partiti e sindacati e in tutti gli spazi possibili, attraverso il web, la stampa ecc. Tutto è nelle nostre mani. Compresa la nostra sconfitta.
Occorre perciò avere consapevolezza dell’impronta sociale di classe di quanto avviene. Occorre prendere coscienza che la risposta deve essere di classe, della classe degli oppressi organizzandoci per ricostituire il sindacato di classe dei lavoratori e degli oppressi che condividono la stessa sorte e le stesse condizioni di vita, per imporre la cancellazione di quanto deciso, produrre un’inversione di rotta e mettere al centro le condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati e non gli affari, i profitti e gli interessi di speculatori e padroni.
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